Villa Stuart, inizia la stagione della Roma con le visite mediche dei giocatori

Luca Fantoni – Il 26 maggio scorso si concludeva la stagione della Roma, con l’addio di De Rossi e una grande sensazione d’incertezza guardando al futuro. Dopo un mese turbolento, scosso anche dalle dimissioni e dalle parole di Francesco Totti, i giallorossi sono però pronti a ricominciare. Ieri è sbarcato nella Capitale il nuovo allenatore, Paulo Fonseca, che con il suo entusiasmo sta provando a rivitalizzare un ambiente scarico dopo un’annata difficile. Oggi, con le visite mediche dei giocatori a Villa Stuart, la Roma ripartire, ma non al completo. Saranno assenti infatti i nazionali Olsen, Mirante, Florenzi, Manolas, Luca Pellegrini, Lorenzo Pellegrini, Kolarov, Cristante, Zaniolo, El Shaarawy, Dzeko, Under e Schick.

Luca Fantoni

Roma, via a raduno e visite mediche. Ufficiale l’arrivo di Petrachi

(Keivan Karimi) – La stagione della A.S. Roma comincia già oggi. I calciatori giallorossi, o almeno parte di loro, si sono radunati già in mattinata per le prime visite mediche a Villa Stuart, passaggio di rito per l’avvio della nuova stagione sportiva.

Tutti i calciatori che non sono stati impegnati con le rispettive Nazionali si sono ritrovati alla clinica per i controlli di rito. Tra questi Juan Jesus, Perotti e Pastore, che ha affermato ai cronisti presenti di essere pronto a restare in giallorosso.

Nel pomeriggio è arrivata l’ufficialità dell’ingaggio di Gianluca Petrachi come direttore sportivo della Roma; il dirigente si è liberato dal Torino (che prende i giovani Greco e Bucrì) e firma fino al 2022 con la società giallorossa. Sarà lui a fare il mercato della Roma a partire da questa sessione estiva.

Fonseca e il “metus hostilis” per ricostruire la Roma

Luca Fantoni – “Fonseca deve trovare un ambiente sereno e tranquillo, una strada percorribile senza intoppi”. Parole di Francesco Totti, alla conferenza stampa d’addio. Ovviamente, dopo tutto quello che è successo in questi ultimi due mesi, non sarà così. Paulo Fonseca si troverà ad affrontare una situazione spinosa e intricata e un clima tutt’altro che tranquillo. L’addio di De Rossi, insieme a quello di Totti, la delusione per un mercato che non sembra promettere grandi colpi, hanno depresso i tifosi romanisti tanto da renderli quasi indifferenti a questi sconvolgimenti giornalieri. Da un lato quindi, l’avventura di Fonseca a Roma inizia sicuramente con un handicap. Non potrà contare su quell’entusiasmo che si era vissuto per esempio con il ritorno di Spalletti che aveva permesso ai giallorossi, forti comunque di una delle migliori squadre degli ultimi anni, di rendere l’Olimpico un fortino, con 16 vittorie, 1 pareggio e 2 sconfitte. L’allenatore portoghese dovrà essere bravo a costruirselo questo entusiasmo, ed è qui che entra in gioco il metus hostilis. All’epoca dei romani, la presenza di un nemico comune, riusciva a compattare il popolo rendendolo più forte e stabile. La stessa cosa deve riuscire a costruire Fonseca, facendo leva su tutto quello che è successo in questo periodo e creando un nemico contro cui i giocatori possano unirsi. Si può puntare sullavoglia di rivalsa dei singoli dopo le brutte critiche ricevute quest’anno, o sulla voglia di dimostrare a qualcuno che ha snobbato la Roma che ha sbagliato, o anche, e forse sarebbe l’idea migliore, sulla volontà di far ricredere i tifosi. L’importante è che Fonseca riesca a ricreare, con l’aiuto degli acquisti giusti, quel grande gruppo che si era venuto a formare nell’anno della semifinale di Champions League.

GARCIA E DIALETTICA – Per gli allenatori stranieri ormai sembra quasi una maledizione arrivare alla Roma. L’ultimo fu Garcia che sbarcò nella capitale dopo la finale di Coppa Italia persa contro la Lazio, probabilmente il punto più basso della storia recente della Roma. Il francese arrivò tra lo scetticismo generale ma in poche settimane riuscì a far ricredere tutti, raggiungendo quota 85 punti a fine anno. Quella stagione è l’esempio perfetto di come avere un nemico comune possa compattare una squadra. Garcia, fin dal primo momento, difese i suoi giocatori arrivando anche ad attaccare i tifosi quando dal ritiro di Riscone di Brunico disse: “Quelli che criticano la società e i giocatori non sono tifosi della Roma. Al peggio, sono tifosi della Lazio”. L’atteggiamento fu molto rischioso ma pagò, con i calciatori che sembravano seguire il loro allenatore alla lettera. Entrò in gioco un elemento che Garcia sfruttò alla perfezione e che sapeva di poter padroneggiare: la dialettica. Molte delle uscite pubbliche dell’ex allenatore del Marsiglia sono poi risultate perfette sia per accendere nuovamente l’entusiasmo della tifoseria, sia per ricostruire la tenuta mentale di una squadra distrutta dopo quel 26 maggio. Tra una chiesa rimessa al centro del villaggio e i derby che non si giocano ma si vincono, l’anno magico di Garcia divenne tale proprio per la dialettica più che per una preparazione tattica perfetta. La stessa cosa dovrà fare Fonseca perché in momenti come questi è meglio un buon comunicatore piuttosto che un ottimo tattico. Se poi il portoghese riuscirà ad essere entrambi, la Roma avrà fatto bingo.

