Viaggiando nella Hall Of Fame: Mario De Micheli e il ceffone più romanista di sempre

Pagine Romaniste (F. Belli) – Quarto derby della Capitale della storia, 24 maggio del 1931. La Lazio vince 2-1 e al minuto 87 un socio biancoceleste recupera il pallone e lo tira lontano. Il suo nome è Giorgio Vaccaro, passato agli annali come colui che rifiutò la fusione con l’Alba, la Fortitudo e il Roman che avrebbe dato vita all’Associazione Sportiva Roma. “Colui che per viltade fece il gran rifiuto” insomma, anche se poi questa si è dimostrata una colossale balla. Vaccaro non era categoricamente contrario alla fusione, come dimostrato da una sua lettera pubblicata da “Il Tevere” il 15 giugno del 1927: “A me premeva, quindi, solo rettificare due punti sostanziali che dimostrano chiaramente come la richiesta di trattative di fusione fatta da Foschi (Italo, primo presidente della Roma ndr) rimase senza conclusione non per volontà della Lazio, la quale anzi fu sorpresa dall’improvvisa e non giustificata resipiscenza, dovuta evidentemente ad altre ragioni che non occorre qui ricordare”. Nessun rifiuto quindi, l’accordo s’aveva da fare ma non si è trovato un punto di contatto. Ma torniamo a quel 24 maggio del 1931: Vaccaro, che tra le altre brutte cose era anche un pezzo grosso del Regime fascista, lancia via la palla per perdere tempo e i giallorossi si infuriano.

Il ceffone al gerarca e i primi passi a Piazza San Cosimato

Nasce un parapiglia tremendo e un uomo gli si avvicina lesto lesto assestandogli un bel ceffone. Solo l’intervento dei Carabinieri riuscirà a placare gli animi. Quell’uomo è Mario De Micheli, difensore della Roma da sempre. La leggenda narra che dopo quell’episodio abbia detto agli amici: “J’ho dato ‘na tramvata, j’ho allungato le ossa così tanto che ‘mo se po’ pure arrolà nei granatieri”. Un tipo fumantino e con l’animo testaccino, non a caso è anche citato nella canzone di Campo Testaccio“De Micheli scrucchia che è ‘n piacere…”. Scrucchia, come ha raccontato la figlia Luciana, in trasteverino significa che passa sempre, anche se qualcuno prova a fermarlo. Perché lui sarà anche testaccino d’adozione, ma è nato a Trastevere e guai a dimenticarlo. Non a caso Il Littoriale ne parlava cosi: “Nato a Roma, è dei romani il più autentico rappresentante, poiché Trastevere è la roccaforte dei discendenti di Romolo e Remo, e De Micheli è trasteverino al 100%”. Il suo soprannome era “er faciolaro”, perché il padre aveva un magazzino di legumi a Piazza San Cosimato. Non era un granché dal punto di vista tecnico ma l’avversario, con le buone o più spesso con le cattive, lo fermava sempre. Hegel diceva che nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione. E quel ceffone si, è figlio di una grande passione chiamata RomaPagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Attilio Ferraris IV, il capitano che nascose Bruno Buozzi dai nazifascisti

