Viaggiando nella Hall Of Fame: Sebino Nela, l’incredibile Hulk giallorosso

Pagine Romaniste (F. Belli) – “Scatta l’ala, una finta e poi vola sul fondo. Dimmi chi la fermerà. Ma stanotte che notte di pace e di guai. Forse un uomo vincerà, forse l’uomo vincerà”…Come dimenticare “Correndo Correndo” di Venditti. L’ha scritta nel 1987, dopo che Sebino Nela si era rotto il crociato. Per molti l’“incredibile Hulk“, come era soprannominato dai tifosi, era finito, uscendo sconfitto dalla più grande sfida che la vita gli aveva sbattuto in faccia fino a quel momento. Persino i romanisti non credevano più a un suo ritorno, loro che ogni domenica lo incitavano urlando “Picchia Sebino, picchia!”. Fino a quel momento, perché anni dopo sarà costretto a lottare di nuovo, questa volta contro un maledetto tumore. Una lotta estenuante e difficile che l’ha portato a un passo dal baratro. In un’intervista al Corriere dello Sport a febbraio ha dichiarato: “Ho visto la morte in faccia. Non so quante volte mi sono trovato di notte a piangere nel letto. Anch’io ho pensato al suicidio come Di Bartolomei negli anni della malattia, ma non ho mai trovato il coraggio…”. Un guerriero, nella vita come in campo.

L’arrivo a Roma e il dito medio al tecnico del Dundee

E’ arrivato a Roma nel 1981 per volontà di sua maestà Niels Liedholm. Difensore molto dotato fisicamente, proprio per questa forza preponderante nasce il soprannome che lo associa all’eroe Marvel. Forte ma anche buono. Del resto Gandhi diceva che quando alla gentilezza si aggiunge la forza, quest’ultima è irresistibile. Irresistibile, ecco il termine giusto. Nell’anno della finale col Liverpool è il miglior terzino destro del campionato nonostante sia mancino. Ma anche risoluto e estremamente sincero. Ancora oggi rimprovera a Falcao l’essersi tirato indietro dalla lotteria dei rigori in quella maledetta finale. E poi grintoso. Tutti i tifosi ricordano un loro beniamino per un gol, un gesto tecnico, una parata…Invece Sebino lo ricordano per il dito medio al tecnico del Dundee alla fine della partita di ritorno, come ha ricordato lui stesso a Roma Tv“Mi sono anche un po’ vergognato ma ci voleva. Era stato molto duro sui giornali dopo l’andata in Scozia. A fine gara non vedevo l’ora insieme ad Agostino e Oddi di andare a contatto con quest’uomo”. E ultimo, più importante di tutto, tifoso della Roma. “Acquisito” con quel “Ti Amo” che gli ha rivolto lo stadio nel 1985 nella gara interna col Bayern Monaco. E’ questa la storia di Sebino Nela, un uomo forte ma anche gentile. Del resto le anime forti, come dice Khalil Gibran, sono quelle temprate dalla sofferenza. Sono cosparse di cicatrici. – Pagine Romaniste (F. Belli)

Viaggiando nella Hall Of Fame: Roberto Pruzzo, missione Bomber

Pagine Romaniste (F. Belli) – Il primo gol segnato alla Roma con la maglia del Genoa. Il gol dello scudetto segnato con la maglia della Roma al Genoa. L’ultimo in carriera segnato di nuovo alla Roma con la maglia della Fiorentina. Chiamatelo se volete destino, ma nella vita di Pruzzo la Roma è una costante fissa, invariabile, immutabile. Del resto Antonhy Robbins diceva che il destino di un uomo viene definito dai suoi pensieri e dalle sue azioni, non può cambiare il vento del fato ma può indirizzarne le vele. Allora siete liberi di credere al destino, alle coincidenze, ma io non ci credo. Non può essere tutta una casualità la vita “der bomber de Crocefieschi”, come veniva chiamato in Boris. Come detto, esordisce al Genoa prima di trasferirsi poco dopo alla RomaNon c’è nessun colpo di fulmine, nessun amore a prima vista, alla fine della prima stagione medita di andarsene. I tifosi non sono convinti e in un libro Fulvio Stinchelli ricorda un aneddoto interessante parlando con “Fuffo” Bernardini allo stadio: “Seguendo una fase di gioco mi sfuggì un apprezzamento: Però, questo Pruzzo, a volte, fa venire il latte alle ginocchia. Senza voltarsi, continuando a fissare il campo, il Dottore sibilò: “Non bestemmiare! Pruzzo è un attaccante eccezionale. Come difende la palla lui, non ce n’è altri”. La benedizione sacra del professore.