Luca Fantoni

Paulo Fonseca è sbarcato a Roma: “Sono molto felice e motivato”

Luca Fantoni – È il giorno di Paulo Fonseca a Roma. Il tecnico giallorosso con un volo da Kiev è sbarcato nella Capitale intorno alle ore 7.00 presso l’aeroporto di Fiumicino. L’allenatore prima andrà in albergo e poi si recherà a Trigoria per conoscere il nuovo ambiente e i dirigenti che non erano presenti all’incontro a Londra. Il portoghese martedì, assieme al suo staff e ai giocatori, sosterrà le visite mediche a Villa Stuart mentre per mercoledì è previsto il primo allenamento stagionale.

Queste le sue prime parole all’uscita dall’aeroporto: “Sono molto felice e motivato“.

Luca Fantoni

La cronistoria degli ultimi due, terribili, mesi della Roma

Luca Fantoni – C’è mai fine al peggio? È la domanda che si stanno facendo tutti i tifosi romanisti e la cui risposta, da due mesi a questa parte, sembra essere solo no. 91esimo minuto di Genoa-Roma. Romero svetta in mezzo a Schick e Nzonzi e pareggia la partita, distruggendo le flebili ma residue speranze di qualificazione alla Champions League. Da quel momento, a cadenza quasi settimanale, i tifosi della Roma si trovano davanti a situazioni incredibilmente difficili da digerire. La prima è il rifiuto di Antonio Conte di venire ad allenare nella capitale. Il 7 maggio, con un’intervista uscita sulla prima pagina de ‘La Gazzetta dello Sport’, l’allenatore salentino specifica che in quel momento “non ci sono le condizioni” per un suo arrivo a Roma, ridimensionando le aspettative di una piazza e di una tifoseria che, con la voce di un possibile arrivo dell’ex Juventus, aveva cominciato a sognare. Ce ne sarà un altro di rifiuto ma questo è sicuramente il più rumoroso.

DE ROSSI – La seconda situazione surreale è l’addio di De Rossi. Il 14 maggio, con uno scarno tweet, la società annuncia che Roma-Parma sarebbe stata l’ultima partita del capitano con la sua storica maglia addosso. Il giorno dopo c’è la conferenza, che per quanto si mantienga su toni pacati, evidenzia il netto distacco tra la posizione di De Rossi che si sentiva ancora utile alla causa e quella della società, convinta di agire per il bene tecnico della Roma. Nella stessa esternazione con la stampa c’è stato il primo riferimento chiaro, da parte di un componente della società, a Franco Baldini con il ruolo ingombrante che occupa pur non essendo nell’organigramma giallorosso. Il giorno dopo, il 16, in tutti i telefoni di Roma arriva un audio di Daniele De Rossi dove accusa la società mentre a Trigoria scoppia la protesta dei tifosi con anche Ranieri che conferma di non rimanere a Roma e che è Franco Baldini, “Testagrigia“, a prendere le decisioni. Il 17 la protesta si sposta sotto la sede dell’Eur dove circa 500 tifosi esprimono la propria rabbia contro la decisione della società. Nelle successive due settimane a Roma non si parla d’altro e tutti i tifosi sembrano finalmente riuniti sotto un’unica bandiera, quella di Daniele De Rossi. Il 26 maggio non è la giornata delle polemiche ma è solo una giornata piena di amore per un capitano, una leggenda, una bandiera che se ne va. Da sottolineare anche il ringraziamento dell’Olimpico a Ranieri, da brividi.

GASPERINI, ROMA GATE E FONSECA – Il 26 maggio poteva essere il ground zero della Roma, il punto da cui ricostruire. Tre giorni dopo invece arriva il rinnovo di Gasperinicon l’Atalanta, seconda scelta dopo Antonio Conte. Anche il tecnico di Grugliascopreferisce altri lidi rispetto a Trigoria. Non passano neanche 24 ore e la mattina del 30 maggio il quotidiano ‘La Repubblica’ esce in edicola con una lunga inchiesta che racconta i rapporti intestini e fratricidi nello spogliatoio giallorosso. I senatori, tra cui De Rossi, vorrebbero la testa di Monchi, Di Francesco e Totti, e tutto è raccontato da una email che Ed Lippie invia a Pallotta a dicembre scorso. L’articolo distrugge anche gli ultimi equilibri rimasti ed alimenta la visione di Trigoria come un trono di spade, in cui tutti vogliono comandare, pieno di segreti e sotterfugi che ovviamente non possono che danneggiare chi la Roma la tifa. In giornata arriva la smentita della società e poi il giorno dopo quella di De Rossi ma ormai la frittata è fatta. Sempre il 31 Pallotta fa uscire una lunga lettera che riassume gli ultimi 12 mesi e forse è la sua migliore uscita pubblica da quando è presidente della Roma, cercando di ricostruire un minimo di empatia con i tifosi. Nel frattempo il tempo scorre, il 5 giugno Massara risolve consensualmente il contratto con la Roma e i giallorossi si trovano ufficialmente senza direttore sportivo. Questo è un altro aspetto che non si può posizionare su una linea del tempo ma che comunque rientra nelle situazioni surreali: trovarsi a pochi giorni dal ritiro senza avere un direttore sportivo ufficiale in grado di operare con la completa libertà. L’11 giugno arriva la prima decisione di questa nuova stagione: Paulo Fonseca diventa il nuovo allenatore. Può piacere o non piacere ma l’importante era comunque prendere una direzione e seguirla. Solo 6 giorni dopo però, l’ambiente nella capitale esplode.