Pagine Romaniste (F. Belli) – Gli inglesi avevano George Best, gli argentini Maradona, i romani Attilio Ferraris IV. Del resto Norman Mailer diceva che il genio è riuscire a stare in equilibrio sul bordo dell’impossibile. Quella del primo capitano della storia della Roma è una vita fatta di vizi e sregolatezze: dalle sigarette alle corse dei cavalli, ai mille amori vissuti tra le notti oscure della Città Eterna. “IV” perché quarto a giocare a calcio dopo i fratelli, tutti più scarsi di lui. Muove i primi passi nella Fortitudo e quando nasce la Roma nel 1927 con la fusione della sua società col Roman e l’Alba ne diventa immediatamente capitano. Il primo capitano della storia giallorossa. Non può essere altrimenti: è il più forte e carismatico delle società che hanno partecipato alla fusione. Non a caso è celebrato anche dalla canzone di Campo Testaccio“Poi ce sta Ferraris a mediano, bravo nazionale e capitano”. Tra i mille aneddoti che lo vedono protagonista nella Roma degli albori, il più simbolico è quello del giuramento: prima di ogni gara riuniva i compagni in cerchio e urlava: “Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste; chi desiste dalla lotta è un gran  ****** (il resto come si suol dire è fatto noto). Così lo descrive dopo il ritiro Ettore Berra, compianto giornalista sportivo piemontese: Ferraris aveva la dote di servire lungo. Si teneva in posizione arretrata e serviva l’attacco con lunghi traversoni che spaziavano il gioco offrendo spunti di offensiva senza peraltro scoprire la difesa”. Erano ricorrenti le sue bravate e le notti bianche che l’hanno portato più volte in collisione col presidente di allora, Renato Sacerdoti. Era un rapporto conflittuale il loro, alla “Odi et Amo”. Più volte il vaso della pazienza del patron è stato sul punto di traboccare, e l’11 marzo del 1934 la misura fu colma. I giallorossi, in vantaggio 3-0 al derby, si fanno rimontare sul 3-3 dopo l’ennesima notte brava e i due litigano furiosamente. Al capitano viene tolta la fascia e viene messo fuori squadra, così decide di lasciare la Roma. E’ un ultra trentenne e ormai il meglio della carriera sembra alle spalle.

La vittoria del Mondiale, il tradimento e perdono, il rifugio a Bruno Buozzi

E invece no. Il ct della Nazionale Vittorio Pozzo lo raccatta in una sala da biliardo a Via Cola di Rienzo e lo convince a rimettersi in forma per un po’ per recuperare in vista del Mondiale del ’34. Attilio si rimette in carreggiata e si presenta in formissima al ritiro, diventando in breve uno dei pilastri fondamentali per l’Italia campione del mondo a fine torneo. Poco dopo diventa anche un leone. A Highbury va in scena un’amichevole contro l’Inghilterra e gli azzurri sono sfavoriti. Sembra strano che la Nazionale campione del Mondo non abbia i favori del pronostico, ma gli inglesi, i maestri indiscussi, avevano snobbato la competizione per un mal riposto senso di superiorità. Del resto il calcio l’hanno creato loro. Dopo appena dodici minuti l’Albione è in vantaggio di tre gol e di un uomo. Tutto fa pensare a una disfatta storica e invece gli azzurri, trainati da Attilio che poi verrà nominato migliore in campo, accorciano le distanze con una doppietta di Meazza che sul finale prende anche una traversa. La stampa britannica celebrerà quella squadra come i “leoni di Highbury”. A livello di club le cose vanno peggio: con la ferita dell’addio ancora aperta decide per rivalsa di andare alla Lazio. Al primo derby a Testaccio i tifosi gli urlano di tutto: “Venduto, venduto!”, e altre cose indicibili e decisamente meno gentili. La sua avventura con i cugini dura poco però e qualche anno dopo torna alla Roma, disputando con i giallorossi la sua ultima stagione nel calcio che conta. Del resto non c’è vero tradimento senza perdono, e il tempo cura tutte le ferite. Morirà giovanissimo d’infarto mentre stava giocando una partita tra amici a MontecatiniTestimoni confermano che prima della gara abbia quasi profetizzato: “Non me fate fa la fine de Caligaris”, il terzino della Juventus morto pochi anni prima in campo. Ma visto che oggi è il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, è importante anche ricordare un gesto eroico del primo capitano della storia della Roma. Dopo l’armistizio del ’43 ospita in casa sua ai Parioli un certo Mario Alberti, un signor nessuno visto che è un’identità falsa. In realtà è Bruno Buozzi, il “padre del sindacato”, ex deputato socialista inviso al regime Fascista già da molti anni. E’ uno degli obiettivi primari degli invasori, non a caso sarà ucciso comunque qualche mese dopo sulla Cassia. Per diventare un eroe non serve un’arma, ma grande cuore e coraggio. E Attilio ne aveva da vendere. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Giuliano Taccola, il “figlio di Roma” ricordato dai tifosi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Si dice che la vita sia un sogno da cui ci sveglia la morte. Tutti i tifosi della Roma si sono svegliati quel maledetto 16 marzo del 1969, il giorno della morte di Giuliano Taccola. Si è svegliato anche un ragazzo, ora un po’ più anzianotto, di nome Claudio. Per capire questa storia occorre tornare alla vigilia di Spal-Roma della scorsa stagione, quando i capitolini erano alla disperata ricerca di punti a poche settimane dalla sconfitta col Porto e successivo fine ciclo di Di FrancescoAl termine della conferenza stampa del prepartita, in quella che sembra una normale vigilia di campionato, Ranieri annuncia che i suoi scenderanno in campo con una patch con scritto “Giuliano“, quasi commosso. Non è un giorno qualsiasi, sono passati 50 anni da quel pomeriggio tragico, vissuto in prima persona dallo stesso Ranieri che era entrato da poco nella Primavera giallorossa appena diciassettenne. Un ragazzo, appunto. Si era appena conclusa Cagliari-Roma, e Giuliano Taccola era morto per un arresto cardiaco. Da mesi ormai soffriva di frequenti attacchi febbrili, svenimenti improvvisi, cali di pressione. Aveva subito anche un intervento per l’esportazione delle tonsille, ma i problemi erano continuati. Sono tanti i dolori che affliggono quella giovane promessa, e la necessità di vederlo in campo il prima possibile complica la situazione: è una pedina fondamentale e la Roma non può privarsene. Sono tanti, troppi, i malori avvertiti dopo allenamenti e partitelle, ma continua a giocare e a stare male.

