Viaggiando nella Hall Of Fame: Vincenzo Montella, semplicemente l’aeroplanino

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Bene. Ci siamo riusciti – disse sospirando -. Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante. Ah si? E cosa ha capito? Che vola solo chi osa farlo”. Vola solo chi osa farlo. Una perla di saggezza che non dovremmo mai dimenticare. È la “Storia di una gabbianella e il gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, passato a miglior vita poco fa a causa del CoronavirusVincenzo Montella ha osato fin da quando calciava i primi palloni in un paesino in provincia di Napoli. Scovato dall’Empoli giovanissimo, si trasferisce al Genoa prima di cambiare sponda della città e passare alla Sampdoria. Ma proprio coi rossoblu è decollato la prima volta, in Serie B, dopo una mezza rovesciata col CesenaL’esultanza, quella dell’aeroplanino, non la abbandonerà mai più in carriera. In un freddo aprile del 1999 la Roma allenata da Zeman lotta per qualificarsi in Champions osservando con occhio molto preoccupato la Lazio prima in classifica a sei lunghezze dal Milan. L’entusiasmo degli anni migliori è ormai molto lontano e la piazza ha dimenticato cosa significa lottare per la vetta. Serve entusiasmo e Franco Sensi lo sa. Per questo durante una festa dedicatagli annuncia ai tifosi: “Voglio vincere, è l’unica cosa che mi interessa. Perché sono come voi, e per farlo ho già preso un giocatore a Genova. Non fatemi dire di più”.

La panchina con Capello e il poker al derby

Non doveva aggiungere altro perché tutti intorno a lui hanno capito. Seguiranno tanti gol ma anche tante incomprensioni. Capello non lo vede titolare e gli preferisce il trio Batistuta-Totti-Delvecchio. La cosa lo infastidisce anche perché segna come fosse titolare. Entra pochi minuti e gonfia la rete, è una costante. Anche gol decisivi, come quel pallonetto al Milan che virtualmente significa titolo a pochissime giornate dal termine. O meglio ancora quello del pareggio al Delle Alpi all’ultimo minuto con la Vecchia Signora, poche giornate prima. Senza quel ragazzo nato a Pomigliano d’Arco quello scudetto probabilmente non ci sarebbe stato, ma questa è solo una supposizione. La partita della vita, che proietta l’aeroplanino nell’olimpo giallorosso, è il derby di ritorno dell’anno successivo. Un gol di testa, dal “basso” dei suoi 172 centimetri. Uno col piede sinistro, anticipando con furbizia un fenomeno come Nesta. Un altro di testa, ancora. Uno di sinistro da fuori area sotto al sette. Non c’è bluff: Montella ha calato un poker personale al derby, unico nella storia della stracittadina. Del resto chi vola in alto è sempre solo. Solo, come quando 9 anni dopo è stato chiamato al timone di una squadra al collasso dopo le dimissioni di Ranieri, da allenatore. Indimenticabile anche quello sguardo concentrato, surreale, fisso dopo la punizione di Totti al derby del 13 marzo. Tutti esultavano ma lui no, il pilota solo al comando.

Viaggiando nella Hall Of Fame: Sebino Nela, l’incredibile Hulk giallorosso

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Scatta l’ala, una finta e poi vola sul fondo. Dimmi chi la fermerà. Ma stanotte che notte di pace e di guai. Forse un uomo vincerà, forse l’uomo vincerà”…Come dimenticare “Correndo Correndo” di Venditti. L’ha scritta nel 1987, dopo che Sebino Nela si era rotto il crociato. Per molti l’“incredibile Hulk“, come era soprannominato dai tifosi, era finito, uscendo sconfitto dalla più grande sfida che la vita gli aveva sbattuto in faccia fino a quel momento. Persino i romanisti non credevano più a un suo ritorno, loro che ogni domenica lo incitavano urlando “Picchia Sebino, picchia!”. Fino a quel momento, perché anni dopo sarà costretto a lottare di nuovo, questa volta contro un maledetto tumore. Una lotta estenuante e difficile che l’ha portato a un passo dal baratro. In un’intervista al Corriere dello Sport a febbraio ha dichiarato: “Ho visto la morte in faccia. Non so quante volte mi sono trovato di notte a piangere nel letto. Anch’io ho pensato al suicidio come Di Bartolomei negli anni della malattia, ma non ho mai trovato il coraggio…”. Un guerriero, nella vita come in campo.