TOTTI – Il 17 giugno Francesco Totti mette fine alla sua carriera da dirigente nella Roma con una conferenza stampa, da lui convocata, nel salone del CONI. La notizia gira già da qualche giorno ma questo intervento pubblico di Totti sancisce la definitiva rottura tra colui che, insieme a De Rossi, rappresenta la gran parte della tifoseria e la società. Qui torniamo al discorso iniziale. Dopo ciò che è successo tra ieri e oggi, la Roma si trova nel punto di massima difficoltà dell’era americana. Ma siamo sicuri che ora si possa ripartire? Ormai questi ultimi due mesi hanno insegnato che può succedere di tutto e il tifoso della Roma non sa più cosa può accadere da qui a 10 giorni. La speranza è che si possano rimettere insieme i pezzi di questo giocattolo che più volte si è rotto ma quello che è certo è che mai come oggi quel 10 aprile 2018, il giorno in cui la Roma scrive la storia rimontando il Barcellona, sembra un giorno lontano, molto lontano.

Luca Fantoni

Totti lascia la Roma: “Io fuori dalle decisioni. Volevano far fuori i romani. Futuro? E’ un arrivederci…”

(Keivan Karimi) – E’ finita. Francesco Totti ammaina la bandiera e lascia una nave che non sente più sua. Il capitano dice addio (o meglio arrivederci) alla Roma, dopo due anni da dirigente inascoltato e senza ruoli specifici. Lo ha annunciato tramite una conferenza stampa fiume tenutasi al salone d’onore del Coni:

“Innanzitutto ringrazio il presidente Malagò per avermi dato questa possibilità in questo posto bellissimo. Alle 12.41 del 17 giugno 2019 ho mandato al CEO della Roma dove ho scritto un po’ di parole per me immaginabili. Ho dato le mie dimissioni dalla AS Roma. Speravo che questo giorno non arrivasse mai, invece è arrivato questo giorno brutto e pesante. Credo sia stato doveroso e giusto, non ho mai avuto la possibilità di lavorare. E’ normale che, come ho sempre detto che i presidenti passano, le bandiere no. Ho riflettuto tanto e non è stata colpa mia l’essere arrivati a questa decisione”.

La prima domanda è dell’ex ‘iena’ Enrico Lucci: “Chi te l’ha fatto fare?”, gli chiede. Risponde Totti: “Ho messo la Roma davanti a tutto, è la mia seconda casa, se non la prima. Per me fare questa scelta è stato difficilissimo, ho sempre voluto portare in alto questa società”.

Di chi è stata la colpa?
“Non mia, non ho mai avuto la possibilità di esprimermi, non mi hanno mai convolto nel progetto tecnico. Per il primo anno ci può stare, nel secondo avevo già capito cosa volevo fare e non ci siamo mai aiutati. Loro non hanno mai voluto, mi tenevano fuori da tutto”.

Cosa si sente di dire alla gente che è rimasta scioccata dal suo addio? Sarà un arrivederci?
“Al popolo di Roma devo dire solo grazie per come mi ha sempre trattato. C’è stato sempre un reciproco rispetto in campo e fuori, perciò posso solo invitarli a continuare a tifare questa squadra, la Roma va sempre onorata. Vederla in questo momento di difficoltà mi rattrista e mi dà fastidio, i tifosi della Roma sono diversi dagli altri, l’amore che danno a questa squadra è talmente grande che non potrà mai finire. Continuerò a tifare Roma. Per me è un arrivederci, non un addio. E’ impossibile vedermi fuori dalla Roma, da romanista non penso possa succedere. Prenderò altre strade, è il momento giusto. Se un’altra proprietà punterà su di me io sarò pronto”

Pronto per altre strade? Qualcuno che è più colpevole di altri?
“In questo momento ce ne sono tante di cose che posso fare, sto valutando tranquillamente, in questo mese valuterò tutte le offerte e quella che mi farà stare meglio la prenderò con tutto il cuore. Ho sempre dato il massimo e la mia decisione sarà definitiva. Non c’è un colpevole, il percorso non è stato rispettato e alla fine ho fatto questa scelta”.

Le hanno fatto promesse?
Tutti sappiamo che mi hanno fatto smettere. Avevo un contratto di 6 anni da dirigente, sono entrato in punta di piedi, per me era una novità, con il tempo ho capito che sono cose completamente diverse. Di promesse sono state fatte tante, ma non sono mai state mantenute. Normale che con il passare del tempo giudichi e valuti, anche io ho un carattere e una personalità, non sto lì a fare quello che mi chiedono di fare. Lo facevo per la Roma, ma non il tempo non mi sembrava il caso di continuare con persone che non hanno mai voluto che facessi questo ruolo.

In questi anni si è parlato parecchio di ‘detottizzazione’. E’ un percorso che per lei è iniziato recentemente o ha radici più lontane. L’addio di De Rossi una coincidenza?
“Diciamo che ‘via i romani dalla Roma’ è stato sempre un pensiero fisso di alcune persone. E’ prevalsa la verità, sono riusciti ad ottenere quello che volevano. Da 8 anni a questa parte, dall’ingresso degli americani, hanno cercato in tutti i modi di metterci da parte. Diciamo che è quello che hanno voluto, alla fine ci sono riusciti”.

Il rapporto con Baldini?
“Non c’è mai stato e mai ci sarà. Se ho preso questa decisione è perché ci sono degli equivoci e dei problemi interni alla società. Uno dei due doveva uscire, mi sono fatto da parte io. Troppi galli a cantare non servono… Troppe persone mettono bocca su certe cose e fanno solo danni, ognuno dovrebbe fare il suo”.

Ma è un gallo che canta lontano, mi sembra
“Ma quando canta da Trigoria non si sentiva il suono. L’ultima parola spettava sempre a Londra, era tempo perso”.