Il processo a Herrera e Taccola “figlio di Roma”

Senza girarci troppo intorno, uno dei principali sotto processo è l’allenatore Herrera. L’accusa proviene da un compagno di squadra, Cordova, intervistato di recente da Rete Sport“All’aeroporto, quando è arrivata la notizia della sua morte Herrera voleva andare via per giocare la Coppa Italia. Ci disse di tornare a Roma e io gli risposi: «Vattene o ti mettiamo le mani addosso». Alla fine io, D’Amato e Sirena rimanemmo a Cagliari dopo la morte di Taccola. Tra l’altro sulla morte di Giuliano non fu detta tutta la verità. Avrebbe dovuto riposarsi in montagna, il presidente Marchini era d’accordo, ma Herrera lo faceva allenare, e così a lui tornava la febbre…”. C’è stata un’inchiesta, ma è stata archiviata. Una ferita aperta per tutti coloro che l’hanno vissuta: dalla moglie che non ha mai dimenticato quell’amore finito troppo presto ai figli rimasti orfani, ai familiari, ai tifosi come quel diciassettenne che magari vedeva in Taccola un modello da seguire. Una storia che finisce nel dimenticatoio insieme a tutte quelle storie che vanno dimenticate, come se così facessero meno male. Improvvisamente però la ferita si riapre, torna a sanguinare: la Curva Sud include Giuliano Taccola tra i 16 “Figli di Roma” nella coreografia del derby dell’11 gennaio 2015. Ed è giusto ricordare, perché come diceva Wang Shu perdere il passato significa perdere il futuro. Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall of Fame: Francesco Rocca, il drammatico calvario “Kawasaki”

Pagine Romaniste (F. Belli) – Ci sono storie che vale la pena raccontare per quello che sono state. E poi ci sono storie che vale la pena raccontare più per quello che sarebbero potute essere, come quella di Francesco Rocca. Un terzino sinistro brillante costretto ad appendere gli scarpini al chiodo troppo presto, a 26 anni, a causa di un maledetto infame infortunio al ginocchio. Riavvolgiamo il nastro però: il ragazzo di San Vito Romano viene notato dalla Roma ed entra nelle giovanili nel 1971. Mancano cinque anni dall’inizio dell’incubo. La sua principale dote è la forza nella progressione palla al piede, nessuno riesce a fermarloGiorgio Rossi, storico massaggiatore del club passato a miglior vita poco tempo fa, ricorda come nelle amichevoli l’avversario diretto di Rocca doveva essere regolarmente sostituito perché non in grado di proseguire. L’esordio in campionato è datato 25 marzo 1973 a San Siro contro il Milan. Si tratta di un giocatore fisicamente superiore, come notato dall’allora capitano Cordova“Francesco, se corri così forte quando arrivi in fondo non trovi nessuno”. L’anno successivo esordisce anche nella Nazionale maggiore col ct Fulvio Bernardini contro “l’arancia meccanica” di Cruijff e compagni. “Fuffo” gli dice: “Qualsiasi cosa accada, ricordati che sei il più forte“. E’ vero. Nessuno riesce a fermare “Kawasaki“, soprannominato così dai tifosi giallorossi come le potenti moto giapponesi in voga quegli anni.

