Viaggiando nella Hall Of Fame: Vincent Candela, il francese con la Roma nel cuore

Pagine Romaniste (F. Belli) – Un antico proverbio dice che tutte le strade portano a Roma. Non è però vero il contrario e molti si sono persi cercando di trovare la strada del ritorno. Si è perso anche Vincent Candela, che da quando è arrivato nel lontano gennaio del 1997 non è più riuscito a tornare in Francia. Una storia d’amore iniziata tra mille difficoltà, con una trattativa impossibile col Guingamp portata avanti con ostinazione da Franco Sensi“E’ stato lui l’acquisto più difficile della mia gestione. Lo volevo a tutti i costi. Giocava nella provincia francese, ogni volta che cercavo di chiudere mi alzavano il prezzo”. Alla fine però “vouloir c’est pouvoir”, volere è potere e i club si mettono d’accordo. E’ un terzino col piede destro ma preferisce giocare a sinistra. Il suo marchio di fabbrica era il “double marche francaise”, il doppio passo alla francese. Un po’ come la finta di tacco di Kolarov, che ormai passerà agli annali come la finta in serbo. Le prime stagioni con Zeman non sono facili e nell’estate del ’98, quella del trionfante Mondiale in patria e del malore di Ronaldo in finale, sembra a un passo dall’addio. Rischio scongiurato e con l’arrivo di Capello si adatta anche a esterno di centrocampo.

Lo scudetto e la Roma Capitale del suo cuore

La sua stagione migliore probabilmente è quella che porta i giallorossi a vincere il tricolore dopo 18 anni d’astinenza, saltando appena una gara in campionato. Un’astinenza diventata motivo di sofferenza atroce per ogni tifoso e per lui in primis visto come si è prodigato nei festeggiamenti, anche caratterizzati da una certa “alterità” da parte sua e dei compagni. Suo sarà poi il primo gol nella Supercoppa contro la Fiorentina pochi mesi dopo. Tra l’altro questo Vincent già dopo qualche anno non sembrava più francese, immerso com’era nel suo ristorante a parlare di Roma e a godersi le campagne intorno alla Città Eterna. A un certo punto, non si sa bene quando, ha preso anche a parlare romano, tradito ogni tanto da qualche cadenza transalpina che inevitabilmente gli era rimasta in mentem e in corpore. Pochi anni dopo lascia la Capitale per andare al Bolton, salvo poi ripensarci e prendere la via di casa deviando “leggermente” verso il Friuli. Resta all’Udinese una stagione segnando anche un gol alla Lazio con un pallonetto da fuori area. Pensava di imitare quello di Totti in un derby finito 5-1, segno che la testa è sempre rivolta verso la Roma. Pochi anni dopo si ritira dal calcio e la cerimonia d’addio non poteva che celebrarsi nel suo stadio, l’Olimpico. L’amichevole che va in scena è una sorta di lotta emotiva tra due diverse fazioni del suo animo, la nazionale francese campione del mondo del ’98 e i campioni d’Italia della Roma del 2001. Ovviamente, non poteva essere altrimenti, vince la Roma, unica vera Capitale del suo cuore. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Franco Tancredi, la saracinesca pararigori

Pagine Romaniste (F. Belli) – Marco Ansaldo diceva: “I portieri sono gli eroi solitari. Quelli che non possono sbagliare. Là, abbandonati al proprio destino sotto gli occhi dello stadio”. E’ una storia di solitudine quella di Franco Tancredi, solo contro il rigorista di turno, contro la tristezza di aver perso un amico in una brutta serata di inizio estate, persino contro i tifosi che fino a qualche tempo prima l’osannavano. Solo anche, chissà, a parare il tiro di Nino, che non doveva aver paura di sbagliare quel calcio di rigore. Numero uno solitario, ma idolatrato. Non subito, ci son voluti due anni per diventare titolare nella Roma al posto di Paolo Conti e ad entrare nel cuore dei tifosi. La consacrazione è datata 17 maggio 1980: nella finale di Coppa Italia contro il Torino para 3 rigori ai granata salvando i compagni da una sconfitta ormai quasi certa. “Tancredi dice Roma”, titola il Corriere dello Sport il giorno seguente, un tripudio. L’anno successivo, sempre contro il Torino in finale di Coppa Italia, para altri altri due rigori e la Roma bissa il successo dell’anno precedente in maniera quasi identica. Il rigore, da sempre fonte di indefinita e indescrivibile gioia per quel ragazzo cresciuto a Giulianova. Nessun trucco: prima delle partite studia minuziosamente i tiratori e rimaneva fermo fino all’ultimo per poter tuffarsi nella giusta direzione: un perfetto equilibrio di preparazione e capacità. Non a caso nella prima finale col Torino l’hanno bucato solo quei due che nella semifinale contro la Juventus non avevano tirato.