Un anno fa la Roma era in semifinale di Champions, quest’anno Salah l’ha alzata...
“Un po’ tutti sappiamo dei problemi reali della società, soprattutto il Fair Play Finanziario. Hanno fatto questo pensiero, questa scelta difficile di vendere i giocatori più forti e blasonati, è più facile prendere soldi con loro e tamponare i problemi del FFP. Bisogna essere trasparenti, soprattutto con i tifosi. Ad alcuni dirigenti dicevo che alla gente bisogna dire la verità. Un anno fa dissi che la Roma sarebbe arrivata quarta e che la Juve avrebbe vinto a gennaio, mi hanno dato dell’incompetente. Ma sono sempre stato trasparente quando dici la verità sei inattaccabile. non posso restare qui dentro.

Una conferenza contro dei fantasmi, le persone a cui fa riferimento non le vediamo fa tempo. Le pesa questo addio?
“L’addio mi pesa, il giocatore cerca sempre un alibi, “manca il presidente, il ds, nessuno della società ci dice come stanno le cose”… E questo dà problemi alla squadra, per me crea un danno, Il presidente deve essere più sul posto, quando vedono il capo tutti stanno sull’attenti, dal primo all’ultimo. Quando non c’è, fanno tutti come gli pare. E come quando ci si allena senza il mister: quando c’è vai a mille all’ora, quando allena il secondo si inizia a fare un po’ gli stupidi. Un esempio semplice”.

Sente di aver fatto tutto quello che era in suo potere? La Roma l’ha accompagnata nel suo percorso da dirigente?
“Se ho preso questa decisione è perchè non ho potuto fare niente, non mi sono sentito coinvolto nel progetto, specie nell’area tecnica. Non voglio fare il fenomeno ma penso di avere le basi e l’occhio per capire un giocatore rispetto ad altra gente che è a Trigoria. Non voglio fare altro, ma la mia parola è diversa da quella di un’altro. Mettendoci sempre la faccia, ovviamente, anche quando le cose vanno male come quest’anno”.

Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? Il vertice a Doha, c’è una speranza che il fondo del Qatar possa mettere le mani sulla Roma?
“Ho girato vari continenti, soprattutto dove ci sono gli emiri, tante persone vorrebbero investire, ma finché non vedo nero su bianco non ci credo. Posso dire che la Roma è amata e stimata in ogni parte del mondo e tutti la vorrebbero, ma non posso espormi perché non so noulla di tutto ciò. Solo quando ero in difficoltà mi chiamavano, sempre all’ultimo, in 2 anni avrò fatto 10 riunioni… Come se volessero allontanarmi da tutto. Prima o poi il cerchio si stringe. Ho cercato in ogni modo di mettermi a disposizione e di dare qualcosa in più, dall’altra parte vedevo che il pensiero era diverso”.

Cosa serve per riportarla alla Roma?
“Sicuramente un’altra proprietà, in primis. Dipenderà poi se quest’altra proprietà mi chiamerà, se crede nelle mie potenzialità. Sicuramente non ho mai fatto e non farò mai male alla Roma. La Roma viene prima di tutto, anche oggi. Staccarmi dalla Roma per me significa morire. Sarebbe stato meglio. E’ meglio che mi stacco io. Tanti personaggi, inteso come dirigenti, mi hanno sempre detto di essere troppo ingombrante”.

Per chiarire equivoci di questi giorni, le hanno mai formulato la proposta di direttore tecnico? Con questa proprietà ma senza più Baldini tornerebbe?
“Non ho mai chiesto soldi, ho chiesto un ruolo da dt per le mie competenze. Ho chiesto di dare il mio contributo e metterci la faccia, non di decidere tutto. Ma se decidono tutto gli altri, che ruolo è? Non sono andato a Londra perché avevano già deciso l’allenatore e il ds, cosa ci sarei andato a fare? Tutto ciò che avete scritto, l’unico allenatore che ho sentito è stato Antonio Conte. Mai mandato messaggi o mai chiamati Mihajlovic, De Zerbi, Gattuso e Gasperini. Ho chiamato solo Conte, il resto è fantascienza. Non ci sto a passare per stupido. Tornare senza Baldini? No. Se il vaso è rotto è difficile rimettere insieme i cocci. Se volevano fare questa scelta, potevano decidere prima. Se non hanno mai pensato a questo, è giusto restare così. Non ho nulla contro di loro, è una scelta che rispetto”.

La dichiarazione di Pallotta di due giorni fa, ha detto che ha avuto un peso nelle decisioni. Pallotta dice bugie, quindi.
“Scusa se la interrompo, l’unico allenatore che ho contattato con Fienga… Che ringrazio pubblicamente perché è stato al mio fianco, che ci ha messo la faccia e che mi ha proposto di lavorare con lui. Inutile continuare su questa strada. L’unico davvero chiamato è stato Ranieri, ho preso una decisione che altri dirigenti non volevano. E oggi lo ringrazio perchè sarebbe venuto anche gratis e ha fatto il massimo. E’ un uomo vero, appena l’ho chiamato mi ha detto “domani sono a Trigoria”, senza parlare di soldi o di squadra. I tifosi devono essere felici di lui e il tributo l’hanno dato all’addio di Daniele (De Rossi)”.

Queste dichiarazioni sono bugie?
“ho dato la mia risposta, penso che sia vera. Ognuno può sostenere ciò che vuole, non mi serve dire bugie ora”.

Non poteva esserci l’occasione per Fienga e Pallotta di essere più chiari sul suo ruolo?
”Fienga me l’aveva detto 2 mesi fa, mi aveva promesso questo benedetto ruolo da dt, cosa che tutti sapevano che volevo fare. Ma poi trovi persone che ti mettono i bastoni tra le ruote e torvano qualche intoppo… Se ad esempio non avessi voluto Fonseca, l’ultimo parere spetta al ds e al dt. Se le cose vanno male cosa dovrei fare? Andare in conferenza e dire che non è stata una scelta mia”.

