CONFERENCE LEAGUE – La Roma passa il turno col 4-0 allo Zorya: in gol anche Zaniolo

(di K. Karimi) – Primo obiettivo stagionale centrato dalla Roma. Ufficiale da stasera la qualificazione al prossimo turno di Conference League, anche se la partita non è del tutto chiusa.

4-0 secco agli ucraini dello Zorya, in un match in cui sono giunte conferme positivo agli occhi di José Mourinho. Roma schierata nuovamente con un 3-5-2 molto offensivo, con tre novità sostanziali: Smalling al centro della difesa, Perez scelto da mezzala e Zaniolo come seconda punta al fianco di Abraham.

Match a senso unico già nel primo tempo: al 14′ Carles Perez va a segno su un bel taglio di El Shaarawy. Al 33′ torna al gol Zaniolo, che sfrutta un assist di Veretout e di destro fulmina il portiere ucraino. Nel finale lo stesso Veretout si fa parare un rigore da Matsopoura (secondo errore consecutivo dal dischetto).

Nella ripresa lo Zorya, a tratti pericoloso nei primi 45′, sparisce dal campo. La Roma va sul velluto e si scatena Abraham: segna subito il tris su assist al bacio di Zaniolo e al 74′ chiude i conti in rovesciata. Nel mezzo almeno altre 3-4 palle gol nitide sprecate dai giallorossi.

Roma dunque a quota 10 e matematicamente qualificata. Ma la vittoria del Bodo-Glimt contro il CSKA Sofia lascia i capitolini ancora al secondo posto. La trasferta bulgara che chiuderà il girone sarà decisiva per il possibile sorpasso, che eviterebbe i sedicesimi e spedirebbe la Roma direttamente agli ottavi di finale.

Tabellino e voti:

ROMA: Rui Patricio 6.5; Mancini 6.5, Smalling 6 (70′ Ibanez 6), Kumbulla 6.5; Karsdorp 7, Perez 7.5, Veretout 6.5, Mkhitaryan (78′ Missori s.v.), El Shaarawy (70′ Zalewski 6); Zaniolo 7.5 (70′ Shomurodov 5.5), Abraham 7 (Mayoral s.v.). All: Mourinho 7.

ZORYA: Matsopoura 6.5; Favorov 5, Vernydub 5.5, Imerekov 5, Juninho 5.5 (70′ Snurnitsyn 6); Sayyadmanesh 5 (82′ Owusu s.v.), Buletsa (82′ Cristian s.v.), Cvek 6, Kabaiev 5.5; Gromov 5 (46′ Nazaryna 5.5), Zahedi 6 (46′ Gladkyy 5). All: Skrypnyk 5.

Marcatori: 14′ Perez, 33′ Zaniolo, 46′ e 74′ Abraham

Juve Roma 1-0: la Roma gioca meglio ma esce sconfitta. Niente stop per Orsato

 

Pagine Romaniste (F. Belli) – Torna la Serie A dopo la sosta per le Nazionali, ma la Roma esce sconfitta dall’Allianz Stadium, complice anche un episodio arbitrale dubbio a fine primo tempo. I padroni di casa si portano in vantaggio al 16′ con un gol di Kean, a fine primo tempo Orsato annulla il gol di Abraham (in campo regolarmente dal 1′) ma concede il calcio di rigore ai giallorossi. Va Veretout sul dischetto, ma para Szczesny e il risultato rimane sull’1-0. Nonostante i numerosi tentativi la Roma non riesce a trovare il gol del pareggio e rimane ferma a 15 punti in classifica. Nella sconfitta (1-0) contro i bianconeri, Nicolò Zaniolo è stato costretto ad uscire verso il 30′. Il trequartista giallorosso ha riportato un trauma in iperflessione al ginocchio sinistro. Nelle prossime ore ci saranno gli esami per valutare l’entità. La Roma ha giocato bene, anche se non è riuscita a trovare i tre punti. Lo ammette a fine gara anche Allegri: “E’ stato complicato giocare contro la Roma e lo sapevamo anche prima. La Roma avrebbe meritato ampiamente il pareggio. Sono partite che giochi sugli episodi e questa volta sono andati dalla nostra parte. Se giochi con lo spirito giusto quelli vengono dalla tua parte“. Capitolo Orsato: l’arbitro è stato pesantemente contestato per la gestione della gara soprattutto in seguito alla scelta di assegnare il calcio di rigore (poi sbagliato da Veretout) invece di lasciar correre e convalidare il gol di Abraham. Niente stop per lui. Questa la decisione dell’AIA dopo una serata turbolenta per il fischietto di Schio. Il rigore concesso ai giallorossi per il contatto Szczesny-Mkhitaryan con mancata applicazione della norma del vantaggio è stato ritenuto dai vertici arbitrali sicuramente penalizzante nei confronti della squadra di Mourinho, ma viene valutato come un “errore-non errore”.