L’arrivo a Roma e il dito medio al tecnico del Dundee

E’ arrivato a Roma nel 1981 per volontà di sua maestà Niels Liedholm. Difensore molto dotato fisicamente, proprio per questa forza preponderante nasce il soprannome che lo associa all’eroe Marvel. Forte ma anche buono. Del resto Gandhi diceva che quando alla gentilezza si aggiunge la forza, quest’ultima è irresistibile. Irresistibile, ecco il termine giusto. Nell’anno della finale col Liverpool è il miglior terzino destro del campionato nonostante sia mancino. Ma anche risoluto e estremamente sincero. Ancora oggi rimprovera a Falcao l’essersi tirato indietro dalla lotteria dei rigori in quella maledetta finale. E poi grintoso. Tutti i tifosi ricordano un loro beniamino per un gol, un gesto tecnico, una parata…Invece Sebino lo ricordano per il dito medio al tecnico del Dundee alla fine della partita di ritorno, come ha ricordato lui stesso a Roma Tv“Mi sono anche un po’ vergognato ma ci voleva. Era stato molto duro sui giornali dopo l’andata in Scozia. A fine gara non vedevo l’ora insieme ad Agostino e Oddi di andare a contatto con quest’uomo”. E ultimo, più importante di tutto, tifoso della Roma. “Acquisito” con quel “Ti Amo” che gli ha rivolto lo stadio nel 1985 nella gara interna col Bayern Monaco. E’ questa la storia di Sebino Nela, un uomo forte ma anche gentile. Del resto le anime forti, come dice Khalil Gibran, sono quelle temprate dalla sofferenza. Sono cosparse di cicatrici. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Roberto Pruzzo, missione Bomber

Pagine Romaniste (F. Belli) – Il primo gol segnato alla Roma con la maglia del Genoa. Il gol dello scudetto segnato con la maglia della Roma al Genoa. L’ultimo in carriera segnato di nuovo alla Roma con la maglia della Fiorentina. Chiamatelo se volete destino, ma nella vita di Pruzzo la Roma è una costante fissa, invariabile, immutabile. Del resto Antonhy Robbins diceva che il destino di un uomo viene definito dai suoi pensieri e dalle sue azioni, non può cambiare il vento del fato ma può indirizzarne le vele. Allora siete liberi di credere al destino, alle coincidenze, ma io non ci credo. Non può essere tutta una casualità la vita “der bomber de Crocefieschi”, come veniva chiamato in Boris. Come detto, esordisce al Genoa prima di trasferirsi poco dopo alla RomaNon c’è nessun colpo di fulmine, nessun amore a prima vista, alla fine della prima stagione medita di andarsene. I tifosi non sono convinti e in un libro Fulvio Stinchelli ricorda un aneddoto interessante parlando con “Fuffo” Bernardini allo stadio: “Seguendo una fase di gioco mi sfuggì un apprezzamento: Però, questo Pruzzo, a volte, fa venire il latte alle ginocchia. Senza voltarsi, continuando a fissare il campo, il Dottore sibilò: “Non bestemmiare! Pruzzo è un attaccante eccezionale. Come difende la palla lui, non ce n’è altri”. La benedizione sacra del professore.