Con Conte invece sarebbe rimasto?
“Certo. Se mi avessero chiamato mi sarei messo seduto, se mi interpellavano e mi davano fiducia… Ma non l’hanno mai fatto e continuano a non farlo. Con Conte è successo perché ci abbiamo lavorato io e Fienga. Ci siamo detto “l’unico che può cambiare la Roma è Conte”. Ci aveva dato l’ok, ci siamo visti e sentiti parecchie volte. Poi ci sono stati problemi e ha cambiato idea, ora è all’Inter. Pallotta l’ha saputo ed era contento del fatto che era possibile”.

Quanto pesa la sua scelta nell’addio di De Rossi?
“La risposta è banale, non ci ho messo la bocca, potrei dire così. Dicevo ad alcuni dirigenti da settembre “Se pensate che sia il suo ultimo anno, diteglielo subito. Non fate come avete fatto con me, è il Capitano e merita rispetto”. Poi ci sono stati gli infortuni, la situaxione complicata, Monchi e Di Francesco che è andato via.. Il problema è che a Trigoria si fa passare troppo tempo. Deve esserci una persona a decidere, non 10. A Daniele ho palrato da amico, gli dicevo di andare al di là. Non potevo espormi, ero pur sempre un dirigente, ma ho cercato di aprirgli gli occhi. E’ il problema poi è arrivato, come è successo con me. Non riesco a capire se è una cosa voluta o perché non ci pensano. Nel primo caso è una cosa brutta. Ma da quanto ho capito è una cosa voluta, hanno sempre voluto togliere i romani dalla Roma”.

Non ha fatto il nome di Sarri...
“Non l’ho mai contattato”.

Ma qualcuno l’ha fatto.
“Era un suo pallino, ma è una domanda da fare a lui. Non so quali fossero i suoi obiettivi e le sue valutazioni. So solo che Sarri era un pallino della persona di cui parlava. E’ un grande allenatore, avrebbe fatto comodo. Però anche lui era sotto contratto, aveva problemi con il Chelsea. Ora però parliamo del nulla, parliamo dell’attualità. Fonseca deve trovare un ambente tranquillo e sereno e una strada senza intoppi. La gente lo stima per come si è messo a disposizione, da ciò che ho visto è un grande allenatore, che ha studiato e che allo Shakhtar ha fatto bene. Spero possa far bene con la Roma”.

Perchè Conte ha detto no?
“Conte non sarebe venuto per fare rivoluzioni, ma per fare una ‘continuazione’”

Verrà l’anno prossimo allo stadio?
“Perchè non dovrei? Sono pur sempre tifoso della Roma. Può darsi che andrò anche in Curva Sud… Sa cosa farò? Ci andrò con Daniele, se non andrà a giocare da un’altra parte”.

Si aspettava un maggior impegno economico della proprietà? Cosa sente di aver potuto dare da dirigente?
“Diciamo che Totti non avrebbe cambiato la Roma, maavrebbe dato il suo contributo. Non sono state fatte promesse reali, da tifoso ho dei sogni: vedere la Roma competere ad alti vertici, come anni fa. Anche se arrivavi sempre secondo, eri competitivo, qualche coppa la vincevi. Ci sono dati di fatto, ci sono problemi finanziari e vanno rispettati. Se hai un rosso di 50 milioni devi vendere un pezzo importante, non uno della Primavera. E la squadra si indebolisce. Sa meglio di me di cosa solo i problemi. L’impegno? 100% da parte mia contro l’1% da parte loro.

Come vede la Roma senza Totti?
“Se fossi presidente della Roma e avrei in società due bandiere come Totti e De Rossi, gli avrei dato in mano tutto. Avrebbero potuto spiegare cosa è la romanità. Lui si è contornato e si contorna solo di persone sbagliate. E’ quello che gli rimproverano tutti. Tutti possono sbagliare, ma se si sbaglia per otto anni di fila, qualche domanda te la vuoi fare? Se fai 10 interviste e le sbagli, all’undicesima qualche domanda te la poni…”.

Quanto pesa la sua scelta nell’addio di De Rossi?
“La risposta è banale, non ci ho messo la bocca, potrei dire così. Dicevo ad alcuni dirigenti da settembre “Se pensate che sia il suo ultimo anno, diteglielo subito. Non fate come avete fatto con me, è il Capitano e merita rispetto”. Poi ci sono stati gli infortuni, la situaxSi dice che abbia pensato troppo a se stesso, troppo tempo libero e troppo paddle. Certi articoli usciti sulla stampa sulla situazione di Trigoria, che idea si è fatto
“Padel, calcetto, vacanze? Loro erano al corrente e mi hanno dato la disponibilità per certi eventi di beneficienza. Tutti sapevano cosa facevo. E anche gli altri dirigenti hanno fatto vacanze, solo che non li conosceva nessuno… Sono stato via 3 giorni, venerdì e il sabato ero a Trigoria per il derby. Parlava della mail… Ci sta, non si può nascondere. Ma mi fido al 100% di Daniele De Rossi, ci metto la mano sul fuoco che non ha mai detto e pensato quelle cose”.

Una conferenza stampa in cui dice quello che pensa
“Ma qualcosa mi tengo, se rispondono ho altro da dire…”.

Come mai non è nato il feeling con Pallotta?
“Ultimamente ha cercato in ogni modo di tratteneremi, sempre per vie traverse e in terza persona. In 2 anni non ho mai sentito né Pallotta, né Baldini. Che devo pensare? Di essere benvoluto? No… Se avessi sbagliato qualcosa, mi avrebbe chiamato e mi avrebbe chiesto di metterci la faccia. Non è mai successo”.

Ha dato speranza per il futuro, se gli attuali dirigenti restano invece 20 anni…
“Spero che riescano a vincere”.

Malagò ha detto che in futuro sogna di diventare presidente.
“Se succederà mi chiamerà, tutti dicono che è un mio caro amico, avrò un po’ più di potere… Ma poco, non mi serve tutto… Non mi serve stare davanti a tutti, a loro invece si…”.

