La Serie A che verrà – Inter 2020-2021

(K. Karimi) – Grinta, compattezza, voglia di vincere. Il progetto di Antonio Conte intende trascinare l’Inter dopo anni di delusioni verso i vertici della classifica.

Un processo verso l’alto che continuerà nella prossima stagione, con Conte che al 100% resterà alla guida dei nerazzurri cercando di migliorare la squadra e costruire un gruppo ancor più compatto di quello attualmente al terzo posto in Serie A.

Come sarà la nuova Inter stagione 2020-2021? Si parte dalla conferma di capitan Handanovic, convinto ancora a restare tra i pali per conquistare finalmente un trofeo in maglia nerazzurra.

Possibile un colpo nella difesa a tre: il veterano Godìn ha deluso, potrebbe essere rimpiazzato immediatamente da un altro esperto come Jan Vertonghen, perfetto come difensore di centro-sinistra per Conte.

A centrocampo i sogni si chiamano Chiesa e Tonali, due stelle italiane che Conte vorrebbe con sé al più presto. Colpi costosi e difficili, finanziabili solo in caso di partenza di altri mediani. Eriksen dovrebbe avere una seconda chance, meno probabilità invece per una conferma di Nainggolan, Asamoah e Biraghi. Per la corsia mancina non dispiacciono il francese Kurzawa e l’atalantino Gosens.

Con la permanenza di Icardi al PSG e Lautaro Martinez diretto a Barcellona, cambierà anche l’attacco dell’Inter. Si cerca un super colpo per affiancare Lukaku: i nomi più probabili sembrano essere Morata, Aubameyang o il giovane Matheus Cunha. A Conte piacerebbe riavere anche Pedro, in scadenza col Chelsea.

La probabile formazione dell’Inter 2020-2021

 

La Serie A che verrà – Lazio 2020-2021

(K.Karimi) – Nella stagione in corso, che dovrà concludersi ad inizio agosto prossimo, la Lazio può definirsi la vera e propria rivelazione.

Una squadra creata a basso costo, ricca di calciatori da rilanciare che si sono trasformati in elementi indispensabili nello scacchiere di Simone Inzaghi. Non a caso i capitolini sono a -1 dalla Juventus, in piena corsa Scudetto.

Ma come cambierà la Lazio nella stagione 2020-2021? L’obiettivo primario ovviamente è il mantenimento dell’ossatura attuale, ovvero dei titolari e dei calciatori di maggior spessore.

Il d.s. Tare dovrà essere bravo a resistere alla proposte per gente come Immobile, Luis Alberto e soprattutto Milinkovic-Savic, richiestissimo sul mercato. Ma intanto sta pensando a rinforzare le seconde linee della Lazio, costruendo una rosa più completa in vista del ritorno in Champions League.

In difesa ad esempio si cercherà uno stopper giovane e dinamico, che possa dare il cambio a due veterani come Acerbi o Radu. I nomi più gettonati sono quelli del brasiliano Adryelson, 22 enne dello Sport Recife, oppure del serbo Strahinja Pavlović, classe 2001 del Monaco.

A centrocampo già bloccato l’italo-argentino Gonzalo Escalante, ex Catania in arrivo dall’Eibar: sarà l’alternativa a Lucas Leiva. Possibili anche dei rinforzi sulle corsie laterali: Marusic (piace al PSG) e Lukaku sono in partenza, per sostituirli si pensa al ritorno di Davide Faraoni dal Verona e sulla sinistra al greco Kostas Tsimikas, che piace anche al Nizza.

In attacco invece il duo Immobile-Correa ha bisogno di un’alternativa all’altezza, nonostante la presenza dell’affidabile Caicedo. La Lazio ha messo da tempo gli occhi su Luis Suarez. Non è il bomber del Barça, bensì un interessante talento offensivo colombiano che gioca nel Real Saragozza.

Ed in panchina? Simone Inzaghi ha tutta la stima del mondo dalla sua, ma se arrivasse un’offerta di una big (Juventus?) lo scenario potrebbe cambiare. Ma la voglia di giocarsi la Champions con la sua creatura è davvero forte.

La probabile formazione della Lazio 2020-2021:

La Serie A che verrà – Juventus 2020-2021

(Keivan Karimi) – In attesa della ripartenza della stagione 2019-2020, prevista per il 20 giugno, andiamo a vedere come dovrebbero presentarsi le squadre di Serie A per il campionato seguente, che partirà in autunno.

La Juventus, attuale capolista, dovrebbe ricominciare da Maurizio Sarri. Finora il gioco bianconero non ha brillato e forse il suo destino dipenderà dai risultati nel finale di campionato e Champions League, ma l’intenzione del club è di dargli fiducia e costruire una rosa con caratteristiche più specifiche.

