Viaggiando nella Hall Of Fame: Damiano Tommasi, l’anima candida che ha trasformato i fischi in applausi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Per Capello in quella stagione è il giocatore più importante della squadra. Più di TottiMontella e Batistuta. La stagione, ovviamente, è quella del terzo scudetto e il soggetto è Damiano Tommasi. Meglio conosciuto come “Anima candida” per la sua estrema generosità e sincerità. Viene acquistato dalla Roma nel 1996, dopo esser stato uno dei protagonisti della promozione del Verona dalla B. Inizia tra gli applausi, che in breve si tramutano in fischi. È la stagione di Carlos Bianchi e quando le cose vanno male serve un capro espiatorioMite, silenzioso, sincero, tutte caratteristiche che lo portano a essere la perfetta vittima sacrificale di una stagione maledetta. Ma quei fischi tornano presto, di nuovo, applausi. Non per delle belle parole dispensate nel verso giusto, non è un comportamento da “anima candida” quello, ma grazie alle prestazioni sul campo. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile” dice un proverbio. Sbaglia: Damiano Tommasi era l’emblema dell’indispensabilità. Fino a quella maledetta amichevole d’inizio estate.

L’infortunio e il ritorno in quella ultima, indimenticabile, stagione d’addio

Era il 2004 e i giallorossi affrontano lo Stoke City. Un certo Gerry Taggart, che Massimo Marianella non esiterebbe a chiamare un criminale prestato al calcio, si rende protagonista di un contrasto violento. Cattivo, brutto, esagerato per una partita di campionato figurarsi per un’amichevole. Il responso è al limite del drammatico: rottura del crociato anteriore, rottura del crociato posteriore, del collaterale mediale esterno e interno, dei due menischi, infrazione dei condili e, dulcis in fundo, del piatto tibiale. Un elenco infinito che porta a una sola estrema conseguenza: appendere gli scarpini al chiodo. Ma non ci riesce. Non lui, non Damiano Tommasi. Si rimette in moto e 15 mesi dopo è ancora “lì, sempre lì. Lì nel mezzo a coprire certe zone e a giocare generoso” come direbbe Ligabue. Per di più gioca a 1500 euro al mese. Perché? L’anno precedente, quello dell’infortunio, era in scadenza e ha deciso di firmare al minimo sindacale pur di rimanere nella Capitale. Non da tutti in un calcio dove protagonisti sembrano sempre meno calciatori e più Paperon de’ Paperoni. Anzi da nessuno. Anni dopo ricorderà quella stagione come la più bella della sua carriera, più bella anche di quella del tricolore. La sua più grande sfida, vinta sul campo passo dopo passo. Poi andrà al Levante, al Qpr, in Cina e persino a San Marino. Ma il suo cuore resterà sempre lì, nello stesso posto dove tutto sembrava perduto dopo che le gambe gli avevano detto addio. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Carlo Ancelotti, una vita da mediano. Una vita da Carletto

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Una vita da Mediano, a recuperar palloni. Nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni”, cantava LigabueUna vita da Carletto, anche se non è sempre stato un mediano. Ha iniziato giovanissimo centravanti, salvo poi spostarsi sulla trequarti quando era al Parma. E’ un suo gol alla Triestina nello spareggio di C1 che permette ai crociati di tornare in Serie B. Quel giorno, al Menti, c’era gran parte dello stato maggiore della Roma: il presidente Dino Viola, l’allenatore Niels Liedholm e il direttore sportivo Luciano Moggi (proprio lui, quello di Calciopoli). L’ingegnere vuole vincere la concorrenza dell’Inter e per farlo dà carta bianca al direttore sportivo che alla fine riesce a portarlo nella Capitale. Sarà l’inizio di una favola. Subito il barone lo arretra a mediano nella posizione in cui, nonostante le difficoltà iniziali, brillerà fino a fine carriera. Una vera e propria intuizione tattica che consente alla Roma di sfruttare al meglio le doti in interdizione e allo stesso tempo d’impostazione del “bimbo”, cosi chiamato per i tratti giovanili. S’innamora di Roma e i tifosi s’innamorano di lui, come testimoniato da quest’estratto del suo libro “Preferisco la Coppa”: “Roma città matta, Capitale del mio cuore. Di Milano non conosco niente, di Roma tutto. Lì ho imparato a vincere, anche se il mio rapporto disincantato nell’affrontare gli avvenimenti belli è strano: li ricordo poco. Nel calcio come nella vita ti restano addosso le delusioni, di cui però non ho tutta questa voglia di parlare”.