Le sue dimissioni sono un atto d’amore. A lei, personalmente e professionalmente, le dispiace più essere considerato un peso da giocatore o il fatto che non hanno creduto in lei da dirigente
“Sarò sintetico: sono stato un peso per questa società. Mi hanno dato del personaggio ingombrante, sia da giocatore che da dirigente. Spero che la domanda sia questa e la risposta sia giusta, altrimenti passo da rincoglionito… (ride, ndr). Mi hanno fatto male entrambe le cose, la seconda di più. Quando ti stacchi dalla mamma è dura.

Pallotta è qui per lo stadio o per la Roma?
“Dovreste chiederlo a lui, non posso rispondere. E’ una domanda davvero da fare a lui, è una risposta personale, non posso entrare nei suoi pensieri, quello che dirò sarebbe sbagliato. Per correttezza non rispondo”.

Da calciatore ha fatto una scelta, da dirigente anche? Cosi resterebbe disoccupato
“Valuterò alcune offerte, ci sono state offerte da squadre italiane. Una è arrivata stamattina, valuterò tutte”.

Juve o Napoli?
“Ora chiedete troppo. Si dice il peccato, ma non il peccatore. Tanto si parla di Fifa, della Figc, sanno tutto loro… Tante cose le ho sapute leggendo i giornali”.

Per cosa invece si sente di ringraziare Pallotta?
“Lo ringrazio perchè mi ha fatto restare alla Roma e mi ha dato la possibilità di conoscere un’altra realtà. Da dirigente ho imparato tante cose che mai avrei immaginato di conoscere. Non sputo sul piatto dove ho mangiato. Spero che porti la Roma più in alto possibile, dove merita. Ora deve essere bravo a riconquistare la fiducia della gente. Spero che gli stia vicino gli dia indicazioni giuste, non sbagliate”.

Ci hai descritto Trigoria come una polveriera, perchè Pallotta non torna a Roma?
“Non lo so, non ci ho parlato a quattr’occhi, solo due anni fa quando ho smesso. Eravamo con mia moglie e Baldini”.

Ha sentito Florenzi e Pellegrini?
“Non ho sentito Alessandro, ho sentito Lorenzo, gli faccio i complimenti per ieri. Non ci credeva, ma ci crederà. Gli ho promesso tante cose, spero che possano avverarsi. E’ un ragazzo speciale e forte, una persona pulita che può far bene alla Roma. Può dare tanto a questa maglia, la onorerà fino alla fine. E qualche romano nella Roma serve sempre, fidatevi. Vedere giocatori che ridono quando si perde fa girare le palle… E quando qualche dirigente è contento quando si perde… I tifosi certe cose non le sanno. Se hai certa gente dentro Trigoria, non si va da nessuna parte. Uniti si va dritti, altrimenti si deraglia”.

Mancini?
“E’ il ct, vi saluta (ride, ndr)… Dovrà essere bravo a portare in alto la nazionale. Da ambasciatore spero di portagli fortuna”.

Perchè vogliono togliere il cuore e l’anima alla Roma?
“Per me non se ne rendono conto, non vivono la quotidianità e non sanno nulla di Roma. Stando qui sul posto è totalmente diverso. All’altra parte del mondo gli arriva l’1% di quello che succede qui. Spero se ne possano rendere conto, ma ormai il tempo è passato…”

Con la sua rabbia e determinazione mostrata oggi, parla già da futuro dirigente della Roma
“Non ho alcuna rabbia, lo dico a malincuore, non vado contro nessuno, nè Pallotta, né Baldini, spiego perchè vado via. Ho preso una decisione brusca. Se tornerò, con un’altra proprietà, sarò dirigente a 360 gradi. Spiace dirlo qui, se avessero fatto quello che chiedevo non mi sarei mai dimesso”.

I tifosi?
“La fede viene prima di tutto, non mi espongo più di tanto. Il mio popolo resterà sempre il mio popolo, nessuno me lo toglierà. E nessuno me lo toglierà”.

C’è una scelta tecnica che avrebbe scongliato? Che rapporto ha avuto con Monchi?
“Non farò nomi contro i giocatori, per rispetto. Tornavo dalle vacanze, il primo anno che ho smesso. Mi hanno chiesto un parere su un giocatore, avevo detto che non sarebbe stato un bene per la Roma. Non era adatto a Di Francesco e veniva da tremila infortunio. certi dirigenti mi dicevano “ti pare, devi sempre andare contro…” Ma non chiedetemi il nome del giocatore, avrei fatto un’altra scelta e ci avrei azzeccato sotto un certo punto di vista. Avrei preso uno dell’Ajax. Già sapete di chi parlo, vero… Monchi? Non l’ho più sentito”.

Nainggolan, ha preso posizione per farlo restare?
“Presi una posizione forte per lui, altri non volevano dargli delle punizioni. Ma nelle società forti chi sbaglia paga, anche Ronaldo e Messi. Nello spogliatoio deve esserci rispetto .

Dopo Roma-Barcellona si aveva la sensazione di qualcosa di diverso o già si sapeva dei sacrifici?
“Vendendo giocatori e adesso spezzo una lancia nei confronti di Di Francesco. Non l’ho portato qui io, l’ha portato Monchi. Ha chiesto 4-5 giocatori e non gliel’hanno mai presi. Inutile nascondersi, perché poi dopo la verità fa male… Non difendo il mister, ha sbagliato, ma ha chiesto 4-5 giocatori. Ne hanno presi zero? Lei lo sapeva? Io si… Dalla vostra parte tutto è più semplice”.

