SuperLega, una pagliacciata colossale. Ma il vaso di Pandora dell’UEFA è svelato

(di Keivan Karimi) – Quella che sta per concludersi potrà decisamente essere definita come la settimana più assurda e reazionaria della storia del calcio europeo. Nel giro di 48 ore si è passati dalla concreta ipotesi di una scissione storica, annunciata da dodici club prestigiosi del vecchio continente, ad un dietrofront dal sapore di beffa.

Il progetto SuperLega, di cui in realtà si vociferava da anni, è esploso improvvisamente causando reazioni negative in tutto l’ambiente calcistico mondiale. Real Madrid e Juventus si sono presentate come portabandiera di un movimento separatista, atto a rendere il calcio europeo più glorioso e spettacolare.

Ma senza prendersi in giro, il fine dei 12 club fondatori era palesemente un altro: i ricavi economici. Frenare la crisi ed il crollo inevitabile dei rispettivi bilanci con un sistema che avrebbe agevolato soltanto loro, aderendo ad un progetto di iper-rifinanziamento generale da circa 3,5 miliardi annui.

Il lato positivo e ‘umano’ del nostro amato calcio si è mostrato poco dopo l’annuncio della fondazione della SuperLega. Grazie alle tifoserie, pronte a protestare (salvo rare eccezioni) pubblicamente in piazza. Grazie a calciatori ed allenatori, che hanno avuto gli attributi di manifestare il proprio dissenso.

Ne è scaturita una figura barbina, una pagliacciata colossale dettata dall’uscita di scena, entro due giorni, dei club inglesi e successivamente di quasi tutte le altre società. Figuraccia a cui è andato incontro anche il colosso finanziario JP Morgan, che solo poche ore prima aveva ufficializzato la sua partecipazione con tanto di finanziamento pluri-miliardario alla nuova lega.

UEFA vincitrice? Sì, ma resta colpevole

Ceferin e Agnelli

Chi sembra uscire vincitore dalla vicenda SuperLega e dal fallimento immediato della stessa è Aleksander Ceferin, ovvero il presidente UEFA e uomo che per un paio di giorni ha urlato in mondovisione l’accoltellamento subito da parte dell’amico Andrea Agnelli, dimessosi dall’ECA pur di sposare il progetto innovativo.

Ceferin ha raccolto l’adesione ed il conforto di quasi tutto l’universo calcistico. L’appoggio della FIFA, di moltissimi club internazionali e di manager come Al-Khelaifi o Rummenigge, che hanno sposato la linea della tradizione rifiutando qualsiasi coinvolgimento in SuperLega.

Ma questo tentativo scissionista andato a male ha avuto il merito di scoperchiare il vaso di Pandora e far intendere come la UEFA non sia la parte ‘buona’ e meritocratica della vicenda. In realtà, chi sa leggere bene tra le carte, può capire come la giurisdizione e il comportamento dell’organismo europeo non sia stato coerente e lineare.

Negli ultimi anni, fin dalla presidenza discussa di Michel Platini, gli organi europei hanno sviluppato un sistema osservatorio per evitare sperpero di denaro e indebitamento eccessivo dei club. Ovvero il Fair Play Finanziario, un progetto che, francamente, non ha mai ottenuto i frutti sperati.

Il FFP è stato creato con intenzioni meritevoli, ma allo stesso tempo con regole che hanno messo in ginocchio solo una fascia precisa di società: le cosiddette medio-alte, la borghesia del calcio. Società come Inter, Roma, Siviglia, Borussia Dortmund, Porto ecc… Tutti club costretti a rispettare i severi paletti e, negli ultimi anni, anche a pagare sanzioni salate e vendere i giocatori migliori per non incappare in punizioni più severe e dispersive.

Nel frattempo i club più ricchi e prestigiosi, ma allo stesso più indebitati, hanno continuato a fare i propri comodi. L’esempio del Manchester City è lampante: meritava la squalifica dalle coppe europee dopo le manovre di bilancio totalmente fuori parametro, invece la UEFA l’ha graziato con una semplice sanzione che corrisponde a pochi spiccioli per lo sceicco Al-Thani.

Incoerenza, ingiustizia e poca chiarezza nel Fair Play Finanziario. Ma è solo la punta dell’iceberg nel sistema attuale UEFA, che ha subito giustamente critiche anche per la parca e debole ripartizione delle risorse economiche. Per l’assenza di un Market Pool generalizzato, per l’indifferenza sulla vendita dei diritti televisivi e sulla riforma dei campionati nazionaliLast but not least l’incongruenza sull’innovazione VAR, utilizzato in Europa League solo dai sedicesimi di finale in avanti. Inspiegabilmente.

In sintesi, se i 12 club fondatori della SuperLega hanno avuto l’intenzione (seppur a breve termine) di allontanarsi dalla UEFA e creare una competizione autonoma ed indipendente è solo per colpa di Ceferin e delle gestioni precedenti. Permissività nei confronti dei più ricchi e dei più indebitati, controllo finanziario severo solo per una fascia di club e mancato aiuto alle squadre in difficoltà post-pandemia. Serve altro per dire che una rivoluzione in UEFA è necessaria?