Il duello perso con Grobbelar e il “tradimento”

Una sola volta è andata male, la più importante di tutte, e Grobbelar è stato più bravo. Un incubo, quel 30 maggio del 1984, che non verrà mai dimenticato. E dieci anni dopo ancora peggio, quando verrà a sapere della morte dell’amico fraterno Agostino a causa di una maledetta Smith e Wesson 38 special. Rimane nella Capitale fino al 1990 per poi giocare l’ultima stagione al settentrione. Pochi sanno però che l’ultima gara della carriera, anche se non ufficiale, la gioca comunque con la Roma nel giorno dell’addio al calcio di Bruno Conti. Diventa poi il preparatore dei portieri capitolino fino al 2004, quando sceglie di seguire Capello alla Vecchia SignoraDa quel momento 3 anni di silenzio, nessuna dichiarazione e nessuna giustificazione per quel “tradimento”. Inevitabili poi i fischi alla festa degli 80 anni della Roma, quando sale sul palco durante la premiazione. Pochi giorni dopo tornerà finalmente a parlare, dichiarandosi frustato per quella contestazione pubblica e dando la colpa al suo carattere, non avendo mai chiarito negli anni precedenti il perché di quella scelta. Un difetto di comunicazione insomma. Ma visto che non esiste vero amore senza perdono, nel 2011 torna come preparatore dei portieri al fianco di Luis Enrique e viene accolto con striscioni cordiali. Una pace necessaria per Tancredi, per noi e per conciliarci con il nostro passato. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Toninho Cerezo e quell’ultimo minuto che valse una Coppa Italia

Pagine Romaniste (F. Belli) – Chissà cosa ha fatto a Capodanno Toninho Cerezo. Come non iniziare il racconto di questa leggenda con una frase scontata, ormai entrata nell’immaginario collettivo con “Vacanze di Natale“. Un campione dal cuore d’oro e dalla forte personalità brasiliana, frizzante e gioiosa. Veniva chiamato simpaticamente “birillo” perché sembrava cadere da un momento all’altro ma poi restava sempre in piedi. Un altro soprannome che gli fu affibbiato, politicamente scorretto, era “er tappetaro” perché con quella carnagione e quei baffi sembrava un venditore di tappeti come se ne vedevano tanti in giro per la Città Eterna. I tifosi si innamorano di lui e lui si innamora dei tifosi: “Il cuore di Dio è giallorosso”  dirà più avanti. Ha il calcio nel Dna, come tutti i brasiliani del resto. Diceva Galeano“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo da calcio”. Tre stagioni alla Roma: nella prima vince una Coppa Italia e perde la finale di Coppa dei Campioni col Liverpool, nella seconda nulla, nella terza vince di nuovo la Coppa Italia. Ed è legato proprio a quest’ultimo trofeo il momento più bello in giallorosso e che forse vale da solo la sua nomina nella Hall Of Fame.