Sul mercato si valuteranno diversi innesti: la Juve cerca un terzino destro affidabile, come Nelson Semedo del Barcellona. Rientrerà Luca Pellegrini dal Cagliari e potrebbe arrivare anche un altro terzino mancino come alterntiva.

A centrocampo via alla rivoluzione: in uscita Pjanic, Rabiot e Khedira. In arrivo almeno due mediani di spessore, come Jorginho (Chelsea), Paredes (PSG), Arthur (Barça) e il sogno del ritorno di Paul Pogba.

Quasi certo l’addio di Gonzalo Higuain, ormai in rotta con la Juve. Non da escludere anche le partenze di elementi come Douglas Costa, richiesto dall’Atletico Madrid, e Federico Bernardeschi che non fa impazzire Sarri. Il tecnico vorrebbe con sé Pedro (a costo zero) ma anche una prima punta: Arkadiusz Milik e Raul Jimenez sembrano gli obiettivi primari.

Intoccabile al momento Paulo Dybala, che ha dimostrato di essere giocatore decisivo come pochi nella Juve di Sarri. Resta anche Cristiano Ronaldo: il 2020-21 sarà forse l’ultima stagiona bianconera per CR7.

La possibile Juventus 2020-2021 (all. Sarri):

Roma, maledizione terzini – Disastro (quasi) totale nell’era americana

(Keivan Karimi) – Se c’è un fattore negativo che accomuna tutte le stagioni finora disputate dalla Roma sotto la gestione americana, con Di Benedetto prima e Pallotta poi come presidenti, è la scarsa fortuna con i terzini.

I laterali difensivi, sia destri che mancini, hanno spesso deluso le aspettative. Sono state effettuate scelte di mercato infruttuose e ogni anno i direttori sportivi hanno dovuto reinventare e rivoluzionare il ruolo. Ma andiamo a vedere, anno per anno, l’evolversi di questo reparto tanto criticato in casa giallorossa.

Stagione 2011-2012 

TERZINI IN ROSA: Rosi, Cassetti, Taddei, José Angel, Nego.

La prima Roma americana si affida al giovane Luis Enrique e punta su due ‘mission’ principali: dimenticare il passato dell’era Sensi e creare un gioco spettacolare e poco italiano.

Rosa dunque quasi epurata rispetto al 2010-2011, anche in difesa. Restano gli ultratrentenni Marco Cassetti e Rodrigo Taddei. Il primo chiuderà la carriera romanista provando a reinterpretarsi centrale, il brasiliano invece si adopererà da terzino su ambe le fasce, nonostante avesse già perso brillantezza e rapidità di passo.

Aleandro Rosi, precedentemente considerato un esterno alto, si adatta a terzino destro dimostrando ben presto di essere fuori contesto. Il colpaccio doveva essere lo spagnolo José Angel, stravoluto da mister Lucho. Dopo un inizio promettente, il mancino di Gijon cadde nei più banali errori, diventando zimbello della tifoseria. I più attenti ricorderanno il baby francese Loic Nego, scovato dal Nantes ma relegato in Primavera senza poter mai debuttare in Serie A.

Stagione 2012-2013

TERZINI IN ROSA: Piris, Taddei, Torosidis, Balzaretti, Dodò.

Si punta su Zdenek Zeman per riportare la Roma alla ribalta, scommettendo anche sull’effetto simpatia. Inutile dire che l’avventura del Boemo durò molto meno del previsto.

Altra mezza rivoluzione in difesa. Arriva dal Paraguay Ivan Piris, terzino destro a cui Zeman chiede di spingere come un ossesso, mentre il classe ’89 si dichiara più abile in fase di contenimento. Un ibrido che deluderà su tutti i fronti.

Il solito Taddei avrà qualche chance da laterale ad inizio stagione, per poi finire nel dimenticatoio anche con l’avvento del suo vecchio amico Aurelio Andreazzoli. Così come il brasiliano Dodò, una delle tante scommesse sudamericane di Walter Sabatini che lo presentò con frasi ad effetto: “Rispetta l’idea di calcio per cui credo, aggredisce il campo come pochi”. Parole al vento e un ginocchio ballerino che non gli ha mai permesso di esprimersi.

A sinistra il colpo Federico Balzaretti sembrava dare esperienza e affidabilità. Zeman si aspettava un terzino ‘stile Candela’, tutto classe e qualità. Ma il buon Balza, vittima dei suoi chiari di luna, risultò tra i peggiori per media-voto in quella stagione. A gennaio fa la sua comparsata a Trigoria l’onesto Vassilis Torosidis: greco affidabile, classico terzino da 6 in pagella, un po’ di respiro dopo i flop precedenti.

Stagione 2013-2014

TERZINI IN ROSA: Maicon, Torosidis, Balzaretti, Dodò, Bastos.