Il gol salvezza con l’Atalanta e “Lode a te Roberto Pruzzo”

Laudato sia il professore e il bomber rimane, segnando il gol all’Atalanta che salva i giallorossi dalla Serie B. Sembra strano, ma quel gol salvezza è il primo vero pilastro per le vittorie degli anni ’80. Il bomber col baffo segna a ripetizione e dalla Curva Sud nasce un coro che provoca il Grande Scisma: “Lode a te Roberto Pruzzo”. Regala ai tifosi delle gioie incommensurabili, ma Pruzzo non è un bomber normale. E’ un bomber che soffre. Soffre la sconfitta e soffre le delusioni di campo. Nella sua autobiografia riassume la sua carriera in modo simil tragico: “Cosa mi resta della mia carriera da centravanti? I gol sbagliati e le sconfitte. Delle vittorie ho goduto poco, perché sono subito volate via. Le sconfitte no, sono rimaste qui. E ancora ci combatto. La retrocessione in B del Genoa causata anche da un mio rigore sbagliato e la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool ancora mi vengono a trovare ogni tanto”. Non è facile convivere con i fantasmi del passato. Del resto il dolore peggiore che un uomo può soffrire, diceva Erodoto, è quello di avere comprensione su molte cose e potere su nessuna. E purtroppo il passato non è solo ciò che è successo, ma anche ciò che avrebbe potuto succedere ma non è avvenuto, rimpianti che segnano il destino di un grande campione. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Cafu, il Pendolino tricolore

Pagine Romaniste (F. Belli) – 7 giugno 1970, Messico, Guadalajara. In un campo investito da un caldo feroce, l’Inghilterra campione del Mondo in carica sfida la formazione più forte di sempre, il Brasile di Pelè. Quel Brasile che in finale annienterà l’Italia 4-1, la stessa squadra reduce dalla partita del secolo con la Germania OvestQuel 7 giugno però del secolo c’è solo la parata: sull’1-0 Pelè riceve un cross laterale, stacca di testa e il portiere inglese Gordon Banks si inarca colpendo la palla il giusto per farla volare alta sopra la traversa. Nel frattempo, a migliaia di chilometri verso sud, a San Paolo un’infermiera cerca di velocizzare il parto di un bimbo: sta vedendo la partita e non vuole perdersi il finale. Quel bimbo è Marcos Evangelista de Moraes, meglio noto come CafuE’ un po’ un’abitudine tutta brasiliana avere un nome intellegibile e poi cambiarlo con un altro che non c’entra niente. Il “piccolo Pelè”, come lo chiamava quel 7 giugno l’infermiera, decide di usare lo pseudonimo di Cafu perché l’idolo del padre era Cafuringa, discreta ala destra del Fluminense. La sua storia si incrocia con quella della Roma grazie all’ottavo re Paulo Roberto Falcao, che negli anni ’90 suggerisce più volte ai giallorossi il suo nome e quello di un altro brasiliano, Zago. Viene acquistato nel 1997 all’inizio del ciclo Zeman. E’ un terzino destro caparbio, inarrestabile grazie alle sue incursioni fulminanti sulla fascia. Liedholm disse di lui: “Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portare la palla fino in fondo”. Inutile dirlo, è perfetto per il modulo boemo attacco-attacco-attacco. Ma sarà altrettanto perfetto per lo stile più concreto e meno spettacolare di Capello, come certifica la sua insostituibilità nella stagione dello scudetto.

