Roma, che show! Salah imprendibile e Dzeko da record: San Siro è giallorosso

(A. Ferrantino) – Allora sulla panchina della Roma sedeva Luciano Spalletti e a disposizione del mister, ancora per qualche settimana, c’era Francesco Totti. Quella fu l’ultima volta che il capitano affrontò il Milan e la Roma, per rendere indimenticabile questo match, disputò una delle sue migliori performance stagionali. A San Siro i giallorossi passeggiano sugli avversari, demoliti dalla doppietta di Edin Dzeko e le reti di El Shaarawy e De Rossi su rigore. I rossoneri rispondono presente con l’inutile gol di Pasalic che ha evitato il cappotto.

Quel 7 maggio 2017 la Roma, dopo la sconfitta nel derby, mise spalle al muro il Milan. Gli uomini di Spalletti conservarono il secondo posto sfoderando una grande prestazione a San Siro, una di quelle partite difficili da dimenticare. I giallorossi hanno umiliato il Milan dando sul campo una risposta a chi riteneva fossero ormai in piena riserva.

È stata la notte di Dzeko. Il bosniaco con quella doppietta mise a tacere le voci che in settimana l’avevano definito ancora una volta attaccante mai decisivo nei momenti importanti. Tutti zitti dopo che Edin si è rubato la scena a san Siro con una doppietta d’autore e un assist fondamentale a El Shaarawy in occasione del 3-1 che ha chiuso definitivamente i conti.

Senza gli squalificati Rudiger e Strootman, Spalletti ha deciso di spostare a destra Emerson e di mettere Paredes al fianco di De Rossi. Infine ha rilanciato Perotti a sinistra, rispedendo El Shaarawy in panchina. Montella ha invece replicato rilanciando De Sciglio, mettendolo a sorpresa a destra al posto di Calabria e non dall’out opposto in sostituzione di Vangioni. Poi ha rivisto la mediana, priva dell’appiedato Kucka, con gli innesti di Pasalic e Sosa, preferito a Locatelli.

La Roma è partita la quinta ingranata e, dopo soli 8′, è passata in vantaggio. Salah ha rubato palla sulla trequarti e ha duettato con Dzeko che ha scaraventato il pallone sotto il sette con un missile dal limite. Il Milan ha avuto una reazione d’orgoglio ma ciò non è servito a placare l’armata giallorossa. Sfruttando i larghi spazi lasciatigli dai rossoneri, la Roma ha replicato colpo su colpo e, dopo un palo colpito da Perotti con un gran destro a giro, ha raddoppiato al 28esimi ancora con Dzeko. Al 76esimo invece la rete di Pasalic illude il Milan che da lì a poco sarebbe stato martire sotto i colpi dei giallorossi.

Neppure il tempo di credere nel pari che il Milan ha incassato la doccia gelata dell’1-3 siglata, ironia della sorte, dall’ex El Shaarawy che, sfruttando una torre di Dzeko, ha infilato sotto l’incrocio un gran destro dal limite. Il Milan alzò bandiera bianca ma la Roma non si fermò e continuò a tirare in porta con facilità elevata. All’88’ arriva il poker giallorosso realizzato da De Rossi su rigore concesso da Rizzoli dopo un ingenuo fallo di Paletta ai danni di Salah lanciato a rete.

MILAN (4-3-3): Donnarumma, De Sciglio, Zapata, Paletta, Vangioni (24’st Ocampos), Pasalic, Sosa (43’st Gomez), Mati Fernandez (1′ st Bertolacci), Suso, Lapadula, Deulofeu (30 Storari, 35 Plizzari, 96 Calabria, 46 Gabbia, 73 Locatelli, 18 Montolivo, 10 Honda, 70 Bacca, 63 Cutrone). All.: Montella.

ROMA (4-2-3-1): Szczesny, Emerson, Manolas, Fazio, Jesus, Paredes, De Rossi, Salah, Nainggolan (27’st Grenier), Perotti (15’st El Shaarawy), Dzeko (dal 38′ st Peres) (19 Alisson, 18 Lobont, 15 Vermaelen, 21 Mario Rui, 30 Gerson, 10 Totti). All.: Spalletti.

ARBITRO: Rizzoli di Bologna 6.