L’infortunio e il calvario

E poi arriva quel maledetto 10 ottobre 1976. Cesena-Roma, dopo tre minuti di gioco un avversario lo colpisce in scivolata. E’ un contrasto duro, ma sembra non sia successo nulla di che. Sembra. Il giorno dopo il ginocchio si gonfia e Francesco inizia a preoccuparsi. Il 16 ottobre è in programma una gara di qualificazione al mondiale contro il Lussemburgo e Kawasaki vuole giocare. Può scendere in campo, lo dicono i medici. E gioca. Ma gioca male attirandosi le critiche di stampa e tifosi. Ancora non si è consumato il fattaccio. Dopo due giorni torna ad allenarsi e i legamenti saltano. “Si era rotto tutto, legamento crociato anteriore, collaterale, menisco, capsula articolare e cartilagine. Avrei dovuto finirla lì”, ricorderà più tardi. Torna dopo mesi contro il Perugia ma a luglio il ginocchio si rigonfia. Si opera altre tre volte tra agosto del 77′ e il giugno del 78′, ma il calvario non finisce. Enzo Bearzot dirà: “Chi più di Francesco Rocca sarebbe stato l’uomo ideale per la mia Nazionale? Un fisico da leone, un fiato da vendere. Lo perdiamo per via di un ginocchio a pezzi dopo che avevo deciso che era lui uno dei miei punti fermi“. Si ritira nel 1981, un anno prima del successo azzurro al Mondiale di Spagna e due prima del tricolore giallorosso. Una storia interrotta all’origine e un calvario che lo tormenta ancora oggi. Infatti come ha dichiarato recentemente è da 40 anni, da quel 10 ottobre del 1976, che ogni sera si mette il ghiaccio sul ginocchio per attenuare l’insopportabile dolore. Un triste monotono gesto ormai quotidiano che rievoca le brutte sensazioni di quegli anni.  E’ questa la storia di Francesco Rocca, un uomo reso dal dolore più grande di quanto avrebbe voluto. Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Arcadio Venturi, il leader dell’annus horribilis

Pagine Romaniste (F.Belli) – “Signore e signori, da questo momento la Roma è in serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre”. E’ questa la frase più brutta che almeno una generazione di romanisti ha sentito. L’ha pronunciata Renato Rascel al Sistina annunciando l’unica retrocessione in Serie B. San Francesco diceva che un raggio di sole è sufficiente a spazzare via molte ombre, e Arcadio Venturi è il raggio di sole di quell’annus horribilis. Lui, che quella discesa l’ha vissuta sulla sua pelle in prima persona: “La città reagì molto male. Ci fu un vero e proprio scandalo, si diceva che alcuni giocatori non si impegnassero perché frequentavano ambienti poco consoni alla vita di uno sportivo. E la cosa non era poi così distante dalla realtà. Avendo iniziato da poco fui quello che risentì meno della retrocessione, se a livello societario la situazione era disastrosa, la stagione 1951/1952 per me fu una delle più importanti, dato che al termine del campionato potei disputare le Olimpiadi in Finlandia. Si, perché quel formidabile mediano e all’occorrenza mezzala, che dopo poco sarà anche capitano, è il primo giallorosso del dopoguerra a essere convocato in Nazionale. Poi continua: “Sull’annata di B ho un flash: giocavamo a Messina, nel vecchio stadio Celeste, e ci venne assegnato un calcio di rigore effettivamente non nitidissimo. Io ero il rigorista e lo realizzai tra i fischi assordanti del pubblico. Valse la vittoria e per me era un orgoglio”.