Cerezo Gol! Cerezo Gol! Gli ultimi indimenticabili minuti contro la Sampdoria

L’avversario è la Sampdoria e la finale è a doppia sfida. L’andata al Marassi finisce 2-1 per i blucerchiati, che devono quindi difendere il risultato all’Olimpico. Piccolo dettaglio: la competizione si gioca in estate. In quella calda estate ci sono i Mondiali in Messico. Perciò i giocatori più forti sono con le rispettive selezioni. Il birillo doveva seguire la Selecao ma si era infortunato a maggio, così piuttosto che seguire i compagni ha preferito restare a Roma e giocare la finale. Toninho è entrato ormai in conflitto con Dino Viola che lo vuole cedere. Quindi la vuole quella finale, è l’ultima partita con la sua Roma probabilmente. Il resto lo racconta lui, intervistato da Roma TV“Avrei voluto giocare quella finale, ma questo “str***o” di Eriksson non voleva e mi fece tutto un discorso per convincermi. Mi chiese se volessi sedermi in panchina e io, da professionista come sono sempre stato, ho accettato. Nel calcio sono arrivato dove sono arrivato per questo mio atteggiamento. La presi come un’opportunità anche di salutare i tifosi”. È la fine triste di una storia troppo breve. La Roma conduce 1-0 e a 5 minuti dalla fine Eriksson lo fa entrare. Ha 5 minuti a disposizione per entrare nella storia. Lo farà. Al minuto 89′ la Sampdoria organizza un’azione offensiva ma i giallorossi recuperano palla sulla linea difensiva. Il resto è cronaca di Alberto Mandolesi“E’ un momento stupendo, commovente. Ecco la Roma in contropiede, ecco Impallomeni al limite dell’area che conduce questo contropiede romanista. Palla all’indietro per Giannini, poi di nuovo per ImpallomeniFinta e controfinta, sul posto lasciato. Traversone: Cerezo Gol! Cerezo Gol! Ha segnato Cerezo! All’ultimo minuto! Il suo ultimo minuto! Non è possibile!. Una questione di tempo, che a volte è fatto di istanti indimenticabili e altre da momenti interminabili. In quei secondi Cerezo è uscito dal circolo del tempo ed è entrato in quello dell’amore. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Mario De Micheli e il ceffone più romanista di sempre

Pagine Romaniste (F. Belli) – Quarto derby della Capitale della storia, 24 maggio del 1931. La Lazio vince 2-1 e al minuto 87 un socio biancoceleste recupera il pallone e lo tira lontano. Il suo nome è Giorgio Vaccaro, passato agli annali come colui che rifiutò la fusione con l’Alba, la Fortitudo e il Roman che avrebbe dato vita all’Associazione Sportiva Roma. “Colui che per viltade fece il gran rifiuto” insomma, anche se poi questa si è dimostrata una colossale balla. Vaccaro non era categoricamente contrario alla fusione, come dimostrato da una sua lettera pubblicata da “Il Tevere” il 15 giugno del 1927: “A me premeva, quindi, solo rettificare due punti sostanziali che dimostrano chiaramente come la richiesta di trattative di fusione fatta da Foschi (Italo, primo presidente della Roma ndr) rimase senza conclusione non per volontà della Lazio, la quale anzi fu sorpresa dall’improvvisa e non giustificata resipiscenza, dovuta evidentemente ad altre ragioni che non occorre qui ricordare”. Nessun rifiuto quindi, l’accordo s’aveva da fare ma non si è trovato un punto di contatto. Ma torniamo a quel 24 maggio del 1931: Vaccaro, che tra le altre brutte cose era anche un pezzo grosso del Regime fascista, lancia via la palla per perdere tempo e i giallorossi si infuriano.

Il ceffone al gerarca e i primi passi a Piazza San Cosimato

Nasce un parapiglia tremendo e un uomo gli si avvicina lesto lesto assestandogli un bel ceffone. Solo l’intervento dei Carabinieri riuscirà a placare gli animi. Quell’uomo è Mario De Micheli, difensore della Roma da sempre. La leggenda narra che dopo quell’episodio abbia detto agli amici: “J’ho dato ‘na tramvata, j’ho allungato le ossa così tanto che ‘mo se po’ pure arrolà nei granatieri”. Un tipo fumantino e con l’animo testaccino, non a caso è anche citato nella canzone di Campo Testaccio“De Micheli scrucchia che è ‘n piacere…”. Scrucchia, come ha raccontato la figlia Luciana, in trasteverino significa che passa sempre, anche se qualcuno prova a fermarlo. Perché lui sarà anche testaccino d’adozione, ma è nato a Trastevere e guai a dimenticarlo. Non a caso Il Littoriale ne parlava cosi: “Nato a Roma, è dei romani il più autentico rappresentante, poiché Trastevere è la roccaforte dei discendenti di Romolo e Remo, e De Micheli è trasteverino al 100%”. Il suo soprannome era “er faciolaro”, perché il padre aveva un magazzino di legumi a Piazza San Cosimato. Non era un granché dal punto di vista tecnico ma l’avversario, con le buone o più spesso con le cattive, lo fermava sempre. Hegel diceva che nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione. E quel ceffone si, è figlio di una grande passione chiamata RomaPagine Romaniste (F. Belli)

SERIE A – La Roma torna al successo: Mkhitaryan trascinatore contro il Lecce

(Keivan Karimi) – Finalmente la Roma. Nel weekend dello stop a diverse gare di campionato per il rischio contagio del Coronavirus, i giallorossi giocano e tornano a vincere, entusiasmando un Olimpico però semivuoto.