RETI: nel pt 8′ e 28′ Dzeko; nel st 31′ Pasalic, 33′ El Shaarawy, 42′ De Rossi (R).

Il Foggia si colora di giallorosso, il romano romanista Petermann: “Mourinho è un grande. La Roma può vincere la Conference”

(A. Ferrantino) – Quest’anno ha forse vissuto la sua migliore stagione. Sotto la guida esperta di Zdeněk Zeman è migliorato molto in costruzione, nella fase di pressing e interdizione. Il salto di qualità del Foggia è dunque attribuito anche alla crescita del suo regista, Davide Petermann, il metronomo che sinora ha siglato 5 gol e confezionato 10 assist vincenti ai suoi compagni di squadra. Romano e romanista, da buon mediano si ispira a Daniele De Rossi ma il suo idolo è Francesco Totti. In campo non si risparmia mai, è un vero lottatore, e il Foggia per superare l’ostacolo Turris ha bisogno del suo numero 25.

Ciao Davide, iniziamo dalla prossima gara. Quest’anno la Turris è stata un’avversaria ostica per il Foggia. Come state preparando il match e quante chance avete di farcela.

“La Turris è una squadra che gioca un ottimo calcio e nelle 2 partite di campionato ci ha messo in difficoltà. Noi stiamo preparando la partita nei minimi dettagli, abbiamo il vantaggio di giocare in casa davanti al nostro pubblico, stiamo in un ottima condizione fisica e abbiamo enorme voglia di continuare i play off”.

La tua prima stagione al Foggia è stata straordinaria. Quanto ha influito la guida di Zeman.

“Sono molto contento della mia prima stagione a Foggia, mi sono trovato benissimo con tutti: sia con i compagni di squadra che con i tifosi. Zeman è un valore aggiunto, un grande allenatore e una persona fantastica. Sicuramente il mio rendimento e frutto dei suoi consigli e allenamenti”.

Fanno davvero così paura gli allenamenti del mister?

“Qualche giorno prima di partire per il ritiro ero un po’ preoccupato. In effetti è stata molto dura la preparazione ma devo ammettere che anche durante il campionato gli allenamenti sono molto intensi. Però ci si abitua, e se poi i risultati sono questi va benissimo così”.

Sei romano romanista. Com’è nata la passione per i colori giallorossi?

“Ho tutta la mia famiglia che da sempre ha tifato Roma, di generazione in generazione, e così non potevo fare una scelta diversa”.

C’è un giocatore della Roma a cui ti rifai?

“Per un romano e romanista Francesco Totti rappresenta il giocatore più importante di sempre. Io personalmente non ho un modello ben preciso per quanto riguarda la Roma di oggi, ma quest’anno credo che Oliveira si stia rivelando un centrocampista molto forte che serviva alla Roma”.

Soddisfatto della prima stagione di Mourinho?

“Mourinho è un grande. Sono molto soddisfatto del suo operato. Per essere il primo anno penso sia stata una stagione positiva sperando di centrare un posto in Europa”.

La Roma la può vincere la Conference League?

“La Roma ha tutte le carte in regola per arrivare in finale e vincere la Conference League”.

Hai detto che è da folli non venire a giocare a Foggia. Cosa ti ha trasmesso questa città.

“Per me è da folli non venire a Foggia perché è una città che vive di calcio. A me ha trasmesso tanto, entrare nello stadio la domenica e vedere i nostri tifosi incitarci per 95 minuti è unico”.

Qual è il sacrificio o fioretto più grande che faresti in cambio di una promozione in B con il Foggia?

“Cosa farei per la promozione del Foggia in B? Sinceramente farei qualsiasi cosa, non saprei .. mi tingo i capelli di rosso? Qualsiasi cosa”.