Francesco Belli

Lazio-Roma 3-2: Mourinho perde la stracittadina e la calma in conferenza stampa

Pagine Romaniste (F. Belli) – La Roma esce sconfitta dal derby della Capitale. I giallorossi vanno sotto nel primo tempo con uno-due pazzesco della Lazio che dopo 19′. La prima rete è di Milinkovic che, su un bell’assist di Felipe Anderson, anticipa di testa Rui Patricio. La seconda è il classico gol dell’ex: Immobile involato in contropiede serve Pedro che di prima batte il portiere portoghese. La reazione della Roma è veemente tanto che al 41′ Ibanez accorcia le distanze sugli sviluppi di corner. Nel secondo tempo la squadra di Mourinho prova più volte ad affacciarsi dalle parti di Reina, ma viene colpita nel suo momento migliore: sempre Immobile in contropiede sterza in area su Mancini e offre un assist a porta sguarnita per Felipe Anderson. Vano il rigore trasformato da Veretout al 69′, dato dopo un fallo di Akpa Akpro su Zaniolo. Queste le parole di Mourinho a fine gara: “Lasciami dire qualcosa di positivo da uno che è stato in Italia più o meno 10 anni fa. Il calcio italiano è migliorato tanto, la qualità del gioco, la voglia di vincere è migliorata tanto. Però purtroppo una partita fantastica e arbitro e VAR non hanno avuto la dimensione di una partita di questo livello. Nella situazione del secondo gol invece che 2-0 poteva essere 1-1. Ha sbagliato l’arbitro, il VAR, tutti. Questo è troppo. Il secondo giallo a Lucas Leiva è anche importante. Giocare contro 10 significa tanto. Dopo 2-3 situazioni molto simili a quella di Pellegrini che ha ricevuto il rosso, ma oggi assolutamente niente. Penso che i miei giocatori siano stati la squadra migliore in campo, quando concedi tre gol ovviamente hai sbagliato qualcosa, ma il 2 e 3 sono contropiedi. Nel secondo gol la squadra aspettava il rigore e non il contropiede, però ha giocato, abbiamo provato, abbiamo dominato. Anche noi in panchina le abbiamo provate tutte, abbiamo messo la Lazio in grande difficoltà. Hanno fatto la gestione degli ultimi minuti come hanno voluto fare e l’arbitro lo ha permesso, è così. Non ho tanto di più da dire“. Piccola curiosità: a fine gara lo Special One si ha disertato la conferenza stampa. A far infuriare il tecnico portoghese sarebbe stata la modalità con la quale si è deciso di condurre la conferenza stampa, cioè senza domande dirette dei giornalisti ma solo da remoto. Queste le sue parole urlate al delegato della Serie A: Chi l’ha decisa questa cosa?”. “L’ha scelto la Lazio, aveva questa possibilità. Le domande le deve fare il vostro addetto stampa” risponde l’uomo. “L’ha scelto per il suo allenatore, io voglio parlare con i giornalisti – ribatte il portoghese – Non c’è rispetto per la gente che lavora. Questa regola è una cazzata, io voglio parlare alla stampa e voi non mi lasciate parlare. L’addetto stampa non è un giornalista”. L’uomo della Lega prova a calmare: “È la modalità che ha scelto la Lazio, non devi prendertela con me”. Ma Mourinho è furioso“È una modalità del ca***, mettitela nel c**o questa modalità”. Post partita caldo, da derby. Per la Roma ora testa solo a giovedì, alla gara contro lo Zorya in Conference League.