La doppietta alla Fiorentina e il triplo sombrero a Nedved

I tifosi lo amano e lo chiamano “Pendolino” perché sulle fasce va come un treno, come quello brevettato dalla Fiat appunto. Due sono gli episodi più celebri del suo trascorso in giallorosso: il primo è la doppietta alla Fiorentina. Stagione 1999-2000, i viola di Batistuta in lotta scudetto e imbattuti da 20 mesi in casa affrontano la Roma. Il Pendolino diventa bomber e segna due gol uno più bello dell’altro. L’altro episodio, ovviamente, è datato 17 dicembre 2000. La Lazio campione d’Italia affronta la Roma, che si accinge a diventare campione da li a pochi mesi. Sullo 0-0 Cafu riceve sulla destra un passaggio alto di Zago che rischia di diventare preda di Nedved. C’è da trovare un modo per liberarsi di quella pressione ingombrante. Cosi con il solito estro tutto brasiliano si inventa il triplo sombrero senza far toccare mai palla a terra. Una giocata di una classe sopraffina che solo un piccolo Pelè poteva fare. Qualche anno dopo ci sarà anche un incomprensione. Il Pendolino vuole il rinnovo ma la Roma si impunta alle sue condizioni: è rottura. Il brasiliano dirà: “Non voglio fare la fine di Garrincha (ex leggenda brasiliana caduta in miseria, ndr), i soldi sono una cosa importante sopratutto a fine carriera”. Il brasiliano va al Milan e l’anno successivo, di ritorno all’Olimpico, viene subissato dai fischi. Una ferita che verrà definitivamente rimarginata col tempo. Sopratutto quando c’è di mezzo la morte di un figlio. A settembre è morto per un infarto il figlio Danilo, e tutti i romanisti si sono di nuovo stretti attorno al loro Pendolino. Perché quel treno, nel viaggiare lontano, ci ha fatto sognare. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Damiano Tommasi, l’anima candida che ha trasformato i fischi in applausi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Per Capello in quella stagione è il giocatore più importante della squadra. Più di TottiMontella e Batistuta. La stagione, ovviamente, è quella del terzo scudetto e il soggetto è Damiano Tommasi. Meglio conosciuto come “Anima candida” per la sua estrema generosità e sincerità. Viene acquistato dalla Roma nel 1996, dopo esser stato uno dei protagonisti della promozione del Verona dalla B. Inizia tra gli applausi, che in breve si tramutano in fischi. È la stagione di Carlos Bianchi e quando le cose vanno male serve un capro espiatorioMite, silenzioso, sincero, tutte caratteristiche che lo portano a essere la perfetta vittima sacrificale di una stagione maledetta. Ma quei fischi tornano presto, di nuovo, applausi. Non per delle belle parole dispensate nel verso giusto, non è un comportamento da “anima candida” quello, ma grazie alle prestazioni sul campo. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile” dice un proverbio. Sbaglia: Damiano Tommasi era l’emblema dell’indispensabilità. Fino a quella maledetta amichevole d’inizio estate.

L’infortunio e il ritorno in quella ultima, indimenticabile, stagione d’addio

Era il 2004 e i giallorossi affrontano lo Stoke City. Un certo Gerry Taggart, che Massimo Marianella non esiterebbe a chiamare un criminale prestato al calcio, si rende protagonista di un contrasto violento. Cattivo, brutto, esagerato per una partita di campionato figurarsi per un’amichevole. Il responso è al limite del drammatico: rottura del crociato anteriore, rottura del crociato posteriore, del collaterale mediale esterno e interno, dei due menischi, infrazione dei condili e, dulcis in fundo, del piatto tibiale. Un elenco infinito che porta a una sola estrema conseguenza: appendere gli scarpini al chiodo. Ma non ci riesce. Non lui, non Damiano Tommasi. Si rimette in moto e 15 mesi dopo è ancora “lì, sempre lì. Lì nel mezzo a coprire certe zone e a giocare generoso” come direbbe Ligabue. Per di più gioca a 1500 euro al mese. Perché? L’anno precedente, quello dell’infortunio, era in scadenza e ha deciso di firmare al minimo sindacale pur di rimanere nella Capitale. Non da tutti in un calcio dove protagonisti sembrano sempre meno calciatori e più Paperon de’ Paperoni. Anzi da nessuno. Anni dopo ricorderà quella stagione come la più bella della sua carriera, più bella anche di quella del tricolore. La sua più grande sfida, vinta sul campo passo dopo passo. Poi andrà al Levante, al Qpr, in Cina e persino a San Marino. Ma il suo cuore resterà sempre lì, nello stesso posto dove tutto sembrava perduto dopo che le gambe gli avevano detto addio. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Carlo Ancelotti, una vita da mediano. Una vita da Carletto