4-0 il risultato finale di Roma-Lecce, match della 25.a giornata di Serie A, che riporta i giallorossi a -3 punti (momentanei) dalla zona Champions League. Un successo netto, meritato, concreto, figlio di una prestazione finalmente degna di nota.

La squadra di Paulo Fonseca abbatte quella di Fabio Liverani fin dalle prime battute. Assedia l’area leccese e passa in vantaggio al 13′ con Under, servito perfettamente da un assist di Mkhitaryan. L’armeno risulterà il migliore in campo, uomo in più della Roma e autore del raddoppio al 37′, con un sinistro in corsa preciso e vincente.

Nella ripresa il Lecce mette la testa fuori dalla propria area, ma crolla ancora sotto i colpi di Dzeko (gol regolarizzato dal VAR) e di Kolarov, che torna a segnare e disputare una prova apprezzabile. Finisce con un poker che ridà finalmente fiducia ad una squadra che ha iniziato il 2020 in maniera a dir poco disastrosa.

Il tabellino del match:

ROMA (4-2-3-1): Pau Lopez; B.Peres, Mancini, Smalling, Kolarov; Veretout, Cristante; Under (61′ Perez), Pellegrini (46′ Kluivert), Mkhitaryan; Dzeko (82′ Kalinic). All: Fonseca.

LECCE (4-3-2-1): Vigorito; Donati (83′ Meccariello), Lucioni, Rossettini, Calderoni; Deiola, Petriccione (46′ Shakov), Majer; Barak (66′ Tachtsidis), Mancosu; Lapadula. All: Liverani.

Arbitro: Giacomelli di Trieste.

Marcatori: 13′ Under, 37′ Mkhitaryan, 70′ Dzeko, 80′ Kolarov.

SERIE A – La Roma non vince più: l’Atalanta la batte e vola a +6

 

(Keivan Karimi) – Il 2020 per la Roma è un disastro. La squadra di Paulo Fonseca non sa più vincere, e per di più neanche pareggia. Terza sconfitta consecutiva di questo inverno sempre più freddo e buio.

I giallorossi perdono anche quando non demeritano, superati 2-1 nello scontro diretto dall’Atalanta. Fonseca reinventa la Roma, inserendo Mancini a centrocampo e tenendo fuori calciatori in calo di forma come Santon, Kolarov, Veretout e Under.

Una serata, quella del Gewiss Stadium, che sembra essere propizia: Pau Lopez si supera su Gomez, Ilicic e Zapata non girano ed è la Roma con un super-Dzeko a passare in vantaggio. Al 45′ errore grave di Palomino che regala il pallone al capitano giallorosso, il quale non sbaglia e segna l’undicesima rete stagionale.

Nella ripresa però la Roma rientra in campo con i soliti fantasmi e con un atteggiamento sottotono. All’Atalanta basta un quarto d’ora per ribaltare il risultato: prima Palomino devia in rete sugli sviluppi di un calcio d’angolo, poi il neo entrato Pasalic inventa il destro a giro del 2-1 finale.

Roma inerme, neanche gli ingressi dei nuovi arrivati Carles Perez e Villar servono a qualcosa. L’Atalanta chiude in scioltezza e vince, portandosi a +6 dai giallorossi che rischiano di dire addio all’obiettivo Champions League, a circa tre mesi dal termine del campionato.

Il tabellino del match:

ATALANTA (3-4-2-1): Gollini; Toloi, Palomino, Djimsiti; Hateboer, Freuler, De Roon, Gosens; Ilicic (84′ Malinovsky), Gomez (87′ Muriel); Zapata (59′ Pasalic). All: Gasperini.