Francesco Belli

Viaggiando nella Hall of Fame: Paulo Roberto Falcao, il “gaucho” che ha illuminato Roma

Pagine Romaniste (F.Belli) – E’ il giorno di San Lorenzo di un estate di inizio anni 80′, un estate speciale per ogni tifoso romanista. E’ l’estate dell’arrivo di Paulo Roberto Falcao, colui che da lì a poco sarebbe diventato l’ottavo re di Roma. Un campione mai dimenticato, diventato leggenda prima ancora del diffondersi del mito, come accade solo a pochi privilegiati. Il divino, perché il suo modo di giocare non era qualcosa di umano, ma piuttosto di trascendentale. Qualcosa che, almeno a Roma, non si era mai visto. Disse in tempi recenti il figlio Giuseppe: “C’è una Roma prima di Falcao e una Roma dopo Falcao”. La rivoluzione importata nella Capitale da un brasiliano che “meno brasiliano non c’è”. In altri termini Gaucho, soprannome dato a tutti coloro che sono nati nel sud del Brasile, la contraddittoria terra dove la dittatura militare e la Democrazia corinthiana di Socrates riescono a convivere nello stesso periodo. Ma queste sono altre storie. Lui, quel ragazzo cresciuto ad Abelardo Luz, circondario di Xanxere, non viene però dal Timão. Viene da una squadra più anonima, diventata grande proprio nei suoi sei anni di militanza: l’Internacional di Porto Alegre. Tre campionati conquistati dal 1973 al 1979 per una squadra che prima di lui non ne aveva mai vinti. Non basta: la piazza vuole Zico, il campione conosciuto “in questo mondo e quell’altro”, anche perché nella Capitale, di quel ricciolino, si sa veramente poco.

L’arrivo a Roma

Di Falcao ci sono solo poche registrazioni, per lo più in bianco e nero e con immagini sfuocate. I tifosi restano attoniti ma alla fine si fidano di Liedholm che lo presentò così di fronte ai giornalisti: “Gran iocatore, intelijiente. Lui piedi come mani“. E fanno bene a fidarsi, perché il giocatore con la maglia numero 5 è destinato a cambiare la storia. E la storia cambia. Non immediatamente, passeranno alcuni anni anche se qualche trofeo arriva subito come la Coppa Italia nel 1981, nella stessa stagione del celebre “non gol” di Turone. Più precisamente passeranno 3 anni, era il 1983 quando la Roma si laureò per la seconda volta nella sua storia (a distanza di 41 anni) campione d’Italia. E c’è molto di Falcao in quel trionfo. Un esempio su tutti: la trasferta insidiosa con il Pisa che arriva a pochi giorni dalla sconfitta contro la Juventus che sembra preannunciare l’ennesimo, rovinoso, crollo giallorosso. E invece no, ci pensa il gaucho a segnare il gol dell’1-0 che sblocca il match e risveglia i capitolini, che da quel momento non sbagliano più un colpo. Ma è forse un altro il momento impresso nella mente di tutti: l’assist di tacco a Pruzzo. Non è importante l’avversario, la Fiorentina, o la stagione, 1981-1982, ma il gesto tecnico. Un tacco volante che ancora oggi mette in imbarazzo le più belle prodezze di Messi e co. Quel tacco è Paulo Roberto Falcao, il re gaucho che ha illuminato Roma. La storia però, quella di Falcao a Roma, non è come nelle favole, citando il buon Vasco. Culmina senza lieto fine, col brasiliano che si infortuna al ginocchio e che, senza il barone in panchina, non riesce a ritrovarsi. Ma non importa, perché le storie belle non hanno un lieto fine. Semplicemente non finiscono, e quella dell’ottavo re di Roma non finirà mai, finché ci sarà qualcuno disposto a ricordarla. Pagine Romaniste (F.Belli) –

Viaggiando nella Hall of Fame: Alcides Ghiggia, l’eroe del Maracanazo

Pagine Romaniste (F.Belli) – Un grido di dolore strozzato nella gola da milioni di persone. Forse il più grande dramma di massa della storia consumato davanti a quasi 200.000 occhi attoniti e cuori infranti. In altre parole Maracanazo. E’ qui che nasce il mito di Alcides Ghiggia, leggenda del calcio uruguagio e della Roma. Perché il 16 luglio del 1950, al Maracanà di Rio de Janeiro, è lui, “el chico”, a siglare il gol del 2-1 che porta l’Uruguay sul tetto del mondo nell’ultima gara del Mondiale. È una vittoria impossibile, insensata, inimmaginabile. Jules Rimet, presidente Fifa presente all’evento, disse: “Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay“. Il generale Ângelo Mendes de Morais prima della gara pronunciò un breve discorso, emblematico riguardo le speranze, o meglio certezze, riposte nella Selecao“Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!”. Certezze giustamente riposte, visto che appena un anno prima i verdeoro in Copa America trionfarono 5-1 contro la Celeste. Però quel baffetto minuto, fragile, con busto corto e ingobbito e gambe lunghe e arcuate (come lo descrisse anni dopo Sandro Ciotti) aveva altri piani nella mente. Ha deciso quel giorno, al minuto 79′, di scrivere il suo nome nella storia del calcio. Quando l’arbitro fischiò la fine, decine di persone vennero colte da infarto e alcune fonti, di non sicura attendibilità, parlano di almeno dieci morti e due suicidi dalle tribune. E’ da questo momento di isteria collettiva che nasce il mito di Ghiggia, che anni dopo dichiarò: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanà. Frank Sinatra, Papa Giovanni Paolo II e io”.