La terza Roma americana arriva ad una svolta. Rudi Garcia sembra l’allenatore giusto, sul mercato si punta sulla maturità e la leadership. Ecco infatti giungere Maicon, svincolato dal Manchester City, uno dei migliori terzini passati dalle parti della capitale nell’ultimo decennio.

A 32 anni il brasiliano si rilancia, con l’obiettivo di partecipare ai Mondiali casalinghi del 2014. Fisicità, gol, assist e tanta arroganza sportiva. Per una stagione la Roma blinda la fascia destra, con Torosidis come alternativa positiva.

Caos sulla sinistra: Balzaretti, perdonato dalla curva dopo la stagione precedente, parte fortissimo e si regala un gol storico al derby. Ma una scomoda e deleteria pubalgia lo fermerà per tutta la stagione. Il giovane Dodò proverà a prenderne le redini senza fortuna né continuità.

A gennaio Sabatini punta sull’usato sicuro: l’ex Lione Michel Bastos arriva in prestito per 6 mesi. Ma il brasiliano più che un terzino sembra un’ala che ha dimenticato come ci si comporta senza pallone tra i piedi. Tanto che mister Garcia spesso preferisce adattare sulla corsia mancina Torosidis o addirittura un giovanissimo Alessio Romagnoli.

Stagione 2014-2015

TERZINI IN ROSA: Maicon, Torosidis, Balzaretti, Cole, Holebas, Emanuelson.

La Roma di Garcia 2.0 doveva essere trionfale. Fu invece un mezzo flop, quella del 7-1 subito in casa dal Bayern Monaco in Champions e lo 0-3 dalla Fiorentina in Europa League.

Terzini tutt’altro che esenti da colpe: Maicon non è quello della stagione precedente, sofferente per le fatiche del Mondiale brasiliano. Torosidis prova a cavarsela, ma vederlo titolare nella Roma non è certo il massimo.

A sinistra, vista l’indisponibilità continua di Balzaretti (costretto al ritiro a fine stagione), si vira sull’esperienza di Ashley Cole. Storico laterale mancino del Chelsea, ma oggi viveur britannico interessato solo a vedere Roma da prospettive alcoliche e ludiche. La sua esperienza giallorossa è sintetizzata dalla frase postuma: “A Roma posso rilassarmi finalmente, bevo e fumo senza essere ripreso”.

Sabatini intuisce lo stato di forma imbarazzante di Cole ed a fine agosto ingaggia il greco José Holebas. Stagione non così deprecabile la sua, ma al pari di Torosidis fu considerato solo un ripiego momentaneo. Niente da dichiarare sul fronte Urby Emanuelson: 2 presenze ed un approdo a Roma solo per favorire l’arrivo di Manolas, grazie all’appoggio di Mino Raiola.

Stagione 2015-2016

TERZINI IN ROSA: Maicon, Florenzi, Torosidis, Digne, Emerson, Zukanovic.

Nell’estate 2015, nonostante l’inadatta conferma di Garcia in panchina, la Roma opera il suo miglior mercato dell’era americana. Basti pensare agli ingaggi di Dzeko, Salah, Rudiger e Szczesny.

Ottimi i due innesti sulla corsia sinistra di difesa. In prestito dal PSG arriva Lucas Digne. Ed è un peccato che non venga riscattato nell’estate successiva, perché si dimostra un difensore completo, grintoso e più che affidabile.

Come alternativa dal Palermo c’è Emerson Palmieri. Dopo sei mesi da separato in casa, l’italo-brasiliano viene rilanciato dall’approdo di Luciano Spalletti, che gli darà fiducia a più riprese.

Meno brillante la gestione della fascia destra: c’è Maicon, ma ormai a mezzo servizio. Torosidis nel girone di ritorno scompare dai radar. E’ l’anno della promozione fissa a terzino di Alessandro Florenzi, lanciato da Walter Sabatini come: “Diventerà un terzino migliore di Dani Alves” – ma per il numero 24 fu l’inizio del crollo, nonostante un gol spettacolare al Barcellona.

Stagione 2016-2017

TERZINI IN ROSA: Florenzi, Bruno Peres, Nura, Emerson, Mario Rui, Seck.

La squadra di Spalletti parte per vincere, o contendere alla Juventus il titolo fino all’ultimo. Ne scaturì un’ottima stagione, ma con qualche caduta a vuoto significativa.

Annata sfortunata per Florenzi, che ad ottobre rimedia la rottura del crociato anteriore del ginocchio, bissata poi anche a marzo. Lo si rivedrà solo nella stagione successiva.

Fortuna (sicuri?) che Sabatini si cautelò in tempo con Bruno Peres. L’esterno del Torino, divenuto famoso per il gol straordinario da maratoneta contro la Juve, dimostra a Roma tutti i suoi difetti: incapacità di difendere, scelte sbagliate in fase offensiva, clamorose amnesie ingiustificate. Eppure gioca titolare per più di metà stagione come unica scelta a destra.