Perez, il riscatto del Desaparecido

(Federico Sereni) – Tanta sofferenza, ma alla fine vince la Roma ed è l’unica cosa che conta. Lo fa grazie all’eroe inaspettato, al Desaparecido. Sì, perché la stramba rimonta all’Olimpico ha un nome ed un cognome: Carles Perez. Il calciatore finito ai margini della rosa, utilizzato a piccolissime dosi da Mourinho è decisivo in una partita che per i giallorossi stava diventando maledetta. Per altro con un gol di pregievole fattura, di quelli che peschi dal cilindro e che rimangono negli annali. Lo spagnolo riapre il match con un sinistro a giro che si insacca alla destra di Sepe, inerme al momento dell’esecuzione, che fa gioire i 65mila dell’Olimpico. E pensare che l’esterno aveva giocato solamente 31 minuti in tutto il 2022 e non segnava da quasi un anno: era il 25 aprile 2021 a Cagliari, dove la Roma perse 3-2. Ma l’ex Barca quando vede la Salernitana si accende: all’andata fu decisivo con il primo (e unico) assist che portò al primo gol di Abraham con la maglia della Roma.

Ma l’apporto di Carles è andato oltre la marcatura: “Sono felice per lui, è un ragazzo fantastico e lavora come nessuno, per il nostro sistema tattico non sta trovando possibilità e oggi l’ho messo in una posizione iper-offensiva dentro una squadra che non aveva nulla da perdere. Lavora bene e sempre con la bocca chiusa” dirà Mourinho al termine del match. Un elogio importante, sicuramente meritato per il classe 1998 che potrebbe ritrovarsi dopo tanto tempo, con un po’ di fiducia. Visibilmente emozionato Perez all’ottava marcatura con la Roma e la quarta in Serie A: “Segnare è stato bellissimo, era tanto che non mi capitava, e quando i tifosi chiamano il tuo nome è bellissimo, Ringrazio i tifosi per come ci aiutano”. Chissà che possa essere un nuovo inizio.

Il primo Abraham è promosso: gol, corsa e tanta qualità

(Federico Sereni) – È stato l’acquisto dell’estate, il più esoso almeno in termini di investimento. In ordine di tempo è però arrivato dopo Rui Patricio, Shomurodov e Viña e ha fatto inevitabilmente molto più clamore. Il 15 agosto è sbarcato a Roma Tammy Abraham, l’attaccante del Chelsea campione d’Europa in carica, pronto a prendersi il 9 lasciato libero dall’altro centravanti che tanto bene ha fatto nella Capitale, Edin Dzeko. Mourinho dirà poi che il mercato è stato di “risposta”, ma le aspettative sul centravanti inglese sono tante perchè l’investimento da 40 milioni di euro e un contratto fino al 2026 significa tanto, troppo.

Certo, difficile prendere il trono di un centravanti come Dzeko che ha fatto innamorare i tifosi giallorossi con i suoi 119 gol in 260 presenze, con giocate da fuoriclasse e colpi da campione, diventando anche il terzo miglior marcatore e il miglior marcatore straniero della storia della Roma. Dunque tante aspettative, l’ombra del bosniaco alle spalle, l’investimento fatto: tanti gli ingredienti per poter fallire in una piazza calda e pazza come quella romana. Qualcuno avrebbe potuto pensare anche alla poca esperienza del centravanti inglese, che magari avrebbe fatto fatica ad adattarsi ad un calcio diverso.

Ma la risposta di Abraham in questa prima parte della stagione è stata esaltante. Ma partiamo dall’inizio. L’attaccante inglese, arrivato da pochi giorni a Roma, viene schierato a sorpresa dal 1′ contro la Fiorentina in un Olimpico “pieno”. Il match finisce 3-1 e a segnare sono Mkhitaryan e Veretout, ma la scena la ruba quel ragazzo arrivato da Londra da qualche giorno. Abraham chiude il match con due assist, una traversa e riesce provocare l’espulsione di Dragowski. Mette in campo poi un repertorio di dribbling, passaggi e sponde che entusiasma i tifosi dell’Olimpico. Poi il primo gol contro la Salernitana (un destro micidiale a baciare il palo) e quello contro l’Udinese (di tacco e a porta sguarnita). Poi una piccola flessione dopo la sconfitta contro la Lazio, ma l’ambientamento al calcio italiano non è mai semplice e Mourinho lo sa bene tanto che lo difende quando cominciano a venire fuori alcune critiche: “Viene da una squadra, il Chelsea, che è abituata a dominare e in cui le punte che devono pensare solo segnare. Da noi deve anche lavorare per la squadra. Deve crescere anche a livello fisico e di fatica“.