L’arrivo a Roma e l’annuncio del Sistina

Tre anni dopo al Teatro Sistina di Roma, il 31 maggio del 1953, il presidente capitolino Renato Sacerdoti si trova in procinto di fare un annuncio importante: “Poche ore fa, prima di venire fra voi, sono stato informato che uno dei più grandi giocatori del mondo vestirà con l’inizio del prossimo torneo, la maglia giallorossa della Roma. Porta lo stesso nome del nostro presidente del consiglio De Gasperi“. “Arcide, Arcide!” fa eco la folla. Qualcuno, non simpatizzante della Democrazia Cristiana, urla: “Palmiro!”, rievocando l’ex segretario del Partito Comunista Italiano Togliatti. “E’ Alcides Ghiggia, campione del mondo con l’Uruguay”, dice Sacerdoti, e la folla esplode. Il costo del cartellino si aggirò (le fonti non sono univoche) tra i 33 e i 40 milioni, di cui 15 ripagati solo il giorno della presentazione contro il CharltonQualcuno si ricorda il colpo di genio di Messi che invece di tirare un rigore ha passato la palla a Suarez? L’ha fatto prima di lui Alcides Ghiggia con la maglia giallorossa, genio sregolato. Veste la maglia capitolina 8 stagioni, divenendone per un periodo anche capitano ma vincendo solo una Coppa delle Fiere nel 1961. Campione mai dimenticato, innamorato della Roma, della dolce vita e delle belle donne. Roberto Gervaso diceva: “Il talento è scintilla, il genio, fiamma”. Ecco, Alcides Ghiggia fu fiamma. – Pagine Romaniste (F.Belli) 

Viaggiando nella Hall of Fame: Giuseppe Giannini, la favola del principe senza lieto fine

Pagine Romaniste (F. Belli) – Jean de La Fontaine diceva: “Spesso si incontra il proprio destino nella via che si era presa per evitarlo”. È proprio cercando di evitare un destino di delusioni e sofferenze che Giuseppe Giannini, chiamato il “principe” dal suo compagno di squadra Odoacre Chierico per i suoi movimenti eleganti e sopraffini, è stato sopraffatto. Un destino beffardo e triste scelto dal principio: non ha avuto nessun dubbio quel ragazzo nato al quartiere Trieste e cresciuto a Frattocchie ad anteporre l’amore per la Roma all’offerta del Milan, che già da tempo lo seguiva. L’esordio non è dei migliori: Liedholm lo fa esordire con il Cesena ma è un suo errore a regalare il gol della vittoria agli avversari. Il campione però non può essere fermato. La consacrazione sul campo avviene comunque pochi anni dopo, proprio col barone che di lui dirà: “Solo Rivera era più era più svelto nell’imparare”Nel 1988, a 24 anni, è già capitano e trascinatore di una Roma che stenta e incappa nelle mille difficoltà della fine di un ciclo glorioso, quello degli anni 80′. L’apice della carriera è sicuramente il mondiale delle “notti magiche” del 1990, dove indossa la 10 e proprio a casa sua, all’Olimpico, segna il gol della vittoria contro gli Stati Uniti. Nessuno può però cambiare il destino, e quello del principe è ormai inseparabilmente segnato. La finale di Coppa Uefa persa contro l’Inter nel 1991, il palo contro il Torino che avrebbe regalato una Coppa Italia con una rimonta impossibile nel 1993, e poi quel rigore…