La finale col Liverpool, Roma-Lecce e la corte di Berlusconi

Perché ce ne sono state tante di delusioni, di partite che vorrebbero essere dimenticate in quegli 8 anni nella Città Eterna. Dalla batosta del primo infortunio che gli costerà il Mondiale di Spagna 82′ alla sconfitta in finale di Champions col Liverpool, dalle continue ricadute in campo a quel maledetto Roma-Lecce che vale uno scudetto perduto mentre aveva la fascia da capitano al braccio. Del resto Paulo Coelho diceva: “Impara dal contadino ad avere pazienza, a lavorare duramente e a non bestemmiare contro i temporali, perché sarebbe soltanto una perdita di tempo”. Ed è con questo spirito bucolico che Ancelotti affronta le difficoltà, proprio lui che è cresciuto contadino nelle campagne emiliano-romagnole. Alla fine se ne va al Milan perché a Roma più o meno tutti sono convinti che il meglio sia alle spalle, facendo scoppiare di gioia Sacchi e Berlusconi. Ma questa è un’altra storia. Dopo il ritiro ha promesso più volte di tornare a Roma, questa volta da allenatore, e i tifosi lo aspettano con fiducia. Non vedono l’ora di vederlo di nuovo da Pierluigi, a piazza De’ Ricci, com’era solito fare in quelle belle serate lontane, a mangiare un bel carpaccio di gamberi rossi o una tartare di tonno, specialità della casa. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Resta o parte? Il possibile futuro degli attuali calciatori della Roma

(Keivan Karimi) – Un campionato più unico che raro. Dapprima combattuto su tutti i fronti, poi interrotto bruscamente per l’emergenza Coronavirus.

La Serie A 2019-2020 è ferma, non si sa attualmente se e quando riprenderanno gli incontri. E le società, in attesa di responsi generali, iniziando inevitabilmente a pensare al futuro, ai progetti tecnici che verranno in vista della stagione successiva.

La Roma è una delle squadre che dovrà risolvere molte situazioni. Tra prestiti, calciatori in partenza e conferme assolute. In primis quella di Paulo Fonseca, che sarà certamente al timone dei giallorossi anche nella prossima annata.

Andiamo con ordine per valutare quale sarà, nelle valutazioni odierne, il destino dei calciatori della rosa romanista:

Pau Lopez – La Roma ha investito, e tanto, su di lui. A parte l’errore al derby ha dimostrato ottime qualità. Certezza.

Mirante – Dovrebbe restare almeno un altro anno come secondo portiere.

Fuzato – Già a gennaio sarebbe dovuto andare a giocare in Portogallo. Andrà in prestito quasi sicuramente.

Mancini – Altro investimento importante, per la Roma è un intoccabile.

Fazio – Dovrebbe restare fino al 2021 in rosa. La Roma non si opporrebbe però ad un’eventuale partenza.

Juan Jesus – Già fuori dai piani da diversi mesi. Partirà per un’offerta da 6-7 milioni.

Smalling – Imprescindibile per Fonseca, la società è al lavoro per riscattarlo dal Manchester United. Due i problemi: l’alta valutazione del cartellino (25 milioni di sterline) e la concorrenza di Everton, Arsenal e Milan.

Cetin – Già cercato nel recente passato da club italiani e turchi. Dovrebbe partire in prestito.

Ibañez – Avrà più spazio, soprattutto in caso di partenza di Fazio e Jesus. Dovrebbe restare come alternativa in difesa.

Santon – Non ha molto mercato, destinato a restare come jolly difensivo.