La svolta però arriva con il Venezia quando Mou decide di cambiare modulo, di passare al 3-5-2 e dare un sostegno accanto ad Abraham, un altro centravanti a supporto. Da quel momento Tammy trova continuità e rendimento costante che lo portano a segnare in quella partita in Laguna (persa poi 3-2), contro il Torino e nella fantastica vittoria per 4-1 contro l’Atalanta. In Conference è attualmente il capocannoniere con 6 gol. Il bottino tra Serie A e Conference League recita 12 gol e 3 assist: uno score da invidiare anche se solo paragonato a quello del suo predecessore al primo anno in Italia. E pensare che senza la sfortuna e problemi di mira sarebbe già a 20 gol: il centravanti in questo scorcio di stagione ha già colpito 8 legni.

A proposito dei numeri di Dzeko: il centravanti bosniaco aveva deluso al suo arrivo dal Manchester City con appena dieci gol in tutta la stagione tra campionato e Champions. Abraham lo ha già superato a metà della stagione: se questo è l’inizio c’è da divertirsi.

Juve Roma 1-0: la Roma gioca meglio ma esce sconfitta. Niente stop per Orsato

 

Pagine Romaniste (F. Belli) – Torna la Serie A dopo la sosta per le Nazionali, ma la Roma esce sconfitta dall’Allianz Stadium, complice anche un episodio arbitrale dubbio a fine primo tempo. I padroni di casa si portano in vantaggio al 16′ con un gol di Kean, a fine primo tempo Orsato annulla il gol di Abraham (in campo regolarmente dal 1′) ma concede il calcio di rigore ai giallorossi. Va Veretout sul dischetto, ma para Szczesny e il risultato rimane sull’1-0. Nonostante i numerosi tentativi la Roma non riesce a trovare il gol del pareggio e rimane ferma a 15 punti in classifica. Nella sconfitta (1-0) contro i bianconeri, Nicolò Zaniolo è stato costretto ad uscire verso il 30′. Il trequartista giallorosso ha riportato un trauma in iperflessione al ginocchio sinistro. Nelle prossime ore ci saranno gli esami per valutare l’entità. La Roma ha giocato bene, anche se non è riuscita a trovare i tre punti. Lo ammette a fine gara anche Allegri: “E’ stato complicato giocare contro la Roma e lo sapevamo anche prima. La Roma avrebbe meritato ampiamente il pareggio. Sono partite che giochi sugli episodi e questa volta sono andati dalla nostra parte. Se giochi con lo spirito giusto quelli vengono dalla tua parte“. Capitolo Orsato: l’arbitro è stato pesantemente contestato per la gestione della gara soprattutto in seguito alla scelta di assegnare il calcio di rigore (poi sbagliato da Veretout) invece di lasciar correre e convalidare il gol di Abraham. Niente stop per lui. Questa la decisione dell’AIA dopo una serata turbolenta per il fischietto di Schio. Il rigore concesso ai giallorossi per il contatto Szczesny-Mkhitaryan con mancata applicazione della norma del vantaggio è stato ritenuto dai vertici arbitrali sicuramente penalizzante nei confronti della squadra di Mourinho, ma viene valutato come un “errore-non errore”.