La sconfitta di Piombino e la promozione

Effettivamente in quella stagione ogni trasferta era un po’ speciale, perché tantissimi tifosi romanisti seguivano la squadra in piccoli stadi di categoria. Come quella contro il Piombino, evocata recentemente dl portiere del club toscano Cardinali“È stato sicuramente l’evento più importante a livello sportivo per l’intera città. In quella partita lo stadio si riempì all’inverosimile. C’erano ufficialmente 12.000 spettatori, non so come fecero ad entrare. La maggior parte dei romanisti vennero in treno, arrivando in città sin dalle prime ore dell’alba. Negli anni successivi la giornata non verrà dimenticata neanche a Roma, basti pensare alle dichiarazioni di Franco Evangelisti (presidente del club nel 1965) che dichiarò di amare talmente tanto la Roma da averla seguita persino in Serie B, avendola vista perdere a Piombino”. La sconfitta di Piombino come una medaglia al valore per ogni tifoso romanista appartenente a quella sfortunata generazione di mezzo tra i primi due scudetti. A fine stagione arriva la promozione grazie a una sola lunghezza di distanza dal Brescia e la Capitale festeggia come fosse un tricolore. Né i tifosi né capitan Venturi hanno mai abbandonato la barca: “Quell’anno, nonostante la Serie B, ci seguivano in massa ovunque e lo Stadio Nazionale era sempre pieno. Quando giocavo male con la Roma mi sentivo male”. Perché le emozioni si bruciano, i sentimenti si vivono. Pagine Romaniste (F.Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Guido Masetti, il ciancicone di Campo Testaccio

Pagine Romaniste (F. Belli) – Ognuno di noi è un eroe quando fa felice qualcuno. Il vero gesto eroico nel calcio, gesto capace di far scattare in piedi migliaia di persone dalla gioia, è il gol, di cui sopratutto l’attaccante è artefice. All’estremo opposto c’è il portiere che ha come ragion d’essere il negare questa gioia. Il “villain” di questa storia non ha bisogno di un vestito nero e nemmeno di un ghigno malvagio, ma solo di un paio di guanti. Ne ha avuti tanti la Roma di questi villain, ma pochi sono rimasti nella storia. Uno di loro è Guido Masetti, lo storico portiere dell’era Testaccio. “C’è Masetti ch’è primo portiere” diceva la canzone. Esordisce con la maglia del Verona e nel 1929 vuole trasferirsi nella Capitalegli viene negata la cessione e così, per ripicca, rescinde il contratto e va a giocare in un campionato alternativo, l’Unione Libera Italiana di Calcio, in una squadra da lui fondata. Già questo dice molto sul personaggio. Trascorre un anno sabbatico un po’ particolare e poi finalmente arriva il provino con la Roma. Non convince però l’allenatore Burgess“Di portieri come lei ce ne sono altri mille”. Ma “Fuffo” Bernardini si impunta e alla fine si arriva alla firma del contratto. Sarà il parametro 0 più importante della storia della Roma, anche se il parametro 0 all’epoca ancora non esisteva.

La Coppa del Mondo e il Tricolore del ’42

È anche un uomo spogliatoio il “ciancicone”, cosi chiamato dai tifosi per quel vizio di masticare in continuazione. Lo dimostra più volte. Come quando all’esordio in maglia capitolina si assume la responsabilità per un gol preso anche se gran parte della colpa era di De Micheli. O come quando, alla vigilia della finale della Coppa del Mondo del 1938 contro l’Ungheria, ottiene dal ct Pozzo un ruolo particolare: “La sera prima della gara dopo il consuetudinario “rapporto”, avevamo sguinzagliato Masetti. Bisognava distrarre i giocatori, non lasciarli pensare troppo all’avvenimento di cui erano protagonisti, farli dormire sonni tranquilli. E Masetti aveva superato se stesso, sfoderando tutto il suo repertorio di barzellette, di imitazioni, di scherzi. Addormentandosi i giocatori ridevano ancora. Si andava bene”. Gli azzurri vincono 4-2 e bissano il titolo mondiale di quattro anni prima. Perché Masetti, pochi lo ricordano, è anche un due volte campione del Mondo. Ma la gioia più grande della carriera, ci perdonerà la buonanima di Pozzo, è lo scudetto del 1942. Il primo tricolore a Roma lo alza il ciancicone, anche se appena un anno prima era a un passo dal Padova. Messo in lista trasferimenti e fuori dal gruppo, dopo 6 mesi la squadra rischia di retrocedere e viene reintegrato. Siamo tra la fine del 1940 e l’inizio del 1941 e il resto, il finale di quella stagione e i trionfi di quella successiva, come si suol dire è storia. Una storia di calcio, una storia di coppe e di un campione, e di un amuleto. Perché dopo quello scudetto per rivivere quei momenti i tifosi giallorossi dovranno attendere altri 41 anni, incatenati in una sorta di limbo d’agonia sportiva. E nel 1983 a Genova Falcao e company decidono di portarselo dietro come portafortuna in tribuna, e non è finita male. E’ un ruolo ingrato quello del portiere, solitario e colmo di responsabilità. Un cattivo, appunto, non un eroe. Come diceva Barthez: “La vita è fatta di piccole solitudini, quella del portiere di più”. Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Rudi Voeller, il tedesco volante solitario