Spinazzola – Uno dei dubbi maggiori: giocatore di spessore, ma un po’ troppo spesso umorale. Non è escluso che cambi aria.

Zappacosta – La Roma è al lavoro col Chelsea per rinnovare gratuitamente il prestito annuale.

Kolarov – Resterà fino al termine del contratto, nonostante le avance di Mihajlovic e del Bologna.

Bruno Peres – Ha convinto Fonseca: resterà come risorsa per la fascia destra.

Diawara – E’ il regista del presente e del futuro. Rimarrà al 100%, ma prima dovrebbe operarsi al menisco sfruttando lo stop al campionato.

Veretout – Altro tassello importante, con Fonseca che sta studiando posizioni tattiche nuove.

Cristante – Molto stimato all’interno di Trigoria, meno dai tifosi e dall’ambiente. Si valuta uno scambio alla pari con Mandragora della Juventus.

Villar – Petrachi ha scommesso sul talentino spagnolo. Sarà il vice-Diawara.

Pellegrini – Intoccabile, ma prima andrà rivisto il contratto, togliendo anche la clausola rescissoria.

Pastore – Ormai alla frutta. Si lavorerà per fargli salutare Roma in estate.

Perotti – Altro calciatore sul viale del tramonto. Lui stesso appare poco ‘contento’ di restare. Ritorno in Argentina?

Zaniolo – Talento assoluto, è il futuro della Roma. Sarà pronto per la prossima estate dopo il k.o. al ginocchio.

Ünder – Alti e bassi. Troppe incertezza. Con un’offerta adeguata partirà senza troppi rimpianti.

C. Perez – La Roma ha investito a gennaio circa 15 milioni. Si ripartirà anche dal suo estro.

Kluivert – Migliorato e più maturo, è legato alla Roma e rimarrà sicuramente.

Mkhitaryan – Difficile trattenerlo. Si farà un tentativo per riscattarlo dall’Arsenal o rinnovare il prestito.

Kalinic – Nonostante la doppietta di Cagliari è destinato a tornare all’Atletico per fine prestito. Alla Roma serve ben altro in attacco.

Dzeko – Capitano, leader, bomber. L’età avanza, ma il bosniaco resta al centro del progetto.

Un focus anche sui calciatori della Roma attualmente in prestito altrove:

Schick – Lipsia molto soddisfatto. Non è da escludere la sua permanenza in Germania. A meno che il mercato non si complichi e si verifichi un ritorno a Roma.

Florenzi – Troppo poco il suo tempo a Valencia. Si valuta un allungamento del prestito.

Defrel – Già messo in conto il riscatto definitivo dal Sassuolo.

Coric – Tornerà dall’Almeria, andrà rigirato altrove.

Sadiq – Riscatto certo da parte del Partizan Belgrado.

Karsdorp – Difficile rivederlo a Roma. Il Feyenoord è al lavoro per trattenerlo.

Nzonzi – Si va verso il rinnovo del prestito al Rennes.

Olsen – Il Cagliari lo terrà se dovesse partire Cragno. Altrimenti non mancano altre proposte (Sporting Lisbona?).

Gonalons – Discreta stagione al Granada. Dovrebbe restare in Spagna.