IDI DI MARZO

Un anno dopo quel maledetto palo, il 15 marzo del 1994, giorno delle idi di marzo romane, il principe si trova a 11 metri dalla possibilità di scacciare le ombre della B vicina un punto. E lo può fare contro la Lazio, che sta conducendo la gara con l’idolo di quegli altri, Signori. Il rigore viene parato da Marchegiani e scatta il finimondo. “Se uno ha un rigore e lo sbaglia, non è degno di stare in questa squadra”, dice patron Franco Sensi a fine gara. Il capitano delegittimato dal suo stesso presidente, romano e romanista come lui. Pochi mesi dopo sarà comunque affar suo scacciare l’incubo della retrocessione segnando contro il Foggia. Nulla però gli toglierà quella macchia, che lo segnerà per sempre. La sua avventura nella squadra che tifa fin da bambino e che l’ha visto crescere sta per finire. Due anni dopo, nella sua ultima stagione con la maglia giallorossa, di nuovo a marzo, maledetto marzo, il principe sfiora il riscatto. Immaginiamo per un secondo se Messi, sul 3-0 contro il Barcellona, avesse segnato e portato i blaugrana in semifinale. Ecco, sostituite Messi con Vavra e Giannini con Manolas e avrete Roma-Slavia Praga“E poi c’è chi non crede alle favole, è un principe che ha preso sottobraccio la sua Roma”, l’indimenticabile commento di Cerqueti sul gol del 2-0, che portava la firma proprio di Giannini e che permetteva alla Roma di pareggiare la sconfitta d’andata. Si sbagliava però, perché il lieto fine non ci sarà nè quel giorno nè quattro anni dopo, nella cerimonia d’addio al calcio rovinata da alcuni tifosi e dalla Lazio campione d’Italia. Ma le storie a lieto fine, si sa, sono solo quelle che non iniziano mai.

Francesco Belli

Prima sconfitta dell’era Mourinho: a Verona la Roma stesa per 3-2

Pagine Romaniste (F. Belli) – Alla ricerca della settima meraviglia. Superate le prime sei prove – tra campionato e Conference League – la Roma era alla ricerca del settimo successo consecutivo. Davanti c’era il Verona, fresco di cambio di panchina passata da Di Francesco a Tudor. Mourinho non ha schierato la formazione titolare. Sulla fascia sinistra mancava Vina, ai box per una botta al ginocchio. A sostituirlo Calafiori. A completare la linea davanti a Rui Patricio Mancini ed Ibanez, Karsdorp a destra. Cristante e Veretout a giostrare a centrocampo. C’è stato anche un cambio sulla trequarti, dove Shomurodov ha preso il posto di Mkhitaryan, anche lui non al meglio per un affaticamento muscolare. Pellegrini ha diretto i lavori offensivi, aiutato da Zaniolo sulla destra. Abraham punta. Era inevitabile e tutti, Mourinho in primis, lo stavano attendendo. Così, “fatalmente”, la prima sconfitta della nuova gestione portoghese è arrivato proprio a Verona. Il solito “fatal Verona”. È successo in una partita spigolosa nella quale la Roma è andata avanti grazie a un gran gol di capitan Pellegrini, ancora una volta per lunghi tratti di un livello assoluto. Il capitano giallorosso ha messo in rete di tacco un gran pallone servito da Karsdorp. Ma il secondo tempo è di tutt’altro registro. La Roma viene raggiunta dal sigillo di Barak al quale fa seguito il vantaggio di Caprari, ma riesce di nuovo a rimetterla in piedi grazie all’autogol di Bessa, disastroso nel tentativo di chiusura su Abraham. Ci pensa il capolavoro di Faraoni a fissare il risultato finale su un 3-2. Un risultato che fa male, soprattutto per come è maturato, e che rischia di minare le certezze che la rosa aveva acquisito finora, a pochi giorni dall’Udinese e dal derby di domenica. Un capitolo a parte meriterebbe l’arbitraggio di Maresca, già al centro delle polemiche per come aveva condotto nella scorsa stagione Roma-Sassuolo. Un esempio: per tutti, gamba alta sul ginocchio di Simeone ai danni di Veretout; nulla. Poco dopo, protesta di Veretout che ha subìto un fallo: giallo. Nella sua partita almeno non ci sono errori che condizionano l’esito della gara. A Mourinho ora l’arduo compito di trovare dei correttivi. A partire da un nervosismo eccessivo che a Verona è stato dannoso e che non è bisogna confondere con la grinta. Queste le parole del portoghese a fine gara: “Loro hanno fatto uno sforzo tremendo per vincere la partita, noi ci siamo impegnati, non ho niente da dire sotto questo punto di vista, però non abbiamo giocato bene. Abbiamo perso tanti duelli individuali, e i calciatori del Verona hanno avuto più intensità di noi. Ho bisogno di rivedere la partita per cercare di capire con più dettagli cosa è successo. Abbiamo interpretato male alcune situazioni, gli attaccanti dovevano fare più pressing. Abbiamo avuto qualche difficoltà anche quando avevamo noi la palla. Abbiamo cercato troppo il gioco lungo e non ci siamo adattati al loro modo di giocare, ci è mancata un po’ di qualità. I tre gol voglio rivederli, ho avuto la sensazione che abbiamo avuto difficoltà a centrocampo. Ci aspettavamo una loro reazione nel secondo tempo, dovevamo gestire meglio i momenti di difficoltà ma come abbiamo vinto 6 partite e non 60, ne abbiamo persa una e non 10. Dobbiamo pensare alla prossima e provare a vincere la settima invece di perdere la seconda“. Lo Special One dovrà essere bravo a gestire una difficile situazione in vista della gara casalinga contro l’Udinese in programma giovedì e soprattutto in vista del derby di domenica alle 18.