Francesco Belli

Lazio-Roma 3-2: Mourinho perde la stracittadina e la calma in conferenza stampa

Pagine Romaniste (F. Belli) – La Roma esce sconfitta dal derby della Capitale. I giallorossi vanno sotto nel primo tempo con uno-due pazzesco della Lazio che dopo 19′. La prima rete è di Milinkovic che, su un bell’assist di Felipe Anderson, anticipa di testa Rui Patricio. La seconda è il classico gol dell’ex: Immobile involato in contropiede serve Pedro che di prima batte il portiere portoghese. La reazione della Roma è veemente tanto che al 41′ Ibanez accorcia le distanze sugli sviluppi di corner. Nel secondo tempo la squadra di Mourinho prova più volte ad affacciarsi dalle parti di Reina, ma viene colpita nel suo momento migliore: sempre Immobile in contropiede sterza in area su Mancini e offre un assist a porta sguarnita per Felipe Anderson. Vano il rigore trasformato da Veretout al 69′, dato dopo un fallo di Akpa Akpro su Zaniolo. Queste le parole di Mourinho a fine gara: “Lasciami dire qualcosa di positivo da uno che è stato in Italia più o meno 10 anni fa. Il calcio italiano è migliorato tanto, la qualità del gioco, la voglia di vincere è migliorata tanto. Però purtroppo una partita fantastica e arbitro e VAR non hanno avuto la dimensione di una partita di questo livello. Nella situazione del secondo gol invece che 2-0 poteva essere 1-1. Ha sbagliato l’arbitro, il VAR, tutti. Questo è troppo. Il secondo giallo a Lucas Leiva è anche importante. Giocare contro 10 significa tanto. Dopo 2-3 situazioni molto simili a quella di Pellegrini che ha ricevuto il rosso, ma oggi assolutamente niente. Penso che i miei giocatori siano stati la squadra migliore in campo, quando concedi tre gol ovviamente hai sbagliato qualcosa, ma il 2 e 3 sono contropiedi. Nel secondo gol la squadra aspettava il rigore e non il contropiede, però ha giocato, abbiamo provato, abbiamo dominato. Anche noi in panchina le abbiamo provate tutte, abbiamo messo la Lazio in grande difficoltà. Hanno fatto la gestione degli ultimi minuti come hanno voluto fare e l’arbitro lo ha permesso, è così. Non ho tanto di più da dire“. Piccola curiosità: a fine gara lo Special One si ha disertato la conferenza stampa. A far infuriare il tecnico portoghese sarebbe stata la modalità con la quale si è deciso di condurre la conferenza stampa, cioè senza domande dirette dei giornalisti ma solo da remoto. Queste le sue parole urlate al delegato della Serie A: Chi l’ha decisa questa cosa?”. “L’ha scelto la Lazio, aveva questa possibilità. Le domande le deve fare il vostro addetto stampa” risponde l’uomo. “L’ha scelto per il suo allenatore, io voglio parlare con i giornalisti – ribatte il portoghese – Non c’è rispetto per la gente che lavora. Questa regola è una cazzata, io voglio parlare alla stampa e voi non mi lasciate parlare. L’addetto stampa non è un giornalista”. L’uomo della Lega prova a calmare: “È la modalità che ha scelto la Lazio, non devi prendertela con me”. Ma Mourinho è furioso“È una modalità del ca***, mettitela nel c**o questa modalità”. Post partita caldo, da derby. Per la Roma ora testa solo a giovedì, alla gara contro lo Zorya in Conference League.

Francesco Belli

Viaggiando nella Hall of Fame: Paulo Roberto Falcao, il “gaucho” che ha illuminato Roma

Pagine Romaniste (F.Belli) – E’ il giorno di San Lorenzo di un estate di inizio anni 80′, un estate speciale per ogni tifoso romanista. E’ l’estate dell’arrivo di Paulo Roberto Falcao, colui che da lì a poco sarebbe diventato l’ottavo re di Roma. Un campione mai dimenticato, diventato leggenda prima ancora del diffondersi del mito, come accade solo a pochi privilegiati. Il divino, perché il suo modo di giocare non era qualcosa di umano, ma piuttosto di trascendentale. Qualcosa che, almeno a Roma, non si era mai visto. Disse in tempi recenti il figlio Giuseppe: “C’è una Roma prima di Falcao e una Roma dopo Falcao”. La rivoluzione importata nella Capitale da un brasiliano che “meno brasiliano non c’è”. In altri termini Gaucho, soprannome dato a tutti coloro che sono nati nel sud del Brasile, la contraddittoria terra dove la dittatura militare e la Democrazia corinthiana di Socrates riescono a convivere nello stesso periodo. Ma queste sono altre storie. Lui, quel ragazzo cresciuto ad Abelardo Luz, circondario di Xanxere, non viene però dal Timão. Viene da una squadra più anonima, diventata grande proprio nei suoi sei anni di militanza: l’Internacional di Porto Alegre. Tre campionati conquistati dal 1973 al 1979 per una squadra che prima di lui non ne aveva mai vinti. Non basta: la piazza vuole Zico, il campione conosciuto “in questo mondo e quell’altro”, anche perché nella Capitale, di quel ricciolino, si sa veramente poco.