Pagine Romaniste (F. Belli) – “In qualunque direzione tu vada, vacci con tutto il cuore” diceva Confucio. Corri, corri senza fermarti mai. Vai spedito verso la meta e arriverà in soccorso anche la buona sorte. Perché la fortuna è solo un dividendo del sudore, più si suda più la si ottiene. E allora corri, o al massimo vola. In altre parole: “Vola, tedesco vola”, il coro che la Curva Sud ha dedicato a Rudi Voeller modellato su “La notte vola” della CuccariniÈ lui l’ultimo acquisto di una certa rilevanza dell’era Viola. Arrivato nella Capitale nel 1987, nella sua prima stagione in Italia non ha brillato. Troppi infortuni e acciacchi, sono già pronte le sentenze dell’ambiente: “Avemo comprato un giocatore rotto”L’Eintracht è alle porte, la cessione è vicina. Ma il destino non ha fatto i conti con l’ingegner Dino Viola, che si impunta e lo costringe a restare realizzando una delle ultime meraviglie da presidente della Roma prima di spegnersi pochi anni dopo per un maledetto tumore all’intestino. Da quella stagione cambia tutto.

Il derby del Flaminio e le notti magiche

All’inizio non segna tantissimo ma fa reparto da solo in una squadra mediocre ormai vago ricordo di quella corazzata che era la Roma degli anni 80′. Significativo un racconto dell’ex compagno di squadra Rizzitelli“Una volta durante una partita mi si è avvicinato e mi ha detto: Ruggiero, stai qui. Sei stanco, ti vedo. Correrò io per te”. Il tedesco spicca il volo ma non dimentica quando è meglio restare a terra: il 18 marzo del 1990 decide il derby del Flaminio con un colpo di testa senza saltare. Indimenticabili in quella stagione testaccina quei due derby giocati lontani dall’Olimpico in ristrutturazione per le “notti tragiche”. Perché magiche lo sono state solo per i crucchi e per lo stesso Voeller, che avrà la gran bella soddisfazione di alzare la coppa del Mondo nel suo stadio, a casa sua. La stagione successiva è quella delle più grandi emozioni e delusioni personali per “Tante Kathe”, soprannome affibbiatogli dal compagno Berthold che proveniva anche lui da Francoforte dove le vecchie signore venivano chiamate così dai bambini. Segna 25 gol in stagione, più di chiunque altro in Europa, e trascina la Roma nelle finali di Coppa Italia e Coppa Uefa. La prima sarà vinta con i campioni d’Italia della Sampdoria. La seconda, ahime, persa contro l’Inter in una doppia sfida maledetta. Chi vola in alto è sempre solo, e lui è stato maledettamente solo in quella Roma più “de core” che altro. A proposito, oggi compie 60 anni. Tanti auguri Rudi Voeller! Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Giorgio Carpi, il signorino con la Roma(n) nel cuore