ROMA (4-1-4-1): Pau Lopez; B.Peres, Smalling, Fazio, Spinazzola; Mancini (68′ Veretout); Kluivert (62′ C.Perez), Pellegrini, Mkhitaryan, Perotti (78′ Villar); Dzeko. All: Fonseca.

Arbitro: Orsato di Schio

Marcatori: 45′ Dzeko, 50′ Palomino, 59′ Pasalic

Viaggiando nella Hall Of Fame: Attilio Ferraris IV, il capitano che nascose Bruno Buozzi dai nazifascisti

Pagine Romaniste (F. Belli) – Gli inglesi avevano George Best, gli argentini Maradona, i romani Attilio Ferraris IV. Del resto Norman Mailer diceva che il genio è riuscire a stare in equilibrio sul bordo dell’impossibile. Quella del primo capitano della storia della Roma è una vita fatta di vizi e sregolatezze: dalle sigarette alle corse dei cavalli, ai mille amori vissuti tra le notti oscure della Città Eterna. “IV” perché quarto a giocare a calcio dopo i fratelli, tutti più scarsi di lui. Muove i primi passi nella Fortitudo e quando nasce la Roma nel 1927 con la fusione della sua società col Roman e l’Alba ne diventa immediatamente capitano. Il primo capitano della storia giallorossa. Non può essere altrimenti: è il più forte e carismatico delle società che hanno partecipato alla fusione. Non a caso è celebrato anche dalla canzone di Campo Testaccio“Poi ce sta Ferraris a mediano, bravo nazionale e capitano”. Tra i mille aneddoti che lo vedono protagonista nella Roma degli albori, il più simbolico è quello del giuramento: prima di ogni gara riuniva i compagni in cerchio e urlava: “Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste; chi desiste dalla lotta è un gran  ****** (il resto come si suol dire è fatto noto). Così lo descrive dopo il ritiro Ettore Berra, compianto giornalista sportivo piemontese: Ferraris aveva la dote di servire lungo. Si teneva in posizione arretrata e serviva l’attacco con lunghi traversoni che spaziavano il gioco offrendo spunti di offensiva senza peraltro scoprire la difesa”. Erano ricorrenti le sue bravate e le notti bianche che l’hanno portato più volte in collisione col presidente di allora, Renato Sacerdoti. Era un rapporto conflittuale il loro, alla “Odi et Amo”. Più volte il vaso della pazienza del patron è stato sul punto di traboccare, e l’11 marzo del 1934 la misura fu colma. I giallorossi, in vantaggio 3-0 al derby, si fanno rimontare sul 3-3 dopo l’ennesima notte brava e i due litigano furiosamente. Al capitano viene tolta la fascia e viene messo fuori squadra, così decide di lasciare la Roma. E’ un ultra trentenne e ormai il meglio della carriera sembra alle spalle.

La vittoria del Mondiale, il tradimento e perdono, il rifugio a Bruno Buozzi

E invece no. Il ct della Nazionale Vittorio Pozzo lo raccatta in una sala da biliardo a Via Cola di Rienzo e lo convince a rimettersi in forma per un po’ per recuperare in vista del Mondiale del ’34. Attilio si rimette in carreggiata e si presenta in formissima al ritiro, diventando in breve uno dei pilastri fondamentali per l’Italia campione del mondo a fine torneo. Poco dopo diventa anche un leone. A Highbury va in scena un’amichevole contro l’Inghilterra e gli azzurri sono sfavoriti. Sembra strano che la Nazionale campione del Mondo non abbia i favori del pronostico, ma gli inglesi, i maestri indiscussi, avevano snobbato la competizione per un mal riposto senso di superiorità. Del resto il calcio l’hanno creato loro. Dopo appena dodici minuti l’Albione è in vantaggio di tre gol e di un uomo. Tutto fa pensare a una disfatta storica e invece gli azzurri, trainati da Attilio che poi verrà nominato migliore in campo, accorciano le distanze con una doppietta di Meazza che sul finale prende anche una traversa. La stampa britannica celebrerà quella squadra come i “leoni di Highbury”. A livello di club le cose vanno peggio: con la ferita dell’addio ancora aperta decide per rivalsa di andare alla Lazio. Al primo derby a Testaccio i tifosi gli urlano di tutto: “Venduto, venduto!”, e altre cose indicibili e decisamente meno gentili. La sua avventura con i cugini dura poco però e qualche anno dopo torna alla Roma, disputando con i giallorossi la sua ultima stagione nel calcio che conta. Del resto non c’è vero tradimento senza perdono, e il tempo cura tutte le ferite. Morirà giovanissimo d’infarto mentre stava giocando una partita tra amici a MontecatiniTestimoni confermano che prima della gara abbia quasi profetizzato: “Non me fate fa la fine de Caligaris”, il terzino della Juventus morto pochi anni prima in campo. Ma visto che oggi è il 25 aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, è importante anche ricordare un gesto eroico del primo capitano della storia della Roma. Dopo l’armistizio del ’43 ospita in casa sua ai Parioli un certo Mario Alberti, un signor nessuno visto che è un’identità falsa. In realtà è Bruno Buozzi, il “padre del sindacato”, ex deputato socialista inviso al regime Fascista già da molti anni. E’ uno degli obiettivi primari degli invasori, non a caso sarà ucciso comunque qualche mese dopo sulla Cassia. Per diventare un eroe non serve un’arma, ma grande cuore e coraggio. E Attilio ne aveva da vendere. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Calciomercato 2020 – Come cambiano le squadre di Serie A dopo la sessione invernale