Per 30 anni si è sempre detto che chiamava dei giocatori per farli venire alla Roma. Se domani uno ti chiamasse, lei cosa direbbe?
“La verità. Quello che c’è ora in questo momento. Venire qui è una scelta, io posso spiegare la situazione, non obbligare una scelta. La decisione spetta a lui. Cose belle? La città, il mare, la montagna, il sole. E i tifosi della Roma, che sono i più belli di tutti”.

Lucas Verissimo, più una buona riserva che un titolare fisso

Luca Fantoni – Il lupo perde il pelo ma non il vizio, o meglio, il direttore sportivo cambia squadra ma qualche pallino se lo porta dietro. È ormai di un anno fa il tram tram mediatico per un possibile arrivo di Lucas Verissimo al Torino. Il ds Petrachiera vicino a chiudere la trattativa ma poi le alte richieste del Santos ne hanno fermato lo sviluppo. Se però lo scorso anno la caratura della squadra (metà classifica) e la stagione del giocatore e dei brasiliani (quarto posto e quasi tutte le partite da titolare) ne potevano giustificare l’acquisto, ora in una piazza come Roma e dopo una stagione come quella appena passata dal Peixe, lo stesso possibile acquisto appare un po’ una forzatura. Nello scorso Brasileirão il Santos ha gravitato sempre nelle zone basse della classifica, concludendo al decimo posto (classifica molto corta con la prima retrocessa a 8 punti dai bianconeri), e il difensore centrale ha giocato solamente 14 partite, chiuso da Gustavo Henrique, il titolarissimo, e da Luiz Felipe e David Braz, utilizzati nelle rotazioni insieme a Verissimo.

CARRIERA E CARATTERISTICHE TECNICHE – Lucas Verissimo fa il suo esordio nel Santos non giovanissimo, a 20 anni (in Brasile di solito si esordisce dai 16/17). Piano piano, complice qualche infortunio dei titolari, si guadagna il posto nell’undici iniziale e mette a referto anche alcune prestazioni niente male come quelle nella doppia sfida contro l’Atletico Paranaense nella Libertadores 2017 dove, nel match di ritorno, salva un gol praticamente a porta vuota, mettendo in ghiaccio la qualificazione ai quarti. Riesce ad avere un ottimo posizionamento difensivo soprattutto sui cross e anche nell’uno contro uno si fa valere. La sua altezza (quasi 1.90) sicuramente lo aiuta in tutte le situazioni aeree ma non lo fa neanche sfigurare per quanto riguarda la velocità. Non brilla in fase di impostazione, il piede è discreto ma nulla di eccezionale. Pecca sotto il profilo tattico, giocando in un campionato come quello brasiliano dove tranne un paio di squadre (Gremio su tutte) la tattica non è sicuramente un aspetto preminente. Sarà necessario un periodo di ambientamento nel campionato italiano e, se alla fine dovesse arrivare, Fonseca dovrà fare un grande lavoro su di lui.

PIÙ CASTAN MENO MARQUINHOS – Se dovessimo paragonare Verissimo a due vecchi acquisti brasiliani della Roma, troveremmo delle somiglianze più con Castan che con Marquinhos. Il giocatore in forza attualmente al Paris Saint Germain arrivò in giallorosso a soli 18 anni (6 anni in meno), da semi sconosciuto ma con un potenziale importante. Verissimo ha già quasi 24 anni, tecnicamente è un giocatore completamente diverso e in Brasile si è già fatto un nome. Per certi versi sarebbe un acquisto simile a quello di Leandro Castan ma anche qui ci sono delle differenze molto importanti da sottolineare. Castan firmò con la Roma non dopo una stagione deludente dal punto di vista personale o di squadra, ma si presentò come titolare di un Corinthians che in due anni era riuscito a vincere Copa Libertadores e Brasileirão. In conclusione, Verissimo può essere un discreto acquisto ma non per una cifra superiore ai 5-6 milioni e soprattutto, per quello che ha dimostrato fino a questo momento, non è pronto per fare il titolare inamovibile in una squadra che milita in un campionato come la Serie A e che punta ad essere protagonista, sia in Italia che in Europa.

Luca Fantoni

Ismaily, un brasiliano ‘europeo’. Il terzino adatto per Fonseca

Luca Fantoni – È il 13 marzo del 2018 quando la Roma batte lo Shakhtar Donetsk e si qualifica ai quarti di finale di Champions League dove poi scriverà la storia contro il Barcellona. Gli ucraini escono dalla competizione a testa alta, mettendo in mostra giocatori interessanti come Fred (finito al Manchester United), Bernard e Ismaily. Il terzino brasiliano è l’arma in più della squadra di Fonseca. Nella partita di ritorno, in cui la Roma pensa soprattutto a verticalizzare e colpire in contropiede mentre lo Shakhtar gestisce il possesso palla, le più pericolose azioni ucraine arrivano proprio dalla sinistra grazie alla costante proiezione offensiva di Ismaily. La sue prestazioni in quella stagione europea (anche un gol contro il Manchester City) attirarono l’interesse della Juventus che voleva comprarlo in caso di partenza di Alex Sandro.

CARRIERA – Ismaily Gonçalves dos Santos nasce nel 1990 nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, una regione che, contrariamente alle tradizioni carioca, non brilla certo per tradizione calcistica. All’epoca giocava attaccante nella squadra del suo paese, l’Ivinhema, e grazie ai suoi gol, ci mette poco a farsi notare e si trasferisce prima al Desportivo Brasil, dove inizia a giocare terzino, e poi in prestito al São Bento in serie B. È dopo questa stagione che Ismaily arriva in Europa, a soli 19 anni. Insieme ad una dozzina di altri giocatori del Desportivo Brasil viene mandato all’Estoril, nella seconda serie portoghese, per permettergli di abituarsi al calcio europeo. Qui gioca tutte le partite da titolare e si guadagna la chiamata dell’Olhanense prima e del Braga poi. Nel 2013 viene acquistato dallo Shakhtar Donetsk per 4 milioni di euro e va a rinforzare la colonia brasiliana creata e sviluppata da Lucescu. Diventa subito un punto fermo degli ucraini anche se nel 2014 rischia seriamente di lasciare la squadra (insieme agli altri sudamericani) a causa dello scoppio della guerra del Donbass. Rassicurato dallo spostamento della squadra a Charkiv, continua la sua avventura in arancionero con la definitiva consacrazione che arriva con la guida tecnica di Fonseca. In Nazionale ha avuto la sfortuna di giocare nello stesso ruolo di Marcelo, Alex Sandro e Filipe Luis quindi ha collezionato solo una convocazione senza però mai scendere in campo.