A sinistra destino tragico pure per Mario Rui. Voluto da Spalletti per rimpiazzare Digne, il portoghese si frattura il ginocchio già in estate, per colpa di un intervento killer in allenamento di Moustapha Seck, altro terzino-flop della stagione.

Spazio dunque ad Emerson Palmieri, che gioca la sua unica stagione da titolare a Roma prima di spiccare il volo all’estero. Qualità, forza e tanta voglia di imparare. Un vero peccato averlo perso così presto.

Stagione 2017-2018

TERZINI IN ROSA: Florenzi, Bruno Peres, Karsdorp, Emerson, Kolarov, Pellegrini, Silva.

E’ la stagione di Eusebio Di Francesco e della clamorosa semifinale di Champions League conquistata dopo 33 anni. Ma è anche l’annata del secondo miglior colpo fra i terzini del decennio giallorosso.

Il d.s. Monchi azzecca il colpo Aleksandar Kolarov, ormai ai titoli di coda con il Manchester City. Il serbo è un’ira di dio, stabilisce un legame forte con i compagni e soprattutto con Edin Dzeko. Segna e fa segnare, senza di lui la Roma quasi non si presenta in campo.

Kolarov arriva perché Emerson Palmieri si è infortunato al ginocchio, ma soprattutto perché il classe ’94 lascerà i giallorossi a gennaio (direzione Chelsea). Al suo posto arriva per 6 mesi Jonathan Silva, laterale argentino dello Sporting Lisbona. Buon piede sinistro ma incapacità ossessiva di difendere la sua zona.

La Roma recupera Florenzi, acclamato dal pubblico ma certamente poco affine con il ruolo di terzino destro tipico. Bruno Peres è semi disastroso, eppure salva la squadra con un piedino magico negli ottavi di Champions contro lo Shakhtar. Non pervenuti invece il sempre infortunato Rick Karsdorp, terzino strapagato del Feyenoord, e il baby Luca Pellegrini, anche lui vittima della maledizione dei crociati rotti.

Stagione 2018-2019

TERZINI IN ROSA: Florenzi, Karsdorp, Santon, Kolarov, Pellegrini.

In una Roma, quella del Di Francesco-bis, che avrebbe dovuto fare il salto di qualità ma senza riuscirsi, il parco terzini non cambia quasi per nulla.

Arriva soltanto l’usato sicuro Davide Santon, inserito nella trattativa con l’Inter per Nainggolan assieme alla stellina Zaniolo. Duttile terzino, dimostra a Roma tutto ciò per cui è sempre stato criticato: la capacità di passare da momenti di grazia, in cui sembra la reincarnazione di Paolo Maldini, ad altri in cui pare non aver mai messo piede sul campo da calcio.

Insufficienti le prestazioni stagionali di Florenzi e Karsdorp, in particolare l’olandese bocciato sia da Di Francesco che da Ranieri e pure protagonista di atteggiamenti da vittima davvero fuori luogo.

Kolarov tira spesso il freno a mano e, non bastasse, nella notte del 7-1 subito in coppa dalla Fiorentina litiga con parte della tifoseria, chiudendo il rapporto con chi gli ha sempre dato del ‘laziale’ per i suoi precedenti in biancoceleste.

Luca Pellegrini finalmente debutta. Tante belle parole su di lui, ma anche tanta inesperienza che lo porterà a passare al Cagliari a metà stagione.

Stagione 2019-2020

TERZINI IN ROSA: Florenzi, Santon, Zappacosta, Kolarov, Spinazzola, Bruno Peres.

La Roma prova a rimettersi in pista affidandosi a Paulo Fonseca. Un allenatore che predilige intensità e tecnica nel suo gioco, ma anche terzini fisici e in grado di offendere e difendere.

Scelte che escludono dopo pochi mesi Alessandro Florenzi. A Fonseca il neo capitano non piace come laterale difensivo, lo lascia spesso in panchina e diventa persino negativo agli occhi dei tifosi. Inevitabile la partenza a gennaio in direzione Valencia.

Davide Zappacosta, arrivato dal Chelsea in prestito, sarebbe dovuto essere il titolare. Ma l’immancabile strage dei crociati colpisce anche l’ex Toro, che dichiara forfait già a settembre.

Santon viene promosso spesso a titolare, ma vive di fasi alterne come di consueto. Mentre a sinistra Kolarov sembra sempre più essere un’entità a sé, a metà tra il leader carismatico e la vittima reazionaria all’ambiente.

Leonardo Spinazzola, giunto dalla Juve nello scambio con Luca Pellegrini, è il jolly che serviva. Ma anche lui dimostra ben presto di avere un carattere troppo ondivago e preda dei chiari di luna. Non a caso a gennaio è stato ad un passo dalla cessione all’Inter.