(Keivan Karimi) – Un mercato di riparazione scoppiettante, con tanti movimenti e pochi momenti di pausa. Molto è cambiato nelle rose di Serie A dopo la sessione di gennaio 2020. Dall’Inter, che ha colpito nel segno con ben 3 acquisti dalla Premier inglese, fino alle mosse last-minute di Fiorentina e Genoa.

Ecco allora come cambiano le formazioni titolari delle 20 compagini di Serie A:

ATALANTA (3-4-3): Gollini; Toloi, CALDARA, Palomino; Hateboer, TAMEZE, Freuler, Gosens; Ilicic, Zapata, Gomez.

BOLOGNA (4-2-3-1): Skorupski; Mbaye, Danilo, Bani, Dijks; DOMINGUEZ, Poli; Orsolini, Soriano, Sansone; BARROW.

BRESCIA (4-3-1-2): Joronen; Sabelli, Cistana, Chancellor, Mateju; BJARNASON, Tonali, Romulo; SKRABB; Torregrossa, Balotelli.

CAGLIARI (4-3-2-1): Olsen; Faragò, Ceppitelli, Pisacane, Pellegrini; Nainggolan, Cigarini, Rog; PEREIRO, Joao Pedro; Simeone.

FIORENTINA (3-5-2): Dragowski; Milenkovic, Pezzella, IGOR; Lirola, DUNCAN, Badelj, AGUDELO, Dalbert; Chiesa, CUTRONE.

GENOA (3-5-2): PERIN; SOUMAORO, Romero, MASIELLO; Ghiglione, BEHRAMI, Radovanovic, Schone, Barreca; IAGO FALQUE, DESTRO.

INTER (3-5-2): Handanovic; Godin, De Vrij, Skriniar; MOSES, Barella, Brozovic, ERIKSEN, YOUNG; Lautaro, Lukaku.

JUVENTUS (4-3-1-2): Szczesny; Cuadrado, Bonucci, De Ligt, Alex Sandro; Khedira, Pjanic, Matuidi; Dybala; Ronaldo, Higuain.

LAZIO (3-5-2): Strakosha; Luiz Felipe, Acerbi, Radu; Lazzari, Milinkovic-Savic, Leiva, Luis Alberto, Lulic; Correa, Immobile.

LECCE (4-3-2-1): Gabriel; DONATI, Lucioni, PAZ, Calderoni; DEIOLA, Tachtsidis, Majer; SAPONARA, Mancosu; Babacar.

MILAN (4-4-2): Donnarumma; Conti, KJAER, Romagnoli, Hernandez; Castillejo, Kessie, Bennacer, Calhanoglu; IBRAHIMOVIC, Rebic.

NAPOLI (4-3-3): Meret; Hysaj, Manolas, Koulibaly, Mario Rui; LOBOTKA, DEMME, Zielinski; Callejon, Milik, Insigne.