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Una vita da Mediano, a recuperar palloni. Nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni”, cantava LigabueUna vita da Carletto, anche se non è sempre stato un mediano. Ha iniziato giovanissimo centravanti, salvo poi spostarsi sulla trequarti quando era al Parma. E’ un suo gol alla Triestina nello spareggio di C1 che permette ai crociati di tornare in Serie B. Quel giorno, al Menti, c’era gran parte dello stato maggiore della Roma: il presidente Dino Viola, l’allenatore Niels Liedholm e il direttore sportivo Luciano Moggi (proprio lui, quello di Calciopoli). L’ingegnere vuole vincere la concorrenza dell’Inter e per farlo dà carta bianca al direttore sportivo che alla fine riesce a portarlo nella Capitale. Sarà l’inizio di una favola. Subito il barone lo arretra a mediano nella posizione in cui, nonostante le difficoltà iniziali, brillerà fino a fine carriera. Una vera e propria intuizione tattica che consente alla Roma di sfruttare al meglio le doti in interdizione e allo stesso tempo d’impostazione del “bimbo”, cosi chiamato per i tratti giovanili. S’innamora di Roma e i tifosi s’innamorano di lui, come testimoniato da quest’estratto del suo libro “Preferisco la Coppa”: “Roma città matta, Capitale del mio cuore. Di Milano non conosco niente, di Roma tutto. Lì ho imparato a vincere, anche se il mio rapporto disincantato nell’affrontare gli avvenimenti belli è strano: li ricordo poco. Nel calcio come nella vita ti restano addosso le delusioni, di cui però non ho tutta questa voglia di parlare”.

La finale col Liverpool, Roma-Lecce e la corte di Berlusconi

Perché ce ne sono state tante di delusioni, di partite che vorrebbero essere dimenticate in quegli 8 anni nella Città Eterna. Dalla batosta del primo infortunio che gli costerà il Mondiale di Spagna 82′ alla sconfitta in finale di Champions col Liverpool, dalle continue ricadute in campo a quel maledetto Roma-Lecce che vale uno scudetto perduto mentre aveva la fascia da capitano al braccio. Del resto Paulo Coelho diceva: “Impara dal contadino ad avere pazienza, a lavorare duramente e a non bestemmiare contro i temporali, perché sarebbe soltanto una perdita di tempo”. Ed è con questo spirito bucolico che Ancelotti affronta le difficoltà, proprio lui che è cresciuto contadino nelle campagne emiliano-romagnole. Alla fine se ne va al Milan perché a Roma più o meno tutti sono convinti che il meglio sia alle spalle, facendo scoppiare di gioia Sacchi e Berlusconi. Ma questa è un’altra storia. Dopo il ritiro ha promesso più volte di tornare a Roma, questa volta da allenatore, e i tifosi lo aspettano con fiducia. Non vedono l’ora di vederlo di nuovo da Pierluigi, a piazza De’ Ricci, com’era solito fare in quelle belle serate lontane, a mangiare un bel carpaccio di gamberi rossi o una tartare di tonno, specialità della casa. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Aldair, il pluto che ha lasciato saudade

Pagine Romaniste (F. Belli) – Nella Roma migliore di tutti i tempi come centrali prendo due stranieri: quello falso, Vierchowood, e quello vero: Aldair”. Parola di un mostro sacro del calcio italiano: Nils LiedholmAldair Nascimento do Santos nasce in un piccolo paesino in provincia di Ilheus, non lontano da Rio de Janeiro. Da piccolo voleva giocare in attacco ma cambia subito idea, a suo dire, “perchè lì si prendevano troppi calci”. Non gli mancava il coraggio, era la paura che lo fregava direbbe Totò. Meglio una zona più sicura, meglio giocare difensore centrale. E’ un difensore potente, forte ma anche elegante e sopraffino, stile brasiliano insomma. Ha un difetto: è lento. Del resto, diceva Shakespeare, per scalare colline ripide serve inizialmente un passo lento. Viene notato dal Flamengo dove vince un campionato carioca nel 1986. Pochi anni dopo vola in Portogallo, al Benfica, prima di guadagnarsi l’attenzione di Dino Viola che lo acquista per la cifra monstre di 6 miliardi di lire. Per di più per dieci anni diventa il perno insostituibile della difesa giallorossa pur non vincendo praticamente niente. Entra di prepotenza nel cuore dei tifosi che lo soprannominano “Pluto”, per la somiglianza e per le movenze col personaggio della Disney, e “Alda”, in romanesco. E’ uno dei più forti difensori del mondo, se non il più forte, ma non è aiutato da una Roma che nel corso degli anni ’90 stenta ed è al limite della mediocrità. Una volta disse: “La squadra è come un buon piatto di carne. A volte basta cuocerla a fuoco lento, altre volte serve pressione o brace”. Ecco, quella Roma sembra un pezzo di carne crudo.