Francesco Belli

La Roma a valanga sul CSKA Sofia: finisce 5-1 all’Olimpico

Pagine Romaniste (F. Belli) – La Roma non si ferma più. Nel primo impegno dei gironi di Conference League, la valanga giallorossa colpisce il Cska Sofia: finisce 5-1. A sbloccare il risultato sono però i bulgari con Carey (13’). In meno di un quarto d’ora arriva il sorpasso. Pellegrini riceve un delizioso assist da Kardsorp, controlla con cura per poi mettere alle spalle di Busatto con un incantevole tiro a giro. Ad appena tre giorni da quando Francesco Totti lo aveva incoronato come suo erede, ecco che il capitano della Roma ha tirato fuori dal cilindro una prestazione proprio stile “tottiano”. Il raddoppio viene firmato da El Shaarawy. Il Faraone ripete lo stesso copione col Sassuolo: tiro a girare col destro, che questa volta finisce a fil di palo. Nella ripresa la Roma dilaga. Ancora servito dalle fasce – da sinistra, con l’ottima discesa di Calafiori – Pellegrini colleziona un’altra doppietta dopo quella di Salerno. Il poker è invece calato da Mancini, al posto giusto ed al momento giusto dopo il palo colpito a distanza ravvicinata dal rientrante Smalling. Palo che nega la gioia a Shomurodov, il quale serve però Abraham: l’inglese si sblocca all’Olimpico e mette il timbro. Mou, visti i numerosi impegni, sceglie la via del turnover. Sette sono i cambi, in campo dall’inizio quattro titolarissimi trainanti, Rui Patricio, Karsdorp, Mancini e Pellegrini. E si vede, visto che i bulgari passano in vantaggio e per i primi venti minuti la Roma quasi non si vede. Partita semplice per l’arbitro Glenn Nyberg, alla prima direzione in Italia. Stesso discorso per i guardalinee Beigi e Sederqvist. Il terzetto svedese si difende egregiamente nonostante la mancanza del Var, prevista solo nella finale di Tirana. Il primo tempo è tranquillo, anche se al 5′ l’arbitro non vede una gomitata che procura un taglio sotto l’occhio a Carles Perez. Nel complesso però bene, con una direzione di gara molto inglese. E l’arbitro va avanti con coerenza nella ripresa. Giusta nel finale la scelta di espellere Wildschut per doppia ammonizione: prima atterra Ibanez allargando troppo il braccio, poi commette un fallo tattico fermando Perez in contropiede. Non è fuorigioco quello di Mancini sul quarto gol, più dubbi su Abraham ma nel dubbio giusto non alzare la bandierina. Mourinho a fine gara è stato estremamente sincero, criticando la prestazione dei suoi ma non l’atteggiamento: Non mi è piaciuta la qualità del gioco. Non abbiamo tenuto la palla come ci siamo allenati nei giorni scorsi, centrocampo con poca intensità e i terzini non hanno spinto molto. Abbiamo perso molti duelli difensivi. Non abbiamo giocato male, ma non abbiamo meritato il 5-1. Non mi è piaciuta la gara. Pellegrini? Cresciamo tutti insieme e anche io cresco con i ragazzi. E’ un giocatore di super qualità con grande potenziale. Vorrei dire molto di più, lui mi ha detto che firmerà il suo contratto nei prossimi giorni e potrà dare più forza al suo rapporto con i tifosi in modo decisivo. E’ un giocatore di qualità, è il capitano ed è importante l’empatia con i tifosi che sta creando. Se devo gestire l’entusiasmo? E’ vero. L’altro giorno scherzavo col mio staff dicendo che ogni giorno dobbiamo andare a San Pietro per pregare di non avere infortuni. Abbiamo dei limiti e una stagione è una maratona, dobbiamo gestire queste situazioni. Sei vittorie non sono sessanta, e se arriva la settima non saranno settanta. Felice di ciò che stiamo costruendo, ma la squadra deve migliorare e dobbiamo essere tranquilli. Questo rapporto tra la squadra e i tifosi è molto positivo per noi. Quando arriverà il buio, è lì che dovremo essere più squadra. Per il momento sono contento di ciò che stiamo costruendo anche se oggi non sono contento di come abbiamo giocato. Mancano nove punti per essere primi nel girone”. Lucido come sempre, lo Special One mette in guardia i suoi sul fatto che quando arriverà la prima sconfitta, i suoi uomini dovranno dimostrare di essere una squadra vera rispondendo immediatamente senza farsi abbattere dallo sconforto. E domenica al Bentegodi c’è il Verona di Tudor.