L’arrivo a Roma

Di Falcao ci sono solo poche registrazioni, per lo più in bianco e nero e con immagini sfuocate. I tifosi restano attoniti ma alla fine si fidano di Liedholm che lo presentò così di fronte ai giornalisti: “Gran iocatore, intelijiente. Lui piedi come mani“. E fanno bene a fidarsi, perché il giocatore con la maglia numero 5 è destinato a cambiare la storia. E la storia cambia. Non immediatamente, passeranno alcuni anni anche se qualche trofeo arriva subito come la Coppa Italia nel 1981, nella stessa stagione del celebre “non gol” di Turone. Più precisamente passeranno 3 anni, era il 1983 quando la Roma si laureò per la seconda volta nella sua storia (a distanza di 41 anni) campione d’Italia. E c’è molto di Falcao in quel trionfo. Un esempio su tutti: la trasferta insidiosa con il Pisa che arriva a pochi giorni dalla sconfitta contro la Juventus che sembra preannunciare l’ennesimo, rovinoso, crollo giallorosso. E invece no, ci pensa il gaucho a segnare il gol dell’1-0 che sblocca il match e risveglia i capitolini, che da quel momento non sbagliano più un colpo. Ma è forse un altro il momento impresso nella mente di tutti: l’assist di tacco a Pruzzo. Non è importante l’avversario, la Fiorentina, o la stagione, 1981-1982, ma il gesto tecnico. Un tacco volante che ancora oggi mette in imbarazzo le più belle prodezze di Messi e co. Quel tacco è Paulo Roberto Falcao, il re gaucho che ha illuminato Roma. La storia però, quella di Falcao a Roma, non è come nelle favole, citando il buon Vasco. Culmina senza lieto fine, col brasiliano che si infortuna al ginocchio e che, senza il barone in panchina, non riesce a ritrovarsi. Ma non importa, perché le storie belle non hanno un lieto fine. Semplicemente non finiscono, e quella dell’ottavo re di Roma non finirà mai, finché ci sarà qualcuno disposto a ricordarla. Pagine Romaniste (F.Belli) –

Viaggiando nella Hall of Fame: Alcides Ghiggia, l’eroe del Maracanazo

Pagine Romaniste (F.Belli) – Un grido di dolore strozzato nella gola da milioni di persone. Forse il più grande dramma di massa della storia consumato davanti a quasi 200.000 occhi attoniti e cuori infranti. In altre parole Maracanazo. E’ qui che nasce il mito di Alcides Ghiggia, leggenda del calcio uruguagio e della Roma. Perché il 16 luglio del 1950, al Maracanà di Rio de Janeiro, è lui, “el chico”, a siglare il gol del 2-1 che porta l’Uruguay sul tetto del mondo nell’ultima gara del Mondiale. È una vittoria impossibile, insensata, inimmaginabile. Jules Rimet, presidente Fifa presente all’evento, disse: “Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay“. Il generale Ângelo Mendes de Morais prima della gara pronunciò un breve discorso, emblematico riguardo le speranze, o meglio certezze, riposte nella Selecao“Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!”. Certezze giustamente riposte, visto che appena un anno prima i verdeoro in Copa America trionfarono 5-1 contro la Celeste. Però quel baffetto minuto, fragile, con busto corto e ingobbito e gambe lunghe e arcuate (come lo descrisse anni dopo Sandro Ciotti) aveva altri piani nella mente. Ha deciso quel giorno, al minuto 79′, di scrivere il suo nome nella storia del calcio. Quando l’arbitro fischiò la fine, decine di persone vennero colte da infarto e alcune fonti, di non sicura attendibilità, parlano di almeno dieci morti e due suicidi dalle tribune. E’ da questo momento di isteria collettiva che nasce il mito di Ghiggia, che anni dopo dichiarò: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanà. Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e io”.