A gennaio Bruno Peres, dopo un anno e mezzo a rifiatare in Brasile, è stato riaccolto nella rosa della Roma. Visto da tanti come possibile flop ridicolo, sinora ha dimostrato uno spirito di sacrificio e una brillantezza atletica mai vista prima. Sorpresa.

Viaggiando nella Hall Of Fame: Vincenzo Montella, semplicemente l’aeroplanino

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Bene. Ci siamo riusciti – disse sospirando -. Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante. Ah si? E cosa ha capito? Che vola solo chi osa farlo”. Vola solo chi osa farlo. Una perla di saggezza che non dovremmo mai dimenticare. È la “Storia di una gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, passato a miglior vita poco fa a causa del CoronavirusVincenzo Montella ha osato fin da quando calciava i primi palloni in un paesino in provincia di Napoli. Scovato dall’Empoli giovanissimo, si trasferisce al Genoa prima di cambiare sponda della città e passare alla Sampdoria. Ma proprio coi rossoblu è decollato la prima volta, in Serie B, dopo una mezza rovesciata col CesenaL’esultanza, quella dell’aeroplanino, non la abbandonerà mai più in carriera. In un freddo aprile del 1999 la Roma allenata da Zeman lotta per qualificarsi in Champions osservando con occhio molto preoccupato la Lazio prima in classifica a sei lunghezze dal Milan. L’entusiasmo degli anni migliori è ormai molto lontano e la piazza ha dimenticato cosa significa lottare per la vetta. Serve entusiasmo e Franco Sensi lo sa. Per questo durante una festa dedicatagli annuncia ai tifosi: “Voglio vincere, è l’unica cosa che mi interessa. Perché sono come voi, e per farlo ho già preso un giocatore a Genova. Non fatemi dire di più”.

La panchina con Capello e il poker al derby

Non doveva aggiungere altro perché tutti intorno a lui hanno capito. Seguiranno tanti gol ma anche tante incomprensioni. Capello non lo vede titolare e gli preferisce il trio Batistuta-Totti-Delvecchio. La cosa lo infastidisce anche perché segna come fosse titolare. Entra pochi minuti e gonfia la rete, è una costante. Anche gol decisivi, come quel pallonetto al Milan che virtualmente significa titolo a pochissime giornate dal termine. O meglio ancora quello del pareggio al Delle Alpi all’ultimo minuto con la Vecchia Signora, poche giornate prima. Senza quel ragazzo nato a Pomigliano d’Arco quello scudetto probabilmente non ci sarebbe stato, ma questa è solo una supposizione. La partita della vita, che proietta l’aeroplanino nell’olimpo giallorosso, è il derby di ritorno dell’anno successivo. Un gol di testa, dal “basso” dei suoi 172 centimetri. Uno col piede sinistro, anticipando con furbizia un fenomeno come Nesta. Un altro di testa, ancora. Uno di sinistro da fuori area sotto al sette. Non c’è bluff: Montella ha calato un poker personale al derby, unico nella storia della stracittadina. Del resto chi vola in alto è sempre solo. Solo, come quando 9 anni dopo è stato chiamato al timone di una squadra al collasso dopo le dimissioni di Ranieri, da allenatore. Indimenticabile anche quello sguardo concentrato, surreale, fisso dopo la punizione di Totti al derby del 13 marzo. Tutti esultavano ma lui no, il pilota solo al comando.

Viaggiando nella Hall Of Fame: Sebino Nela, l’incredibile Hulk giallorosso

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Scatta l’ala, una finta e poi vola sul fondo. Dimmi chi la fermerà. Ma stanotte che notte di pace e di guai. Forse un uomo vincerà, forse l’uomo vincerà”…Come dimenticare “Correndo Correndo” di Venditti. L’ha scritta nel 1987, dopo che Sebino Nela si era rotto il crociato. Per molti l’“incredibile Hulk“, come era soprannominato dai tifosi, era finito, uscendo sconfitto dalla più grande sfida che la vita gli aveva sbattuto in faccia fino a quel momento. Persino i romanisti non credevano più a un suo ritorno, loro che ogni domenica lo incitavano urlando “Picchia Sebino, picchia!”. Fino a quel momento, perché anni dopo sarà costretto a lottare di nuovo, questa volta contro un maledetto tumore. Una lotta estenuante e difficile che l’ha portato a un passo dal baratro. In un’intervista al Corriere dello Sport a febbraio ha dichiarato: “Ho visto la morte in faccia. Non so quante volte mi sono trovato di notte a piangere nel letto. Anch’io ho pensato al suicidio come Di Bartolomei negli anni della malattia, ma non ho mai trovato il coraggio…”. Un guerriero, nella vita come in campo.