Viaggiando nella Hall Of Fame: Aldair, il pluto che ha lasciato saudade

Pagine Romaniste (F. Belli) – Nella Roma migliore di tutti i tempi come centrali prendo due stranieri: quello falso, Vierchowood, e quello vero: Aldair”. Parola di un mostro sacro del calcio italiano: Nils LiedholmAldair Nascimento do Santos nasce in un piccolo paesino in provincia di Ilheus, non lontano da Rio de Janeiro. Da piccolo voleva giocare in attacco ma cambia subito idea, a suo dire, “perchè lì si prendevano troppi calci”. Non gli mancava il coraggio, era la paura che lo fregava direbbe Totò. Meglio una zona più sicura, meglio giocare difensore centrale. E’ un difensore potente, forte ma anche elegante e sopraffino, stile brasiliano insomma. Ha un difetto: è lento. Del resto, diceva Shakespeare, per scalare colline ripide serve inizialmente un passo lento. Viene notato dal Flamengo dove vince un campionato carioca nel 1986. Pochi anni dopo vola in Portogallo, al Benfica, prima di guadagnarsi l’attenzione di Dino Viola che lo acquista per la cifra monstre di 6 miliardi di lire. Per di più per dieci anni diventa il perno insostituibile della difesa giallorossa pur non vincendo praticamente niente. Entra di prepotenza nel cuore dei tifosi che lo soprannominano “Pluto”, per la somiglianza e per le movenze col personaggio della Disney, e “Alda”, in romanesco. E’ uno dei più forti difensori del mondo, se non il più forte, ma non è aiutato da una Roma che nel corso degli anni ’90 stenta ed è al limite della mediocrità. Una volta disse: “La squadra è come un buon piatto di carne. A volte basta cuocerla a fuoco lento, altre volte serve pressione o brace”. Ecco, quella Roma sembra un pezzo di carne crudo.

La fascia a Totti, lo scudetto “perso” e l’Aldair day

Diventa capitano nel ’98 e neanche un anno dopo compie il gran gesto: dare la fascia a un giovane Francesco Totti, che poi ha contraccambierà scrivendo una lettera struggente il giorno del suo addio al calcio. Ma questa è la fine. Torniamo a quel gesto: non era dovuto, semplicemente Aldair era già un passo avanti a tutti, come sempre anche in campo. A fine decennio arriva Capello, quando ormai il peso degli anni ha bussato alla porta di casa Pluto. L’anno dello scudetto, per dire, si infortuna a metà stagione perdendosi tutto il finale del campionato. Lui, che aveva condiviso con i tifosi i grandi dolori e le pochissime gioie di quegli anni, si sarebbe perso proprio il rush finale verso la gloria. Un dolore straziante che lo porterà a estraniarsi anche il giorno dello scudetto il 17 giugno. Non è difficile trovare il video di lui seduto con lo sguardo fisso verso terra in mezzo a compagni riversi in un autentico delirio. Due anni dopo l’Aldair day, il ritiro di fronte alla sua gente. Persone che lo hanno idolatrato, difeso, sostenuto, e che da quel giorno hanno anche pianto per lui. La numero “6” ritirata a furor di popolo dopo l’addio strappalacrime non basta a spiegare l’affetto che i tifosi della Roma nutrono per questo giocatore. Una “6” cosi pesante che per trovare nuova dimora ha aspettato l’arrivo di un certo Kevin StrootmanUn proverbio brasiliano dice che chi semina vento raccoglie tempesta e chi semina amore raccoglie saudade. Non esiste un corrispettivo italiano di saudade, è una sorta di atteggiamento di nostalgico rimpianto. Noi abbiamo amato Pluto, e Pluto ci ha lasciato saudade. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Vincent Candela, il francese con la Roma nel cuore

Pagine Romaniste (F. Belli) – Un antico proverbio dice che tutte le strade portano a Roma. Non è però vero il contrario e molti si sono persi cercando di trovare la strada del ritorno. Si è perso anche Vincent Candela, che da quando è arrivato nel lontano gennaio del 1997 non è più riuscito a tornare in Francia. Una storia d’amore iniziata tra mille difficoltà, con una trattativa impossibile col Guingamp portata avanti con ostinazione da Franco Sensi“E’ stato lui l’acquisto più difficile della mia gestione. Lo volevo a tutti i costi. Giocava nella provincia francese, ogni volta che cercavo di chiudere mi alzavano il prezzo”. Alla fine però “vouloir c’est pouvoir”, volere è potere e i club si mettono d’accordo. E’ un terzino col piede destro ma preferisce giocare a sinistra. Il suo marchio di fabbrica era il “double marche francaise”, il doppio passo alla francese. Un po’ come la finta di tacco di Kolarov, che ormai passerà agli annali come la finta in serbo. Le prime stagioni con Zeman non sono facili e nell’estate del ’98, quella del trionfante Mondiale in patria e del malore di Ronaldo in finale, sembra a un passo dall’addio. Rischio scongiurato e con l’arrivo di Capello si adatta anche a esterno di centrocampo.