PARMA (4-3-3): RADU; Darmian, Alves, Gagliolo, REGINI; Kucka, Scozzarella, KURTIC; Kulusevski, Cornelius, CAPRARI.

ROMA (4-2-3-1): Pau Lopez; Spinazzola, Mancini, Smalling, Kolarov; VILLAR, Veretout; PEREZ, Pellegrini, Perotti; Dzeko.

SAMPDORIA (4-4-2): Audero; Berezszynski, TONELLI, YOSHIDA, Murru; Ramirez, Vieira, Ekdal, Linetty; LA GUMINA, Quagliarella.

SASSUOLO (4-2-3-1): Consigli; Toljan, Romagna, Ferrari, Kyriakopoulos; Locatelli, Obiang; Berardi, HARASLIN, Boga; Caputo.

SPAL (3-5-2): Berisha; BONIFAZI, Vicari, ZUKANOVIC; D’Alessandro, CASTRO, DABO, Valoti, Reca; CERRI, Petagna.

TORINO (3-4-2-1): Sirigu; Izzo, Nkoulou, Bremer; Ola Aina, Meité, Rincon, Ansaldi; Verdi, Berenguer; Belotti.

UDINESE (3-5-2): Musso; Becao, Troost-Ekong, Nuytinck; Larsen, De Paul, Mandragora, Fofana, ZEEGELAAR; Lasagna, Okaka.

VERONA (3-4-2-1): Silvestri; Kumbulla, Rrhamani, Dawidowicz; Faraoni, Verre, Amrabat, DIMARCO; BORINI, EYSSERIC; Di Carmine.

Viaggiando nella Hall Of Fame: Giuliano Taccola, il “figlio di Roma” ricordato dai tifosi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Si dice che la vita sia un sogno da cui ci sveglia la morte. Tutti i tifosi della Roma si sono svegliati quel maledetto 16 marzo del 1969, il giorno della morte di Giuliano Taccola. Si è svegliato anche un ragazzo, ora un po’ più anzianotto, di nome Claudio. Per capire questa storia occorre tornare alla vigilia di Spal-Roma della scorsa stagione, quando i capitolini erano alla disperata ricerca di punti a poche settimane dalla sconfitta col Porto e successivo fine ciclo di Di FrancescoAl termine della conferenza stampa del prepartita, in quella che sembra una normale vigilia di campionato, Ranieri annuncia che i suoi scenderanno in campo con una patch con scritto “Giuliano“, quasi commosso. Non è un giorno qualsiasi, sono passati 50 anni da quel pomeriggio tragico, vissuto in prima persona dallo stesso Ranieri che era entrato da poco nella Primavera giallorossa appena diciassettenne. Un ragazzo, appunto. Si era appena conclusa Cagliari-Roma, e Giuliano Taccola era morto per un arresto cardiaco. Da mesi ormai soffriva di frequenti attacchi febbrili, svenimenti improvvisi, cali di pressione. Aveva subito anche un intervento per l’esportazione delle tonsille, ma i problemi erano continuati. Sono tanti i dolori che affliggono quella giovane promessa, e la necessità di vederlo in campo il prima possibile complica la situazione: è una pedina fondamentale e la Roma non può privarsene. Sono tanti, troppi, i malori avvertiti dopo allenamenti e partitelle, ma continua a giocare e a stare male.

Il processo a Herrera e Taccola “figlio di Roma”

Senza girarci troppo intorno, uno dei principali sotto processo è l’allenatore Herrera. L’accusa proviene da un compagno di squadra, Cordova, intervistato di recente da Rete Sport“All’aeroporto, quando è arrivata la notizia della sua morte Herrera voleva andare via per giocare la Coppa Italia. Ci disse di tornare a Roma e io gli risposi: «Vattene o ti mettiamo le mani addosso». Alla fine io, D’Amato e Sirena rimanemmo a Cagliari dopo la morte di Taccola. Tra l’altro sulla morte di Giuliano non fu detta tutta la verità. Avrebbe dovuto riposarsi in montagna, il presidente Marchini era d’accordo, ma Herrera lo faceva allenare, e così a lui tornava la febbre…”. C’è stata un’inchiesta, ma è stata archiviata. Una ferita aperta per tutti coloro che l’hanno vissuta: dalla moglie che non ha mai dimenticato quell’amore finito troppo presto ai figli rimasti orfani, ai familiari, ai tifosi come quel diciassettenne che magari vedeva in Taccola un modello da seguire. Una storia che finisce nel dimenticatoio insieme a tutte quelle storie che vanno dimenticate, come se così facessero meno male. Improvvisamente però la ferita si riapre, torna a sanguinare: la Curva Sud include Giuliano Taccola tra i 16 “Figli di Roma” nella coreografia del derby dell’11 gennaio 2015. Ed è giusto ricordare, perché come diceva Wang Shu perdere il passato significa perdere il futuro. Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall of Fame: Francesco Rocca, il drammatico calvario “Kawasaki”