L’arrivo a Roma e il dito medio al tecnico del Dundee

E’ arrivato a Roma nel 1981 per volontà di sua maestà Niels Liedholm. Difensore molto dotato fisicamente, proprio per questa forza preponderante nasce il soprannome che lo associa all’eroe Marvel. Forte ma anche buono. Del resto Gandhi diceva che quando alla gentilezza si aggiunge la forza, quest’ultima è irresistibile. Irresistibile, ecco il termine giusto. Nell’anno della finale col Liverpool è il miglior terzino destro del campionato nonostante sia mancino. Ma anche risoluto e estremamente sincero. Ancora oggi rimprovera a Falcao l’essersi tirato indietro dalla lotteria dei rigori in quella maledetta finale. E poi grintoso. Tutti i tifosi ricordano un loro beniamino per un gol, un gesto tecnico, una parata…Invece Sebino lo ricordano per il dito medio al tecnico del Dundee alla fine della partita di ritorno, come ha ricordato lui stesso a Roma Tv“Mi sono anche un po’ vergognato ma ci voleva. Era stato molto duro sui giornali dopo l’andata in Scozia. A fine gara non vedevo l’ora insieme ad Agostino e Oddi di andare a contatto con quest’uomo”. E ultimo, più importante di tutto, tifoso della Roma. “Acquisito” con quel “Ti Amo” che gli ha rivolto lo stadio nel 1985 nella gara interna col Bayern Monaco. E’ questa la storia di Sebino Nela, un uomo forte ma anche gentile. Del resto le anime forti, come dice Khalil Gibran, sono quelle temprate dalla sofferenza. Sono cosparse di cicatrici. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Roberto Pruzzo, missione Bomber

Pagine Romaniste (F. Belli) – Il primo gol segnato alla Roma con la maglia del Genoa. Il gol dello scudetto segnato con la maglia della Roma al Genoa. L’ultimo in carriera segnato di nuovo alla Roma con la maglia della Fiorentina. Chiamatelo se volete destino, ma nella vita di Pruzzo la Roma è una costante fissa, invariabile, immutabile. Del resto Antonhy Robbins diceva che il destino di un uomo viene definito dai suoi pensieri e dalle sue azioni, non può cambiare il vento del fato ma può indirizzarne le vele. Allora siete liberi di credere al destino, alle coincidenze, ma io non ci credo. Non può essere tutta una casualità la vita “der bomber de Crocefieschi”, come veniva chiamato in Boris. Come detto, esordisce al Genoa prima di trasferirsi poco dopo alla RomaNon c’è nessun colpo di fulmine, nessun amore a prima vista, alla fine della prima stagione medita di andarsene. I tifosi non sono convinti e in un libro Fulvio Stinchelli ricorda un aneddoto interessante parlando con “Fuffo” Bernardini allo stadio: “Seguendo una fase di gioco mi sfuggì un apprezzamento: Però, questo Pruzzo, a volte, fa venire il latte alle ginocchia. Senza voltarsi, continuando a fissare il campo, il Dottore sibilò: “Non bestemmiare! Pruzzo è un attaccante eccezionale. Come difende la palla lui, non ce n’è altri”. La benedizione sacra del professore.

Il gol salvezza con l’Atalanta e “Lode a te Roberto Pruzzo”

Laudato sia il professore e il bomber rimane, segnando il gol all’Atalanta che salva i giallorossi dalla Serie B. Sembra strano, ma quel gol salvezza è il primo vero pilastro per le vittorie degli anni ’80. Il bomber col baffo segna a ripetizione e dalla Curva Sud nasce un coro che provoca il Grande Scisma: “Lode a te Roberto Pruzzo”. Regala ai tifosi delle gioie incommensurabili, ma Pruzzo non è un bomber normale. E’ un bomber che soffre. Soffre la sconfitta e soffre le delusioni di campo. Nella sua autobiografia riassume la sua carriera in modo simil tragico: “Cosa mi resta della mia carriera da centravanti? I gol sbagliati e le sconfitte. Delle vittorie ho goduto poco, perché sono subito volate via. Le sconfitte no, sono rimaste qui. E ancora ci combatto. La retrocessione in B del Genoa causata anche da un mio rigore sbagliato e la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool ancora mi vengono a trovare ogni tanto”. Non è facile convivere con i fantasmi del passato. Del resto il dolore peggiore che un uomo può soffrire, diceva Erodoto, è quello di avere comprensione su molte cose e potere su nessuna. E purtroppo il passato non è solo ciò che è successo, ma anche ciò che avrebbe potuto succedere ma non è avvenuto, rimpianti che segnano il destino di un grande campione. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Cafu, il Pendolino tricolore