Pagine Romaniste (F. Belli) – Roma-Lazio, 11 gennaio 2015. I giallorossi secondi in classifica guidati da Rudi Garcia rimontano un doppio svantaggio grazie a una doppietta di Totti. Gol in spaccata, selfie, miracolo di De Sanctis all’ultimo su Klose e tanto altro. Il vero show però è sugli spalti. Prima del match la Curva Sud dà vita a una delle più belle coreografie di sempre: 16 volti storici del club innalzati sopra uno striscione che recita: “Figli di Roma, capitani e bandiere. Questo il mio vanto che non potrai mai avere. Tutti giocatori formidabili che si sono contraddistinti per il loro attaccamento alla maglia, una fedeltà cieca che vale loro appunto la denominazione di “capitani e bandiere”. Due di questi volti però raccontano una storia diversa: Giorgio Carpi e Giuliano Taccola. Due giocatori che non hanno giocato insieme neanche 100 partite in Serie A. E allora perché sono stati scelti? Oggi raccontiamo la storia di Giorgio Carpi. Nasce a Verona nel 1909 da una famiglia aristocratica, col padre Andrea che entra nella dirigenza del Roman club portando tutta la famiglia con se nella CapitaleLa Roma ancora non esiste. Il padre sarà uno di quei dirigenti favorevole alla fusione con la Fortitudo e l’Alba Roma che porterà alla nascita, nel 1927, dell’Associazione Sportiva Roma, nonostante morirà pochi mesi prima in un incidente stradale. Giorgio era la stella del Roman, e per questo fu uno dei pochi della sua squadra selezionato anche nella nuova società. Rimarrà alla Roma, prima da giocatore e poi ricoprendo vari incarichi dirigenziali, fino al 1959.

La scelta d’amore e il primo derby capitolino

Non percepisce mai uno stipendio: il suo attaccamento è tale da farlo giocare senza compenso, accontentandosi del rimborso spese. E’ vero, se lo può permettere, ma il suo gesto è comunque straordinario. Non era un campione, e non a caso trova pochissimo spazio in prima squadra. Il “signorino”, così chiamato per le origini nobili e il portamento di alta classe, ha fatto una scelta: quella di rimanere ai margini. Riesce comunque a togliersi una bella soddisfazione: gioca la partita d’inaugurazione di Campo Testaccio contro il Brescia, recuperando il pallone da cui poi nasce il primo gol storico di Volk. E poi c’è anche un altro episodio. Così il giornalista Vittorio Finizio racconta la sua estasi e quella di altri compagni dopo il primo derby vinto, con gol di Volk: “Tripudi, osanna e scarrozzata finale in Via del Gambero, dove era la rinomata bottiglieria Farneti. Farneti era stato magnate dell’Alba, non aveva digerito la fusione, si era fatto laziale. Ed ecco pronti Carpi, Bibbitone, Degni e naturalmente Attilio Ferraris IV passargli e ripassargli davanti in carrozza, con facce da luna piena. Questo era il clima di quel primo derby capitolino!”. Un romanista vero, pronto a festeggiare in prima linea. Ed è per questo che il signorino era in quella coreografia, perché il tempo passa ma i sentimenti restano. E non vengono dimenticati. Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Sergio Santarini, il libero che ha fermato Pelè

Pagine Romaniste (F. Belli) – Lo stoico Epitteto diceva : “Nessuno è libero se non è padrone di se stesso”. L’uomo veramente libero quindi può scegliere di fare una cosa piuttosto che un’altra, anche se sbagliata. La chiave di tutto è la scelta. E così nel gergo calcistico il “libero” è il difensore che, sciolto dall’obbligo di marcare un avversario, può tenere la palla e impostare l’azione come un vero e proprio regista arretrato. Ruolo nato in Svizzera negli anni 30′ col Servette di Rappan, ha raggiunto poi il culmine col suo più celebre interprete Beckenbauer, salvo poi cessare di esistere col fuorigioco e la difesa a zona. E’ un ruolo, quello del difensore libero, che ha rivoluzionato il calcio. A Roma questa rivoluzione è stata importata da Sergio Santarini. Cresciuto calcisticamente nel Rimini, si fa notare in un’amichevole col Venezia che l’aveva richiesto solamente per l’occasione contro il Santos. In quella partita, a 20 anni, marca il giocatore più forte del mondo Pelè in maniera formidabile, senza concedergli il minimo spazio. Viene così notato e poi acquistato dall’Inter di Herrera, che lo ha impiegato come sostituto dello storico libero nerazzurro Armando Picchi. E cosi quel giovane stopper si trasforma in libero, imparando dal compagno di reparto.