La fascia a Totti, lo scudetto “perso” e l’Aldair day

Diventa capitano nel ’98 e neanche un anno dopo compie il gran gesto: dare la fascia a un giovane Francesco Totti, che poi ha contraccambierà scrivendo una lettera struggente il giorno del suo addio al calcio. Ma questa è la fine. Torniamo a quel gesto: non era dovuto, semplicemente Aldair era già un passo avanti a tutti, come sempre anche in campo. A fine decennio arriva Capello, quando ormai il peso degli anni ha bussato alla porta di casa Pluto. L’anno dello scudetto, per dire, si infortuna a metà stagione perdendosi tutto il finale del campionato. Lui, che aveva condiviso con i tifosi i grandi dolori e le pochissime gioie di quegli anni, si sarebbe perso proprio il rush finale verso la gloria. Un dolore straziante che lo porterà a estraniarsi anche il giorno dello scudetto il 17 giugno. Non è difficile trovare il video di lui seduto con lo sguardo fisso verso terra in mezzo a compagni riversi in un autentico delirio. Due anni dopo l’Aldair day, il ritiro di fronte alla sua gente. Persone che lo hanno idolatrato, difeso, sostenuto, e che da quel giorno hanno anche pianto per lui. La numero “6” ritirata a furor di popolo dopo l’addio strappalacrime non basta a spiegare l’affetto che i tifosi della Roma nutrono per questo giocatore. Una “6” cosi pesante che per trovare nuova dimora ha aspettato l’arrivo di un certo Kevin StrootmanUn proverbio brasiliano dice che chi semina vento raccoglie tempesta e chi semina amore raccoglie saudade. Non esiste un corrispettivo italiano di saudade, è una sorta di atteggiamento di nostalgico rimpianto. Noi abbiamo amato Pluto, e Pluto ci ha lasciato saudade. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Vincent Candela, il francese con la Roma nel cuore

Pagine Romaniste (F. Belli) – Un antico proverbio dice che tutte le strade portano a Roma. Non è però vero il contrario e molti si sono persi cercando di trovare la strada del ritorno. Si è perso anche Vincent Candela, che da quando è arrivato nel lontano gennaio del 1997 non è più riuscito a tornare in Francia. Una storia d’amore iniziata tra mille difficoltà, con una trattativa impossibile col Guingamp portata avanti con ostinazione da Franco Sensi“E’ stato lui l’acquisto più difficile della mia gestione. Lo volevo a tutti i costi. Giocava nella provincia francese, ogni volta che cercavo di chiudere mi alzavano il prezzo”. Alla fine però “vouloir c’est pouvoir”, volere è potere e i club si mettono d’accordo. E’ un terzino col piede destro ma preferisce giocare a sinistra. Il suo marchio di fabbrica era il “double marche francaise”, il doppio passo alla francese. Un po’ come la finta di tacco di Kolarov, che ormai passerà agli annali come la finta in serbo. Le prime stagioni con Zeman non sono facili e nell’estate del ’98, quella del trionfante Mondiale in patria e del malore di Ronaldo in finale, sembra a un passo dall’addio. Rischio scongiurato e con l’arrivo di Capello si adatta anche a esterno di centrocampo.