Pagine Romaniste (F. Belli) – 7 giugno 1970, Messico, Guadalajara. In un campo investito da un caldo feroce, l’Inghilterra campione del Mondo in carica sfida la formazione più forte di sempre, il Brasile di Pelè. Quel Brasile che in finale annienterà l’Italia 4-1, la stessa squadra reduce dalla partita del secolo con la Germania OvestQuel 7 giugno però del secolo c’è solo la parata: sull’1-0 Pelè riceve un cross laterale, stacca di testa e il portiere inglese Gordon Banks si inarca colpendo la palla il giusto per farla volare alta sopra la traversa. Nel frattempo, a migliaia di chilometri verso sud, a San Paolo un’infermiera cerca di velocizzare il parto di un bimbo: sta vedendo la partita e non vuole perdersi il finale. Quel bimbo è Marcos Evangelista de Moraes, meglio noto come CafuE’ un po’ un’abitudine tutta brasiliana avere un nome intellegibile e poi cambiarlo con un altro che non c’entra niente. Il “piccolo Pelè”, come lo chiamava quel 7 giugno l’infermiera, decide di usare lo pseudonimo di Cafu perché l’idolo del padre era Cafuringa, discreta ala destra del Fluminense. La sua storia si incrocia con quella della Roma grazie all’ottavo re Paulo Roberto Falcao, che negli anni ’90 suggerisce più volte ai giallorossi il suo nome e quello di un altro brasiliano, Zago. Viene acquistato nel 1997 all’inizio del ciclo Zeman. E’ un terzino destro caparbio, inarrestabile grazie alle sue incursioni fulminanti sulla fascia. Liedholm disse di lui: “Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portare la palla fino in fondo”. Inutile dirlo, è perfetto per il modulo boemo attacco-attacco-attacco. Ma sarà altrettanto perfetto per lo stile più concreto e meno spettacolare di Capello, come certifica la sua insostituibilità nella stagione dello scudetto.

La doppietta alla Fiorentina e il triplo sombrero a Nedved

I tifosi lo amano e lo chiamano “Pendolino” perché sulle fasce va come un treno, come quello brevettato dalla Fiat appunto. Due sono gli episodi più celebri del suo trascorso in giallorosso: il primo è la doppietta alla Fiorentina. Stagione 1999-2000, i viola di Batistuta in lotta scudetto e imbattuti da 20 mesi in casa affrontano la Roma. Il Pendolino diventa bomber e segna due gol uno più bello dell’altro. L’altro episodio, ovviamente, è datato 17 dicembre 2000. La Lazio campione d’Italia affronta la Roma, che si accinge a diventare campione da li a pochi mesi. Sullo 0-0 Cafu riceve sulla destra un passaggio alto di Zago che rischia di diventare preda di Nedved. C’è da trovare un modo per liberarsi di quella pressione ingombrante. Cosi con il solito estro tutto brasiliano si inventa il triplo sombrero senza far toccare mai palla a terra. Una giocata di una classe sopraffina che solo un piccolo Pelè poteva fare. Qualche anno dopo ci sarà anche un incomprensione. Il Pendolino vuole il rinnovo ma la Roma si impunta alle sue condizioni: è rottura. Il brasiliano dirà: “Non voglio fare la fine di Garrincha (ex leggenda brasiliana caduta in miseria, ndr), i soldi sono una cosa importante sopratutto a fine carriera”. Il brasiliano va al Milan e l’anno successivo, di ritorno all’Olimpico, viene subissato dai fischi. Una ferita che verrà definitivamente rimarginata col tempo. Sopratutto quando c’è di mezzo la morte di un figlio. A settembre è morto per un infarto il figlio Danilo, e tutti i romanisti si sono di nuovo stretti attorno al loro Pendolino. Perché quel treno, nel viaggiare lontano, ci ha fatto sognare. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Damiano Tommasi, l’anima candida che ha trasformato i fischi in applausi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Per Capello in quella stagione è il giocatore più importante della squadra. Più di TottiMontella e Batistuta. La stagione, ovviamente, è quella del terzo scudetto e il soggetto è Damiano Tommasi. Meglio conosciuto come “Anima candida” per la sua estrema generosità e sincerità. Viene acquistato dalla Roma nel 1996, dopo esser stato uno dei protagonisti della promozione del Verona dalla B. Inizia tra gli applausi, che in breve si tramutano in fischi. È la stagione di Carlos Bianchi e quando le cose vanno male serve un capro espiatorioMite, silenzioso, sincero, tutte caratteristiche che lo portano a essere la perfetta vittima sacrificale di una stagione maledetta. Ma quei fischi tornano presto, di nuovo, applausi. Non per delle belle parole dispensate nel verso giusto, non è un comportamento da “anima candida” quello, ma grazie alle prestazioni sul campo. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile” dice un proverbio. Sbaglia: Damiano Tommasi era l’emblema dell’indispensabilità. Fino a quella maledetta amichevole d’inizio estate.