L’arrivo a Roma e l’annuncio del Sistina

Tre anni dopo al Teatro Sistina di Roma, il 31 maggio del 1953, il presidente capitolino Renato Sacerdoti si trova in procinto di fare un annuncio importante: “Poche ore fa, prima di venire fra voi, sono stato informato che uno dei più grandi giocatori del mondo vestirà con l’inizio del prossimo torneo, la maglia giallorossa della Roma. Porta lo stesso nome del nostro presidente del consiglio De Gasperi“. “Arcide, Arcide!” fa eco la folla. Qualcuno, non simpatizzante della Democrazia Cristiana, urla: “Palmiro!”, rievocando l’ex segretario del Partito Comunista Italiano Togliatti. “E’ Alcides Ghiggia, campione del mondo con l’Uruguay”, dice Sacerdoti, e la folla esplode. Il costo del cartellino si aggirò (le fonti non sono univoche) tra i 33 e i 40 milioni, di cui 15 ripagati solo il giorno della presentazione contro il CharltonQualcuno si ricorda il colpo di genio di Messi che invece di tirare un rigore ha passato la palla a Suarez? L’ha fatto prima di lui Alcides Ghiggia con la maglia giallorossa, genio sregolato. Veste la maglia capitolina 8 stagioni, divenendone per un periodo anche capitano ma vincendo solo una Coppa delle Fiere nel 1961. Campione mai dimenticato, innamorato della Roma, della dolce vita e delle belle donne. Roberto Gervaso diceva: “Il talento è scintilla, il genio, fiamma”. Ecco, Alcides Ghiggia fu fiamma. – Pagine Romaniste (F.Belli) 

Viaggiando nella Hall of Fame: Giuseppe Giannini, la favola del principe senza lieto fine

Pagine Romaniste (F. Belli) – Jean de La Fontaine diceva: “Spesso si incontra il proprio destino nella via che si era presa per evitarlo”. È proprio cercando di evitare un destino di delusioni e sofferenze che Giuseppe Giannini, chiamato il “principe” dal suo compagno di squadra Odoacre Chierico per i suoi movimenti eleganti e sopraffini, è stato sopraffatto. Un destino beffardo e triste scelto dal principio: non ha avuto nessun dubbio quel ragazzo nato al quartiere Trieste e cresciuto a Frattocchie ad anteporre l’amore per la Roma all’offerta del Milan, che già da tempo lo seguiva. L’esordio non è dei migliori: Liedholm lo fa esordire con il Cesena ma è un suo errore a regalare il gol della vittoria agli avversari. Il campione però non può essere fermato. La consacrazione sul campo avviene comunque pochi anni dopo, proprio col barone che di lui dirà: “Solo Rivera era più era più svelto nell’imparare”Nel 1988, a 24 anni, è già capitano e trascinatore di una Roma che stenta e incappa nelle mille difficoltà della fine di un ciclo glorioso, quello degli anni 80′. L’apice della carriera è sicuramente il mondiale delle “notti magiche” del 1990, dove indossa la 10 e proprio a casa sua, all’Olimpico, segna il gol della vittoria contro gli Stati Uniti. Nessuno può però cambiare il destino, e quello del principe è ormai inseparabilmente segnato. La finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter nel 1991, il palo contro il Torino che avrebbe regalato una Coppa Italia con una rimonta impossibile nel 1993, e poi quel rigore…

IDI DI MARZO

Un anno dopo quel maledetto palo, il 15 marzo del 1994, giorno delle idi di marzo romane, il principe si trova a 11 metri dalla possibilità di scacciare le ombre della B vicina un punto. E lo può fare contro la Lazio, che sta conducendo la gara con l’idolo di quegli altri, Signori. Il rigore viene parato da Marchegiani e scatta il finimondo. “Se uno ha un rigore e lo sbaglia, non è degno di stare in questa squadra”, dice patron Franco Sensi a fine gara. Il capitano delegittimato dal suo stesso presidente, romano e romanista come lui. Pochi mesi dopo sarà comunque affar suo scacciare l’incubo della retrocessione segnando contro il Foggia. Nulla però gli toglierà quella macchia, che lo segnerà per sempre. La sua avventura nella squadra che tifa fin da bambino e che l’ha visto crescere sta per finire. Due anni dopo, nella sua ultima stagione con la maglia giallorossa, di nuovo a marzo, maledetto marzo, il principe sfiora il riscatto. Immaginiamo per un secondo se Messi, sul 3-0 contro il Barcellona, avesse segnato e portato i blaugrana in semifinale. Ecco, sostituite Messi con Vavra e Giannini con Manolas e avrete Roma-Slavia Praga“E poi c’è chi non crede alle favole, è un principe che ha preso sottobraccio la sua Roma”, l’indimenticabile commento di Cerqueti sul gol del 2-0, che portava la firma proprio di Giannini e che permetteva alla Roma di pareggiare la sconfitta d’andata. Si sbagliava però, perché il lieto fine non ci sarà nè quel giorno nè quattro anni dopo, nella cerimonia d’addio al calcio rovinata da alcuni tifosi e dalla Lazio campione d’Italia. Ma le storie a lieto fine, si sa, sono solo quelle che non iniziano mai.