L’arrivo a Roma e la rivoluzione col barone

Quando il mago prende il treno in direzione Roma, che è sempre il treno più bello che parte da Milano, se lo porta con se, preferendolo a “Core de Roma” Losi. Ma la svolta arriva col barone. Come lo stesso Santarini dirà: “Ora mi torna in mente il ritiro di Brunico. Proposi a mister Liedholm di modificare il nostro sistema di gioco. Accettò immediatamente, aggiungendo con il suo sorriso e il suo modo di fare: ‘Però… mi date una mano?!’. Insieme a lui, e lo dico con sincera umiltà, siamo stati i primi a rivoluzionare il calcio italiano lanciando il modulo a zona. Grandi critiche agli inizi, ma la strada da seguire sarebbe stata quella. Scelgo questo episodio perché la Roma, altrimenti, non sarebbe diventata quello che è diventata”. Una rivoluzione, quella di cui Santarini fu ideatore e in parte artefice, che porterà la Roma a vincere lo scudetto nel 1983. Uno scudetto che non vedrà mai, perché se ne era già andato al Catanzaro. Non è ormai così giovane da reggere la difesa a zona, non a caso già nell’ultima stagione aveva perso il posto da titolare. Ma come dirà Falcao al termine di quella cavalcata gloriosa: “Se oggi abbiamo vinto lo dobbiamo anche a tutti quelli che hanno iniziato il lavoro con noi tre anni fa. Mi riferisco a Santarini…”. Questa è la storia di “Santa“, un vero e proprio sognatore, perché senza sogno non esiste la rivoluzione. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Giancarlo De Sisti, il “Picchio” dal calcio semplice

Pagine Romaniste (F. Belli) – La terra gira e non cade. La trottola gira e non cade. Quello che gira non cade mai. Non è caduto mai Giancarlo De Sisti, in arte “Picchio”, trottola in romanesco. Trottola perché era ovunque in campo, girava e girava e non lo fermava nessuno. Nato nel bel mezzo della seconda guerra mondiale nel quartiere del Quadraro, cresce nella Primavera della Roma e diventa titolare giovanissimo sotto la guida del mago Herrera, che almeno qualche coniglietto dal cilindro per i tifosi romanisti l’ha tirato fuori. Era un centrocampista dotato di grande classe ma molto concreto, che optava per uno stile di gioco semplice, fatto di passaggi corti piuttosto che inutili lanci lunghi. Del resto anche Cruijff diceva: “Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia. Si diceva, probabilmente esagerando, che sbagliasse la modica quantità di un passaggio a campionato. La sua ascesa come campione e idolo dei tifosi giallorossi però viene bruscamente fermata da una cessione forzata alla Fiorentina, che salva le casse della società da un probabile fallimento e apre le porte alla stagione della “Rometta”. Dedica quindi i suoi anni migliori ai viola, vincendo anche uno scudetto nel 1969. L’anno dopo il Picchio raggiunge anche l’apice in Nazionale, giocando da titolare la partita del secolo contro la Germania Ovest ed arrendendosi solo al Brasile di Pelè, contro quella che ancora molti oggi ritengono la formazione più forte di sempre. Resta comunque la soddisfazione di aver vinto l’unico Europeo conquistato dall‘Italia due anni prima, nel 1968.

Il ritorno alla Roma e il gol alla Lazio

I grandi amori però non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, come diceva Antonello Venditti. Nel 1974, a 31 anni, De Sisti torna alla Roma per volere del barone Liedholm. Ed è legato proprio a quell’anno la più grande gioia della carriera di Picchio. E’ il primo dicembre e si gioca il derby, la Lazio arriva col tricolore sul petto e imbattuta nella stracittadina da ben 5 anni, un’infinità. Bisogna riportare la chiesa al centro del villaggio (citazione ante litteram di Garciana memoria), e così la decide con uno splendido gol da fuori area, proprio lui uno che di reti ne ha segnate pochissime in quasi vent’anni di carriera. Un momento così importante, così iconico che la Curva Sud al termine del match decise di donargli un elmetto, una sorta di incoronazione a leggenda dell’olimpo giallorosso che ricorda quella di papa Leone III a Carlo Magno di qualche epoca antecedente. Dostoevskij diceva: “Le piccole cose hanno la loro importanza: è sempre per le piccole cose che ci si perde”E’ stata questa la fortuna di Giancarlo De Sisti in arte Picchio, un uomo semplice che non si è perso mai. Pagine Romaniste (F. Belli)