L’infortunio e il ritorno in quella ultima, indimenticabile, stagione d’addio

Era il 2004 e i giallorossi affrontano lo Stoke City. Un certo Gerry Taggart, che Massimo Marianella non esiterebbe a chiamare un criminale prestato al calcio, si rende protagonista di un contrasto violento. Cattivo, brutto, esagerato per una partita di campionato figurarsi per un’amichevole. Il responso è al limite del drammatico: rottura del crociato anteriore, rottura del crociato posteriore, del collaterale mediale esterno e interno, dei due menischi, infrazione dei condili e, dulcis in fundo, del piatto tibiale. Un elenco infinito che porta a una sola estrema conseguenza: appendere gli scarpini al chiodo. Ma non ci riesce. Non lui, non Damiano Tommasi. Si rimette in moto e 15 mesi dopo è ancora “lì, sempre lì. Lì nel mezzo a coprire certe zone e a giocare generoso” come direbbe Ligabue. Per di più gioca a 1500 euro al mese. Perché? L’anno precedente, quello dell’infortunio, era in scadenza e ha deciso di firmare al minimo sindacale pur di rimanere nella Capitale. Non da tutti in un calcio dove protagonisti sembrano sempre meno calciatori e più Paperon de’ Paperoni. Anzi da nessuno. Anni dopo ricorderà quella stagione come la più bella della sua carriera, più bella anche di quella del tricolore. La sua più grande sfida, vinta sul campo passo dopo passo. Poi andrà al Levante, al Qpr, in Cina e persino a San Marino. Ma il suo cuore resterà sempre lì, nello stesso posto dove tutto sembrava perduto dopo che le gambe gli avevano detto addio. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Carlo Ancelotti, una vita da mediano. Una vita da Carletto

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Una vita da Mediano, a recuperar palloni. Nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni”, cantava LigabueUna vita da Carletto, anche se non è sempre stato un mediano. Ha iniziato giovanissimo centravanti, salvo poi spostarsi sulla trequarti quando era al Parma. E’ un suo gol alla Triestina nello spareggio di C1 che permette ai crociati di tornare in Serie B. Quel giorno, al Menti, c’era gran parte dello stato maggiore della Roma: il presidente Dino Viola, l’allenatore Niels Liedholm e il direttore sportivo Luciano Moggi (proprio lui, quello di Calciopoli). L’ingegnere vuole vincere la concorrenza dell’Inter e per farlo dà carta bianca al direttore sportivo che alla fine riesce a portarlo nella Capitale. Sarà l’inizio di una favola. Subito il barone lo arretra a mediano nella posizione in cui, nonostante le difficoltà iniziali, brillerà fino a fine carriera. Una vera e propria intuizione tattica che consente alla Roma di sfruttare al meglio le doti in interdizione e allo stesso tempo d’impostazione del “bimbo”, cosi chiamato per i tratti giovanili. S’innamora di Roma e i tifosi s’innamorano di lui, come testimoniato da quest’estratto del suo libro “Preferisco la Coppa”: “Roma città matta, Capitale del mio cuore. Di Milano non conosco niente, di Roma tutto. Lì ho imparato a vincere, anche se il mio rapporto disincantato nell’affrontare gli avvenimenti belli è strano: li ricordo poco. Nel calcio come nella vita ti restano addosso le delusioni, di cui però non ho tutta questa voglia di parlare”.

La finale col Liverpool, Roma-Lecce e la corte di Berlusconi

Perché ce ne sono state tante di delusioni, di partite che vorrebbero essere dimenticate in quegli 8 anni nella Città Eterna. Dalla batosta del primo infortunio che gli costerà il Mondiale di Spagna 82′ alla sconfitta in finale di Champions col Liverpool, dalle continue ricadute in campo a quel maledetto Roma-Lecce che vale uno scudetto perduto mentre aveva la fascia da capitano al braccio. Del resto Paulo Coelho diceva: “Impara dal contadino ad avere pazienza, a lavorare duramente e a non bestemmiare contro i temporali, perché sarebbe soltanto una perdita di tempo”. Ed è con questo spirito bucolico che Ancelotti affronta le difficoltà, proprio lui che è cresciuto contadino nelle campagne emiliano-romagnole. Alla fine se ne va al Milan perché a Roma più o meno tutti sono convinti che il meglio sia alle spalle, facendo scoppiare di gioia Sacchi e Berlusconi. Ma questa è un’altra storia. Dopo il ritiro ha promesso più volte di tornare a Roma, questa volta da allenatore, e i tifosi lo aspettano con fiducia. Non vedono l’ora di vederlo di nuovo da Pierluigi, a piazza De’ Ricci, com’era solito fare in quelle belle serate lontane, a mangiare un bel carpaccio di gamberi rossi o una tartare di tonno, specialità della casa. – Pagine Romaniste (F. Belli).