Lo scudetto e la Roma Capitale del suo cuore

La sua stagione migliore probabilmente è quella che porta i giallorossi a vincere il tricolore dopo 18 anni d’astinenza, saltando appena una gara in campionato. Un’astinenza diventata motivo di sofferenza atroce per ogni tifoso e per lui in primis visto come si è prodigato nei festeggiamenti, anche caratterizzati da una certa “alterità” da parte sua e dei compagni. Suo sarà poi il primo gol nella Supercoppa contro la Fiorentina pochi mesi dopo. Tra l’altro questo Vincent già dopo qualche anno non sembrava più francese, immerso com’era nel suo ristorante a parlare di Roma e a godersi le campagne intorno alla Città Eterna. A un certo punto, non si sa bene quando, ha preso anche a parlare romano, tradito ogni tanto da qualche cadenza transalpina che inevitabilmente gli era rimasta in mentem e in corpore. Pochi anni dopo lascia la Capitale per andare al Bolton, salvo poi ripensarci e prendere la via di casa deviando “leggermente” verso il Friuli. Resta all’Udinese una stagione segnando anche un gol alla Lazio con un pallonetto da fuori area. Pensava di imitare quello di Totti in un derby finito 5-1, segno che la testa è sempre rivolta verso la Roma. Pochi anni dopo si ritira dal calcio e la cerimonia d’addio non poteva che celebrarsi nel suo stadio, l’Olimpico. L’amichevole che va in scena è una sorta di lotta emotiva tra due diverse fazioni del suo animo, la nazionale francese campione del mondo del ’98 e i campioni d’Italia della Roma del 2001. Ovviamente, non poteva essere altrimenti, vince la Roma, unica vera Capitale del suo cuore. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Franco Tancredi, la saracinesca pararigori

Pagine Romaniste (F. Belli) – Marco Ansaldo diceva: “I portieri sono gli eroi solitari. Quelli che non possono sbagliare. Là, abbandonati al proprio destino sotto gli occhi dello stadio”. E’ una storia di solitudine quella di Franco Tancredi, solo contro il rigorista di turno, contro la tristezza di aver perso un amico in una brutta serata di inizio estate, persino contro i tifosi che fino a qualche tempo prima l’osannavano. Solo anche, chissà, a parare il tiro di Nino, che non doveva aver paura di sbagliare quel calcio di rigore. Numero uno solitario, ma idolatrato. Non subito, ci son voluti due anni per diventare titolare nella Roma al posto di Paolo Conti e ad entrare nel cuore dei tifosi. La consacrazione è datata 17 maggio 1980: nella finale di Coppa Italia contro il Torino para 3 rigori ai granata salvando i compagni da una sconfitta ormai quasi certa. “Tancredi dice Roma”, titola il Corriere dello Sport il giorno seguente, un tripudio. L’anno successivo, sempre contro il Torino in finale di Coppa Italia, para altri altri due rigori e la Roma bissa il successo dell’anno precedente in maniera quasi identica. Il rigore, da sempre fonte di indefinita e indescrivibile gioia per quel ragazzo cresciuto a Giulianova. Nessun trucco: prima delle partite studia minuziosamente i tiratori e rimaneva fermo fino all’ultimo per poter tuffarsi nella giusta direzione: un perfetto equilibrio di preparazione e capacità. Non a caso nella prima finale col Torino l’hanno bucato solo quei due che nella semifinale contro la Juventus non avevano tirato.