Francesco Belli

Roma-Sassuolo 2-1, la millesima dello Special One finisce con una corsa sotto la Curva Sud

Pagine Romaniste (F. Belli) – Dopo la sosta delle nazionali, la Roma è tornata in campionato per affrontare nella terza giornata di Serie A il Sassuolo di Dionisi. I giallorossi hanno battuto 2-1 i neroverdi grazie alle reti di Cristante al 36′ e di El Shaarawy in pieno recupero sul finale di gara. Brividi prima del fischio finale per i tifosi romanisti, quando Scamacca aveva trafitto Rui Patricio per quello che sarebbe stato con ogni probabilità il gol del 2-2 finale, ma la posizione dell’attaccante era in off side. Il gol dei neroverdi, quello regolare, porta la firma di Djuricic, che ha finalizzato (con un rimpallo fortunoso sul ginocchio) un bell’assist di Berardi. Gli ultimi 10 minuti hanno visto le due squadre creare molte occasioni con continui ribaltamenti di fronte, con Pellegrini che ha sfiorato due volte il gol e d’altra parte con Rui Patricio che ha salvato il risultato in almeno due occasioni. Da segnalare anche il palo colpito da Traorè a due minuti dalla fine. Pessimo l’arbitraggio. Al di là dei due gol annullati, due note: non fischia un facile fallo di ostruzione di Chiriches (già ammonito) su Pellegrini, poi va ad ammonire Ibanez per un’entrata rude ma sul pallone; Kyriakopoulos mette le mani addosso a Sozza dopo il 90‘, gli dà una spinta e urla, manca (con pochi dubbi) il rosso, ma l’episodio – mediaticamente – è graveQueste le parole a fine gara: “Perché ho esultato correndo verso la Sud? durante la settimana sono stato un bugiardo anche con me stesso, a dire che non era una partita speciale. Ho cercato di convincermi però era una partita speciale, un numero importante per me e sicuramente vorrò sempre ricordare che la partita numero mille è stata questa. Non volevo ricordare una sconfitta, avevo una paura tremenda di avere questo ricordo in eterno. Ho mentito a tutti, è stata una sensazione incredibile perché la partita poteva finire 6-6, potevano vincere loro. Rui ha fatto delle parate incredibili, noi abbiamo sbagliato dei gol a porta vuota. Per il neutrale è stata una partita straordinaria, pensa per uno come me. Oggi non avevo 58 anni, ma 10-11, quando inizi a sognare una carriera nel calcio. E’ stata la corsa di un bambino. Mi sono già scusato con Dionisi, complimenti a loro, hanno fatto una partita fantastica. Abbiamo vinto noi, se vincevano loro niente da dire perché hanno fatto una partita fantastica. L’atteggiamento? Partita tremendamente difficile, dopo 2 settimane orribili, anche se abbiamo giocato solo con 3 giocatori che tornavano da 90′ minuti in nazionale. Ma Mancini non si è allenato, come Pellegrini. Karsdorp ha avuto un problema a inizio settimana, qualcuno ha avuto i crampi. Giocare come volevamo era difficilissimo, loro erano difficili da pressare. Con l’1-1 ho voluto rischiare mettendo un solo centrocampista e in pratica 5 attaccanti. Potevamo vincere ma abbiamo lasciato spazio ai loro contrattacchi. Sono rischi che puoi prendere quando l’autostima è alta e la connessione tra squadra e tifosi dura fino all’ultimo minuto. Anche dopo la frustrazione di un recupero di soli 3 minuti… Lo dico sempre: quando alla mia squadra serve un gol danno sempre 2-3 minuti di recupero, altrimenti 7-8… Ma dopo questa frustrazione di un recupero così breve squadra e ambiente hanno avuto una mentalità top. Abbiamo giocato in casa 2 partite molto difficili, e anche la prossima, con l’Udinese, lo sarà. Mi sembra che questa Serie A, 10 anni dopo, sia diversa da quella che ho conosciuto. All’epoca avevo la squadra più forte, c’era qualche contendente e poi c’era un gap di qualità con le altre. In questo momento ci sono una o due squadre con una rosa al livello completamente diverso. Ma poi ci sono 7-8-9 squadre, Sassuolo, Fiorentina, noi, Udinese… Insieme a tutte quelle che hanno finito nelle posizioni top dello scorso anno. Abbiamo tutte qualità e tutti giocano a calcio. Non ci sono più squadre che si chiudono e cercano solo il contropiede. Lo abbiamo visto con Fiorentina e Sassuolo. Una Serie A davvero difficile ma complimenti alla connessione tra i miei ragazzi e la gente“. A punteggio pieno rimangono in tre e la Roma c’è: rima a parte, è un dolce ritornello per la gente che si gode la follia di un successo nel recupero, tremando per le occasioni del Sassuolo e riempiendo di euforia l’Olimpico. E’ una Roma in cui tutti sposano la causa dell’allenatore e cercano di fare uno sforzo in più. Viña va in campo un giorno dopo il rientro dall’Uruguay, Zaniolo, Pellegrini e Mancini giocano “sopra” i rispettivi acciacchi, Abraham va a terra dopo una storta al piede e prova a fermare i medici che stanno accorrendo per le cure.