NELLO SCACCHIERE DI FONSECA – Ormai l’arrivo di Fonseca a Roma è quasi ufficialee in una prospettiva di gioco basata sul possesso palla a tutto campo e sullo sfruttamento degli esterni, un giocatore come Ismaily potrebbe essere utilissimo. Nella stagione appena conclusa ha raggiunto quota 12 assist in tutte le competizioni, confermando la sua già nota propensione per la fase offensiva. Nel campionato ucraino e spesso in Champions League ha dimostrato di essere affidabile anche quando si tratta di difendere. Il campionato italiano tatticamente è di un altro livello e questo potrebbe essere un rischio anche se ormai Ismaily, grazie al suo precoce trasferimento in Europa, ha poco del terzino brasiliano tipico più adatto a offendere. A sponsorizzarlo ci ha pensato anche l’ex giocatore della Roma Zago che ai microfoni de Il Corriere dello Sport ha detto: “Ho lavorato con lui per due anni, è un terzino che sa difendere molto bene, diverso dai terzini brasiliani a cui piace di più attaccare. Lui è completo nelle due fasi. È un professionista di alto livello”. L’adattamento nella capitale non dovrebbe essere un problema e per un costo intorno ai 15 milioni (una cifra superiore potrebbe risultare eccessiva) rappresenterebbe un buon colpo, un terzino affidabile che si esalta nel gioco di Fonseca.

Luca Fantoni

Fonseca e la Roma che verrà: si punta sul 4-2-fantasia

(K.Karimi) – Tutti gli indizi portano a Paulo Fonseca. A meno di colpi di scena dell’ultima ora sarà il portoghese classe ’73 il nuovo allenatore della Roma, che nel tortuoso casting per scegliere il dopo-Ranieri ha deciso di puntare tutto su questo tecnico che dalle nostre parti è conosciuto poco, se non per quell’incrocio contro i giallorossi nella Champions League 2017-18 alla guida del suo Shakhtar Donetsk.

In attesa di sviluppi ed ufficialità è interessante capire come Fonseca fa giocare le proprie squadre, prendendo in esame in particolare due esperienze da allenatore da considerarsi positive: quella alla guida del Braga nel 2015-2016 e le successive tre stagioni come mister dello Shakhtar, squadre regina d’Ucraina. In entrambi i casi, seppur con moduli leggermente diversi, Fonseca ha espresso un calcio propositivo, fantasioso e molto tecnico, scarseggiando però nell’equilibrio di squadra e nella compattezza difensiva.

A Braga il tecnico portoghese amava schierare i suoi con una sorta di 4-2-4 molto aggressivo: linea difensiva a quattro, una costante nella sua carriera, due mediani (Luiz Carlos e Vukcevic) poco dinamici ma complementari, due ali d’attacco vere e proprie come Santos e Rafa Silva oltre a due punte strutturate ma mobili ad agire in tandem, in questo caso la ‘bandiera’ bragense Wilson Eduardo e Rui Fonte (o l’egiziano Hassan).

A Donetsk invece Fonseca ha puntato su un 4-2-3-1 maggiormente ‘europeo’, sulla falsa riga della proposta tattica lasciata da Mircea Lucescu: confermata la difesa a quattro e i due mediani solidi Fred e Stepanenko. Poi una linea di trequartisti tutto estro e fantasia, di solito di origine brasiliana. I tifosi romanisti ricorderanno i patemi d’animo arrivati da Bernard, Marlos e Taison, schierati teoricamente come due esterni ed un centrale ma liberi di scambiarsi la posizione e non dare punti di riferimento. Infine un solo centravanti, forte fisicamente ma tutt’altro che statico (Ferreyra o Junior Moraes).

Roma è ipotizzabile vedere Fonseca riproporre questa sorta di 4-2-fantasia come impianto di base, in particolare per due motivi: 1) la rosa giallorossa è ricca di calciatori, da Zaniolo a Under passando per Pastore e Pellegrini, abili a giostrare sulla trequarti senza problemi. 2) Il 4-2-3-1 è il modulo che ha portato maggiore fortuna ad entrambi, a Fonseca per l’appunto durante i tre anni ucraini e alla Roma stessa che con questo modulo nella prima era Spalletti ha portato a casa gli ultimi trofei della sua storia.

Ma cosa servirà sul mercato per agevolare il lavoro di ‘Zorro’ Fonseca? Dando per scontato che in difesa (situazione di Manolas a parte) la struttura appare adeguata, a centrocampo servirà un calciatore più completo e di livello internazionale, più dinamico di Cristante e più abile a verticalizzare di Nzonzi. In pratica un ‘nuovo De Rossi’ non certo semplice da reperire (proprio il ‘suo’ Fredwhy not?) anche se l’abbassamento di Pellegrini sulla mediana è un’ipotesi più che fattibile. Poi una punta che sappia dialogare con i compagni ed essere letale quando lanciata in profondità: dati per scontati l’addio a Dzeko e l’inaffidabilità di Schick, la dirigenza della Roma dovrà essere brava a scovare il numero 9 ideale e moderno. Consigli? Rodrigo del Valencia e Kai Havertz del Bayer Leverkusen.