Il duello perso con Grobbelar e il “tradimento”

Una sola volta è andata male, la più importante di tutte, e Grobbelar è stato più bravo. Un incubo, quel 30 maggio del 1984, che non verrà mai dimenticato. E dieci anni dopo ancora peggio, quando verrà a sapere della morte dell’amico fraterno Agostino a causa di una maledetta Smith e Wesson 38 special. Rimane nella Capitale fino al 1990 per poi giocare l’ultima stagione al settentrione. Pochi sanno però che l’ultima gara della carriera, anche se non ufficiale, la gioca comunque con la Roma nel giorno dell’addio al calcio di Bruno Conti. Diventa poi il preparatore dei portieri capitolino fino al 2004, quando sceglie di seguire Capello alla Vecchia SignoraDa quel momento 3 anni di silenzio, nessuna dichiarazione e nessuna giustificazione per quel “tradimento”. Inevitabili poi i fischi alla festa degli 80 anni della Roma, quando sale sul palco durante la premiazione. Pochi giorni dopo tornerà finalmente a parlare, dichiarandosi frustato per quella contestazione pubblica e dando la colpa al suo carattere, non avendo mai chiarito negli anni precedenti il perché di quella scelta. Un difetto di comunicazione insomma. Ma visto che non esiste vero amore senza perdono, nel 2011 torna come preparatore dei portieri al fianco di Luis Enrique e viene accolto con striscioni cordiali. Una pace necessaria per Tancredi, per noi e per conciliarci con il nostro passato. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Toninho Cerezo e quell’ultimo minuto che valse una Coppa Italia

Pagine Romaniste (F. Belli) – Chissà cosa ha fatto a Capodanno Toninho Cerezo. Come non iniziare il racconto di questa leggenda con una frase scontata, ormai entrata nell’immaginario collettivo con “Vacanze di Natale“. Un campione dal cuore d’oro e dalla forte personalità brasiliana, frizzante e gioiosa. Veniva chiamato simpaticamente “birillo” perché sembrava cadere da un momento all’altro ma poi restava sempre in piedi. Un altro soprannome che gli fu affibbiato, politicamente scorretto, era “er tappetaro” perché con quella carnagione e quei baffi sembrava un venditore di tappeti come se ne vedevano tanti in giro per la Città Eterna. I tifosi si innamorano di lui e lui si innamora dei tifosi: “Il cuore di Dio è giallorosso”  dirà più avanti. Ha il calcio nel Dna, come tutti i brasiliani del resto. Diceva Galeano“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo da calcio”. Tre stagioni alla Roma: nella prima vince una Coppa Italia e perde la finale di Coppa dei Campioni col Liverpool, nella seconda nulla, nella terza vince di nuovo la Coppa Italia. Ed è legato proprio a quest’ultimo trofeo il momento più bello in giallorosso e che forse vale da solo la sua nomina nella Hall Of Fame.

Cerezo Gol! Cerezo Gol! Gli ultimi indimenticabili minuti contro la Sampdoria

L’avversario è la Sampdoria e la finale è a doppia sfida. L’andata al Marassi finisce 2-1 per i blucerchiati, che devono quindi difendere il risultato all’Olimpico. Piccolo dettaglio: la competizione si gioca in estate. In quella calda estate ci sono i Mondiali in Messico. Perciò i giocatori più forti sono con le rispettive selezioni. Il birillo doveva seguire la Selecao ma si era infortunato a maggio, così piuttosto che seguire i compagni ha preferito restare a Roma e giocare la finale. Toninho è entrato ormai in conflitto con Dino Viola che lo vuole cedere. Quindi la vuole quella finale, è l’ultima partita con la sua Roma probabilmente. Il resto lo racconta lui, intervistato da Roma TV“Avrei voluto giocare quella finale, ma questo “str***o” di Eriksson non voleva e mi fece tutto un discorso per convincermi. Mi chiese se volessi sedermi in panchina e io, da professionista come sono sempre stato, ho accettato. Nel calcio sono arrivato dove sono arrivato per questo mio atteggiamento. La presi come un’opportunità anche di salutare i tifosi”. È la fine triste di una storia troppo breve. La Roma conduce 1-0 e a 5 minuti dalla fine Eriksson lo fa entrare. Ha 5 minuti a disposizione per entrare nella storia. Lo farà. Al minuto 89′ la Sampdoria organizza un’azione offensiva ma i giallorossi recuperano palla sulla linea difensiva. Il resto è cronaca di Alberto Mandolesi“E’ un momento stupendo, commovente. Ecco la Roma in contropiede, ecco Impallomeni al limite dell’area che conduce questo contropiede romanista. Palla all’indietro per Giannini, poi di nuovo per ImpallomeniFinta e controfinta, sul posto lasciato. Traversone: Cerezo Gol! Cerezo Gol! Ha segnato Cerezo! All’ultimo minuto! Il suo ultimo minuto! Non è possibile!. Una questione di tempo, che a volte è fatto di istanti indimenticabili e altre da momenti interminabili. In quei secondi Cerezo è uscito dal circolo del tempo ed è entrato in quello dell’amore. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Mario De Micheli e il ceffone più romanista di sempre