Lo scudetto e la Roma Capitale del suo cuore

La sua stagione migliore probabilmente è quella che porta i giallorossi a vincere il tricolore dopo 18 anni d’astinenza, saltando appena una gara in campionato. Un’astinenza diventata motivo di sofferenza atroce per ogni tifoso e per lui in primis visto come si è prodigato nei festeggiamenti, anche caratterizzati da una certa “alterità” da parte sua e dei compagni. Suo sarà poi il primo gol nella Supercoppa contro la Fiorentina pochi mesi dopo. Tra l’altro questo Vincent già dopo qualche anno non sembrava più francese, immerso com’era nel suo ristorante a parlare di Roma e a godersi le campagne intorno alla Città Eterna. A un certo punto, non si sa bene quando, ha preso anche a parlare romano, tradito ogni tanto da qualche cadenza transalpina che inevitabilmente gli era rimasta in mentem e in corpore. Pochi anni dopo lascia la Capitale per andare al Bolton, salvo poi ripensarci e prendere la via di casa deviando “leggermente” verso il Friuli. Resta all’Udinese una stagione segnando anche un gol alla Lazio con un pallonetto da fuori area. Pensava di imitare quello di Totti in un derby finito 5-1, segno che la testa è sempre rivolta verso la Roma. Pochi anni dopo si ritira dal calcio e la cerimonia d’addio non poteva che celebrarsi nel suo stadio, l’Olimpico. L’amichevole che va in scena è una sorta di lotta emotiva tra due diverse fazioni del suo animo, la nazionale francese campione del mondo del ’98 e i campioni d’Italia della Roma del 2001. Ovviamente, non poteva essere altrimenti, vince la Roma, unica vera Capitale del suo cuore. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Franco Tancredi, la saracinesca pararigori

Pagine Romaniste (F. Belli) – Marco Ansaldo diceva: “I portieri sono gli eroi solitari. Quelli che non possono sbagliare. Là, abbandonati al proprio destino sotto gli occhi dello stadio”. E’ una storia di solitudine quella di Franco Tancredi, solo contro il rigorista di turno, contro la tristezza di aver perso un amico in una brutta serata di inizio estate, persino contro i tifosi che fino a qualche tempo prima l’osannavano. Solo anche, chissà, a parare il tiro di Nino, che non doveva aver paura di sbagliare quel calcio di rigore. Numero uno solitario, ma idolatrato. Non subito, ci son voluti due anni per diventare titolare nella Roma al posto di Paolo Conti e ad entrare nel cuore dei tifosi. La consacrazione è datata 17 maggio 1980: nella finale di Coppa Italia contro il Torino para 3 rigori ai granata salvando i compagni da una sconfitta ormai quasi certa. “Tancredi dice Roma”, titola il Corriere dello Sport il giorno seguente, un tripudio. L’anno successivo, sempre contro il Torino in finale di Coppa Italia, para altri altri due rigori e la Roma bissa il successo dell’anno precedente in maniera quasi identica. Il rigore, da sempre fonte di indefinita e indescrivibile gioia per quel ragazzo cresciuto a Giulianova. Nessun trucco: prima delle partite studia minuziosamente i tiratori e rimaneva fermo fino all’ultimo per poter tuffarsi nella giusta direzione: un perfetto equilibrio di preparazione e capacità. Non a caso nella prima finale col Torino l’hanno bucato solo quei due che nella semifinale contro la Juventus non avevano tirato.

Il duello perso con Grobbelar e il “tradimento”

Una sola volta è andata male, la più importante di tutte, e Grobbelar è stato più bravo. Un incubo, quel 30 maggio del 1984, che non verrà mai dimenticato. E dieci anni dopo ancora peggio, quando verrà a sapere della morte dell’amico fraterno Agostino a causa di una maledetta Smith e Wesson 38 special. Rimane nella Capitale fino al 1990 per poi giocare l’ultima stagione al settentrione. Pochi sanno però che l’ultima gara della carriera, anche se non ufficiale, la gioca comunque con la Roma nel giorno dell’addio al calcio di Bruno Conti. Diventa poi il preparatore dei portieri capitolino fino al 2004, quando sceglie di seguire Capello alla Vecchia SignoraDa quel momento 3 anni di silenzio, nessuna dichiarazione e nessuna giustificazione per quel “tradimento”. Inevitabili poi i fischi alla festa degli 80 anni della Roma, quando sale sul palco durante la premiazione. Pochi giorni dopo tornerà finalmente a parlare, dichiarandosi frustato per quella contestazione pubblica e dando la colpa al suo carattere, non avendo mai chiarito negli anni precedenti il perché di quella scelta. Un difetto di comunicazione insomma. Ma visto che non esiste vero amore senza perdono, nel 2011 torna come preparatore dei portieri al fianco di Luis Enrique e viene accolto con striscioni cordiali. Una pace necessaria per Tancredi, per noi e per conciliarci con il nostro passato. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Toninho Cerezo e quell’ultimo minuto che valse una Coppa Italia