 

Francesco Belli

La Roma vince e convince: 4-0 per i giallorossi all’Arechi

 

Pagine Romaniste (F. Belli) – La Roma cala il poker all’Arechi di Salerno. Dopo un primo tempo senza reti, i giallorossi hanno dilagato nella ripresa: doppietta per capitan Pellegrini (48′, 79′), ancora in gol Jordan Veretout (52′) e la prima rete di Tammy Abraham con la maglia della Roma (69′). La partita termina 4-0, con la formazione di Mourinho che raggiunge Inter, Milan, Lazio e Napoli a punteggio pieno in classifica (6). Questa l’analisi di Mourinho: “Era impossibile non vincere. Dal primo minuto ho avuto la sensazione di tranquillità, la squadra giocava veramente bene, ho detto loro che contro la Fiorentina era 1-0 per noi e che con un uomo in più per noi ero preoccupato, ma oggi ero super tranquillo. La squadra ha dominato in tutti i momenti della partita. Abbiamo giocato alti, abbiamo pressato, non abbiamo concesso nulla. Abbiamo controllato tutto e con la palla hanno fatto tutto quello che dovevano fare, li abbiamo fatti stancare, abbiamo cercato profondità e abbiamo provato delle dinamiche su cui ci eravamo allenati ieri. La squadra ha giocato veramente bene, per questo ero super tranquillo e sono contento che Pellegrini pensa che io abbia fatto arrivare questo messaggio“.  Gli allenamenti riprenderanno nella giornata di martedì, alle ore 10, senza ovviamente i nazionali che saranno in giro per le qualificazioni ai Mondiali in Qatar nel 2022. Comincia così la preparazione verso il match contro il Sassuolo della terza giornata. I giallorossi hanno giocato ad una porta fino all’intervallo senza riuscire a sboccare il risultato. Ma non si sono innervositi e hanno saputo attendere il momento giusto per colpire: uno-due improvviso che ha chiuso ad inizio ripresa la pratica più complicata della nuova stagione, conquistando il quarto successo di fila (il secondo in campionato dopo la Fiorentina, il quarto considerando i playoff di Conference contro i turchi del Trabzonspor). La Roma deve affrontare, per la prima volta da quando c’è lui in panchina, una difesa a 3. Castori ha esagerato, ma non sorprende il collega che ha virato fin dal fischio d’inizio. Mou lo lascia fare all’avversario senza doversi vergognare. E’ una prova di forza per la Roma che di ritorno dalla sosta troverà il Sassuolo all’Olimpico. Un capitolo a parte merita Lorenzo Pellegrini, autore di una doppietta e rivitalizzato dopo le belle parole di Mourinho di una settimana fa: “Quest’anno c’è qualcosa di diverso, quello che ci viene trasmesso è di pensare partita dopo partita, ma veramente è così. Quest’anno non si parlerà mai di una partita se prima ce n’è da giocare un’altra, più o meno importante che sia. Continuiamo a migliorare e ad andare avanti per crescere insieme”, queste le parole del capitano a fine gara.

Francesco Belli