Pagine Romaniste (F. Belli) – Quarto derby della Capitale della storia, 24 maggio del 1931. La Lazio vince 2-1 e al minuto 87 un socio biancoceleste recupera il pallone e lo tira lontano. Il suo nome è Giorgio Vaccaro, passato agli annali come colui che rifiutò la fusione con l’Alba, la Fortitudo e il Roman che avrebbe dato vita all’Associazione Sportiva Roma. “Colui che per viltade fece il gran rifiuto” insomma, anche se poi questa si è dimostrata una colossale balla. Vaccaro non era categoricamente contrario alla fusione, come dimostrato da una sua lettera pubblicata da “Il Tevere” il 15 giugno del 1927: “A me premeva, quindi, solo rettificare due punti sostanziali che dimostrano chiaramente come la richiesta di trattative di fusione fatta da Foschi (Italo, primo presidente della Roma ndr) rimase senza conclusione non per volontà della Lazio, la quale anzi fu sorpresa dall’improvvisa e non giustificata resipiscenza, dovuta evidentemente ad altre ragioni che non occorre qui ricordare”. Nessun rifiuto quindi, l’accordo s’aveva da fare ma non si è trovato un punto di contatto. Ma torniamo a quel 24 maggio del 1931: Vaccaro, che tra le altre brutte cose era anche un pezzo grosso del Regime fascista, lancia via la palla per perdere tempo e i giallorossi si infuriano.

Il ceffone al gerarca e i primi passi a Piazza San Cosimato

Nasce un parapiglia tremendo e un uomo gli si avvicina lesto lesto assestandogli un bel ceffone. Solo l’intervento dei Carabinieri riuscirà a placare gli animi. Quell’uomo è Mario De Micheli, difensore della Roma da sempre. La leggenda narra che dopo quell’episodio abbia detto agli amici: “J’ho dato ‘na tramvata, j’ho allungato le ossa così tanto che ‘mo se po’ pure arrolà nei granatieri”. Un tipo fumantino e con l’animo testaccino, non a caso è anche citato nella canzone di Campo Testaccio“De Micheli scrucchia che è ‘n piacere…”. Scrucchia, come ha raccontato la figlia Luciana, in trasteverino significa che passa sempre, anche se qualcuno prova a fermarlo. Perché lui sarà anche testaccino d’adozione, ma è nato a Trastevere e guai a dimenticarlo. Non a caso Il Littoriale ne parlava cosi: “Nato a Roma, è dei romani il più autentico rappresentante, poiché Trastevere è la roccaforte dei discendenti di Romolo e Remo, e De Micheli è trasteverino al 100%”. Il suo soprannome era “er faciolaro”, perché il padre aveva un magazzino di legumi a Piazza San Cosimato. Non era un granché dal punto di vista tecnico ma l’avversario, con le buone o più spesso con le cattive, lo fermava sempre. Hegel diceva che nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione. E quel ceffone si, è figlio di una grande passione chiamata RomaPagine Romaniste (F. Belli)

SERIE A – La Roma torna al successo: Mkhitaryan trascinatore contro il Lecce

(Keivan Karimi) – Finalmente la Roma. Nel weekend dello stop a diverse gare di campionato per il rischio contagio del Coronavirus, i giallorossi giocano e tornano a vincere, entusiasmando un Olimpico però semivuoto.