Francesco Belli

Prima sconfitta dell’era Mourinho: a Verona la Roma stesa per 3-2

Pagine Romaniste (F. Belli) – Alla ricerca della settima meraviglia. Superate le prime sei prove – tra campionato e Conference League – la Roma era alla ricerca del settimo successo consecutivo. Davanti c’era il Verona, fresco di cambio di panchina passata da Di Francesco a Tudor. Mourinho non ha schierato la formazione titolare. Sulla fascia sinistra mancava Vina, ai box per una botta al ginocchio. A sostituirlo Calafiori. A completare la linea davanti a Rui Patricio Mancini ed Ibanez, Karsdorp a destra. Cristante e Veretout a giostrare a centrocampo. C’è stato anche un cambio sulla trequarti, dove Shomurodov ha preso il posto di Mkhitaryan, anche lui non al meglio per un affaticamento muscolare. Pellegrini ha diretto i lavori offensivi, aiutato da Zaniolo sulla destra. Abraham punta. Era inevitabile e tutti, Mourinho in primis, lo stavano attendendo. Così, “fatalmente”, la prima sconfitta della nuova gestione portoghese è arrivato proprio a Verona. Il solito “fatal Verona”. È successo in una partita spigolosa nella quale la Roma è andata avanti grazie a un gran gol di capitan Pellegrini, ancora una volta per lunghi tratti di un livello assoluto. Il capitano giallorosso ha messo in rete di tacco un gran pallone servito da Karsdorp. Ma il secondo tempo è di tutt’altro registro. La Roma viene raggiunta dal sigillo di Barak al quale fa seguito il vantaggio di Caprari, ma riesce di nuovo a rimetterla in piedi grazie all’autogol di Bessa, disastroso nel tentativo di chiusura su Abraham. Ci pensa il capolavoro di Faraoni a fissare il risultato finale su un 3-2. Un risultato che fa male, soprattutto per come è maturato, e che rischia di minare le certezze che la rosa aveva acquisito finora, a pochi giorni dall’Udinese e dal derby di domenica. Un capitolo a parte meriterebbe l’arbitraggio di Maresca, già al centro delle polemiche per come aveva condotto nella scorsa stagione Roma-Sassuolo. Un esempio: per tutti, gamba alta sul ginocchio di Simeone ai danni di Veretout; nulla. Poco dopo, protesta di Veretout che ha subìto un fallo: giallo. Nella sua partita almeno non ci sono errori che condizionano l’esito della gara. A Mourinho ora l’arduo compito di trovare dei correttivi. A partire da un nervosismo eccessivo che a Verona è stato dannoso e che non è bisogna confondere con la grinta. Queste le parole del portoghese a fine gara: “Loro hanno fatto uno sforzo tremendo per vincere la partita, noi ci siamo impegnati, non ho niente da dire sotto questo punto di vista, però non abbiamo giocato bene. Abbiamo perso tanti duelli individuali, e i calciatori del Verona hanno avuto più intensità di noi. Ho bisogno di rivedere la partita per cercare di capire con più dettagli cosa è successo. Abbiamo interpretato male alcune situazioni, gli attaccanti dovevano fare più pressing. Abbiamo avuto qualche difficoltà anche quando avevamo noi la palla. Abbiamo cercato troppo il gioco lungo e non ci siamo adattati al loro modo di giocare, ci è mancata un po’ di qualità. I tre gol voglio rivederli, ho avuto la sensazione che abbiamo avuto difficoltà a centrocampo. Ci aspettavamo una loro reazione nel secondo tempo, dovevamo gestire meglio i momenti di difficoltà ma come abbiamo vinto 6 partite e non 60, ne abbiamo persa una e non 10. Dobbiamo pensare alla prossima e provare a vincere la settima invece di perdere la seconda“. Lo Special One dovrà essere bravo a gestire una difficile situazione in vista della gara casalinga contro l’Udinese in programma giovedì e soprattutto in vista del derby di domenica alle 18.

Francesco Belli