Pagine Romaniste (F. Belli) – Chissà cosa ha fatto a Capodanno Toninho Cerezo. Come non iniziare il racconto di questa leggenda con una frase scontata, ormai entrata nell’immaginario collettivo con “Vacanze di Natale“. Un campione dal cuore d’oro e dalla forte personalità brasiliana, frizzante e gioiosa. Veniva chiamato simpaticamente “birillo” perché sembrava cadere da un momento all’altro ma poi restava sempre in piedi. Un altro soprannome che gli fu affibbiato, politicamente scorretto, era “er tappetaro” perché con quella carnagione e quei baffi sembrava un venditore di tappeti come se ne vedevano tanti in giro per la Città Eterna. I tifosi si innamorano di lui e lui si innamora dei tifosi: “Il cuore di Dio è giallorosso”  dirà più avanti. Ha il calcio nel Dna, come tutti i brasiliani del resto. Diceva Galeano“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo da calcio”. Tre stagioni alla Roma: nella prima vince una Coppa Italia e perde la finale di Coppa dei Campioni col Liverpool, nella seconda nulla, nella terza vince di nuovo la Coppa Italia. Ed è legato proprio a quest’ultimo trofeo il momento più bello in giallorosso e che forse vale da solo la sua nomina nella Hall Of Fame.

Cerezo Gol! Cerezo Gol! Gli ultimi indimenticabili minuti contro la Sampdoria

L’avversario è la Sampdoria e la finale è a doppia sfida. L’andata al Marassi finisce 2-1 per i blucerchiati, che devono quindi difendere il risultato all’Olimpico. Piccolo dettaglio: la competizione si gioca in estate. In quella calda estate ci sono i Mondiali in Messico. Perciò i giocatori più forti sono con le rispettive selezioni. Il birillo doveva seguire la Selecao ma si era infortunato a maggio, così piuttosto che seguire i compagni ha preferito restare a Roma e giocare la finale. Toninho è entrato ormai in conflitto con Dino Viola che lo vuole cedere. Quindi la vuole quella finale, è l’ultima partita con la sua Roma probabilmente. Il resto lo racconta lui, intervistato da Roma TV“Avrei voluto giocare quella finale, ma questo “str***o” di Eriksson non voleva e mi fece tutto un discorso per convincermi. Mi chiese se volessi sedermi in panchina e io, da professionista come sono sempre stato, ho accettato. Nel calcio sono arrivato dove sono arrivato per questo mio atteggiamento. La presi come un’opportunità anche di salutare i tifosi”. È la fine triste di una storia troppo breve. La Roma conduce 1-0 e a 5 minuti dalla fine Eriksson lo fa entrare. Ha 5 minuti a disposizione per entrare nella storia. Lo farà. Al minuto 89′ la Sampdoria organizza un’azione offensiva ma i giallorossi recuperano palla sulla linea difensiva. Il resto è cronaca di Alberto Mandolesi“E’ un momento stupendo, commovente. Ecco la Roma in contropiede, ecco Impallomeni al limite dell’area che conduce questo contropiede romanista. Palla all’indietro per Giannini, poi di nuovo per ImpallomeniFinta e controfinta, sul posto lasciato. Traversone: Cerezo Gol! Cerezo Gol! Ha segnato Cerezo! All’ultimo minuto! Il suo ultimo minuto! Non è possibile!. Una questione di tempo, che a volte è fatto di istanti indimenticabili e altre da momenti interminabili. In quei secondi Cerezo è uscito dal circolo del tempo ed è entrato in quello dell’amore. Pagine Romaniste (F. Belli)