4-0 il risultato finale di Roma-Lecce, match della 25.a giornata di Serie A, che riporta i giallorossi a -3 punti (momentanei) dalla zona Champions League. Un successo netto, meritato, concreto, figlio di una prestazione finalmente degna di nota.

La squadra di Paulo Fonseca abbatte quella di Fabio Liverani fin dalle prime battute. Assedia l’area leccese e passa in vantaggio al 13′ con Under, servito perfettamente da un assist di Mkhitaryan. L’armeno risulterà il migliore in campo, uomo in più della Roma e autore del raddoppio al 37′, con un sinistro in corsa preciso e vincente.

Nella ripresa il Lecce mette la testa fuori dalla propria area, ma crolla ancora sotto i colpi di Dzeko (gol regolarizzato dal VAR) e di Kolarov, che torna a segnare e disputare una prova apprezzabile. Finisce con un poker che ridà finalmente fiducia ad una squadra che ha iniziato il 2020 in maniera a dir poco disastrosa.

Il tabellino del match:

ROMA (4-2-3-1): Pau Lopez; B.Peres, Mancini, Smalling, Kolarov; Veretout, Cristante; Under (61′ Perez), Pellegrini (46′ Kluivert), Mkhitaryan; Dzeko (82′ Kalinic). All: Fonseca.

LECCE (4-3-2-1): Vigorito; Donati (83′ Meccariello), Lucioni, Rossettini, Calderoni; Deiola, Petriccione (46′ Shakov), Majer; Barak (66′ Tachtsidis), Mancosu; Lapadula. All: Liverani.

Arbitro: Giacomelli di Trieste.

Marcatori: 13′ Under, 37′ Mkhitaryan, 70′ Dzeko, 80′ Kolarov.

SERIE A – La Roma non vince più: l’Atalanta la batte e vola a +6

 

(Keivan Karimi) – Il 2020 per la Roma è un disastro. La squadra di Paulo Fonseca non sa più vincere, e per di più neanche pareggia. Terza sconfitta consecutiva di questo inverno sempre più freddo e buio.

I giallorossi perdono anche quando non demeritano, superati 2-1 nello scontro diretto dall’Atalanta. Fonseca reinventa la Roma, inserendo Mancini a centrocampo e tenendo fuori calciatori in calo di forma come Santon, Kolarov, Veretout e Under.

Una serata, quella del Gewiss Stadium, che sembra essere propizia: Pau Lopez si supera su Gomez, Ilicic e Zapata non girano ed è la Roma con un super-Dzeko a passare in vantaggio. Al 45′ errore grave di Palomino che regala il pallone al capitano giallorosso, il quale non sbaglia e segna l’undicesima rete stagionale.

Nella ripresa però la Roma rientra in campo con i soliti fantasmi e con un atteggiamento sottotono. All’Atalanta basta un quarto d’ora per ribaltare il risultato: prima Palomino devia in rete sugli sviluppi di un calcio d’angolo, poi il neo entrato Pasalic inventa il destro a giro del 2-1 finale.

Roma inerme, neanche gli ingressi dei nuovi arrivati Carles Perez e Villar servono a qualcosa. L’Atalanta chiude in scioltezza e vince, portandosi a +6 dai giallorossi che rischiano di dire addio all’obiettivo Champions League, a circa tre mesi dal termine del campionato.

Il tabellino del match:

ATALANTA (3-4-2-1): Gollini; Toloi, Palomino, Djimsiti; Hateboer, Freuler, De Roon, Gosens; Ilicic (84′ Malinovsky), Gomez (87′ Muriel); Zapata (59′ Pasalic). All: Gasperini.

ROMA (4-1-4-1): Pau Lopez; B.Peres, Smalling, Fazio, Spinazzola; Mancini (68′ Veretout); Kluivert (62′ C.Perez), Pellegrini, Mkhitaryan, Perotti (78′ Villar); Dzeko. All: Fonseca.

Arbitro: Orsato di Schio

Marcatori: 45′ Dzeko, 50′ Palomino, 59′ Pasalic