Pagine Romaniste (F. Belli) – Ci sono storie che vale la pena raccontare per quello che sono state. E poi ci sono storie che vale la pena raccontare più per quello che sarebbero potute essere, come quella di Francesco Rocca. Un terzino sinistro brillante costretto ad appendere gli scarpini al chiodo troppo presto, a 26 anni, a causa di un maledetto infame infortunio al ginocchio. Riavvolgiamo il nastro però: il ragazzo di San Vito Romano viene notato dalla Roma ed entra nelle giovanili nel 1971. Mancano cinque anni dall’inizio dell’incubo. La sua principale dote è la forza nella progressione palla al piede, nessuno riesce a fermarloGiorgio Rossi, storico massaggiatore del club passato a miglior vita poco tempo fa, ricorda come nelle amichevoli l’avversario diretto di Rocca doveva essere regolarmente sostituito perché non in grado di proseguire. L’esordio in campionato è datato 25 marzo 1973 a San Siro contro il Milan. Si tratta di un giocatore fisicamente superiore, come notato dall’allora capitano Cordova“Francesco, se corri così forte quando arrivi in fondo non trovi nessuno”. L’anno successivo esordisce anche nella Nazionale maggiore col ct Fulvio Bernardini contro “l’arancia meccanica” di Cruijff e compagni. “Fuffo” gli dice: “Qualsiasi cosa accada, ricordati che sei il più forte“. E’ vero. Nessuno riesce a fermare “Kawasaki“, soprannominato così dai tifosi giallorossi come le potenti moto giapponesi in voga quegli anni.

L’infortunio e il calvario

E poi arriva quel maledetto 10 ottobre 1976. Cesena-Roma, dopo tre minuti di gioco un avversario lo colpisce in scivolata. E’ un contrasto duro, ma sembra non sia successo nulla di che. Sembra. Il giorno dopo il ginocchio si gonfia e Francesco inizia a preoccuparsi. Il 16 ottobre è in programma una gara di qualificazione al mondiale contro il Lussemburgo e Kawasaki vuole giocare. Può scendere in campo, lo dicono i medici. E gioca. Ma gioca male attirandosi le critiche di stampa e tifosi. Ancora non si è consumato il fattaccio. Dopo due giorni torna ad allenarsi e i legamenti saltano. “Si era rotto tutto, legamento crociato anteriore, collaterale, menisco, capsula articolare e cartilagine. Avrei dovuto finirla lì”, ricorderà più tardi. Torna dopo mesi contro il Perugia ma a luglio il ginocchio si rigonfia. Si opera altre tre volte tra agosto del 77′ e il giugno del 78′, ma il calvario non finisce. Enzo Bearzot dirà: “Chi più di Francesco Rocca sarebbe stato l’uomo ideale per la mia Nazionale? Un fisico da leone, un fiato da vendere. Lo perdiamo per via di un ginocchio a pezzi dopo che avevo deciso che era lui uno dei miei punti fermi“. Si ritira nel 1981, un anno prima del successo azzurro al Mondiale di Spagna e due prima del tricolore giallorosso. Una storia interrotta all’origine e un calvario che lo tormenta ancora oggi. Infatti come ha dichiarato recentemente è da 40 anni, da quel 10 ottobre del 1976, che ogni sera si mette il ghiaccio sul ginocchio per attenuare l’insopportabile dolore. Un triste monotono gesto ormai quotidiano che rievoca le brutte sensazioni di quegli anni.  E’ questa la storia di Francesco Rocca, un uomo reso dal dolore più grande di quanto avrebbe voluto. Pagine Romaniste (F. Belli)