Il gol salvezza con l’Atalanta e “Lode a te Roberto Pruzzo”

Laudato sia il professore e il bomber rimane, segnando il gol all’Atalanta che salva i giallorossi dalla Serie B. Sembra strano, ma quel gol salvezza è il primo vero pilastro per le vittorie degli anni ’80. Il bomber col baffo segna a ripetizione e dalla Curva Sud nasce un coro che provoca il Grande Scisma: “Lode a te Roberto Pruzzo”. Regala ai tifosi delle gioie incommensurabili, ma Pruzzo non è un bomber normale. E’ un bomber che soffre. Soffre la sconfitta e soffre le delusioni di campo. Nella sua autobiografia riassume la sua carriera in modo simil tragico: “Cosa mi resta della mia carriera da centravanti? I gol sbagliati e le sconfitte. Delle vittorie ho goduto poco, perché sono subito volate via. Le sconfitte no, sono rimaste qui. E ancora ci combatto. La retrocessione in B del Genoa causata anche da un mio rigore sbagliato e la finale di Coppa Campioni persa con il Liverpool ancora mi vengono a trovare ogni tanto”. Non è facile convivere con i fantasmi del passato. Del resto il dolore peggiore che un uomo può soffrire, diceva Erodoto, è quello di avere comprensione su molte cose e potere su nessuna. E purtroppo il passato non è solo ciò che è successo, ma anche ciò che avrebbe potuto succedere ma non è avvenuto, rimpianti che segnano il destino di un grande campione. Pagine Romaniste (F. Belli) 

Viaggiando nella Hall Of Fame: Cafu, il Pendolino tricolore

Pagine Romaniste (F. Belli) – 7 giugno 1970, Messico, Guadalajara. In un campo investito da un caldo feroce, l’Inghilterra campione del Mondo in carica sfida la formazione più forte di sempre, il Brasile di Pelè. Quel Brasile che in finale annienterà l’Italia 4-1, la stessa squadra reduce dalla partita del secolo con la Germania OvestQuel 7 giugno però del secolo c’è solo la parata: sull’1-0 Pelè riceve un cross laterale, stacca di testa e il portiere inglese Gordon Banks si inarca colpendo la palla il giusto per farla volare alta sopra la traversa. Nel frattempo, a migliaia di chilometri verso sud, a San Paolo un’infermiera cerca di velocizzare il parto di un bimbo: sta vedendo la partita e non vuole perdersi il finale. Quel bimbo è Marcos Evangelista de Moraes, meglio noto come CafuE’ un po’ un’abitudine tutta brasiliana avere un nome intellegibile e poi cambiarlo con un altro che non c’entra niente. Il “piccolo Pelè”, come lo chiamava quel 7 giugno l’infermiera, decide di usare lo pseudonimo di Cafu perché l’idolo del padre era Cafuringa, discreta ala destra del Fluminense. La sua storia si incrocia con quella della Roma grazie all’ottavo re Paulo Roberto Falcao, che negli anni ’90 suggerisce più volte ai giallorossi il suo nome e quello di un altro brasiliano, Zago. Viene acquistato nel 1997 all’inizio del ciclo Zeman. E’ un terzino destro caparbio, inarrestabile grazie alle sue incursioni fulminanti sulla fascia. Liedholm disse di lui: “Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portare la palla fino in fondo”. Inutile dirlo, è perfetto per il modulo boemo attacco-attacco-attacco. Ma sarà altrettanto perfetto per lo stile più concreto e meno spettacolare di Capello, come certifica la sua insostituibilità nella stagione dello scudetto.

La doppietta alla Fiorentina e il triplo sombrero a Nedved

I tifosi lo amano e lo chiamano “Pendolino” perché sulle fasce va come un treno, come quello brevettato dalla Fiat appunto. Due sono gli episodi più celebri del suo trascorso in giallorosso: il primo è la doppietta alla Fiorentina. Stagione 1999-2000, i viola di Batistuta in lotta scudetto e imbattuti da 20 mesi in casa affrontano la Roma. Il Pendolino diventa bomber e segna due gol uno più bello dell’altro. L’altro episodio, ovviamente, è datato 17 dicembre 2000. La Lazio campione d’Italia affronta la Roma, che si accinge a diventare campione da li a pochi mesi. Sullo 0-0 Cafu riceve sulla destra un passaggio alto di Zago che rischia di diventare preda di Nedved. C’è da trovare un modo per liberarsi di quella pressione ingombrante. Cosi con il solito estro tutto brasiliano si inventa il triplo sombrero senza far toccare mai palla a terra. Una giocata di una classe sopraffina che solo un piccolo Pelè poteva fare. Qualche anno dopo ci sarà anche un incomprensione. Il Pendolino vuole il rinnovo ma la Roma si impunta alle sue condizioni: è rottura. Il brasiliano dirà: “Non voglio fare la fine di Garrincha (ex leggenda brasiliana caduta in miseria, ndr), i soldi sono una cosa importante sopratutto a fine carriera”. Il brasiliano va al Milan e l’anno successivo, di ritorno all’Olimpico, viene subissato dai fischi. Una ferita che verrà definitivamente rimarginata col tempo. Sopratutto quando c’è di mezzo la morte di un figlio. A settembre è morto per un infarto il figlio Danilo, e tutti i romanisti si sono di nuovo stretti attorno al loro Pendolino. Perché quel treno, nel viaggiare lontano, ci ha fatto sognare. – Pagine Romaniste (F. Belli).

Viaggiando nella Hall Of Fame: Damiano Tommasi, l’anima candida che ha trasformato i fischi in applausi

Pagine Romaniste (F. Belli) – Per Capello in quella stagione è il giocatore più importante della squadra. Più di TottiMontella e Batistuta. La stagione, ovviamente, è quella del terzo scudetto e il soggetto è Damiano Tommasi. Meglio conosciuto come “Anima candida” per la sua estrema generosità e sincerità. Viene acquistato dalla Roma nel 1996, dopo esser stato uno dei protagonisti della promozione del Verona dalla B. Inizia tra gli applausi, che in breve si tramutano in fischi. È la stagione di Carlos Bianchi e quando le cose vanno male serve un capro espiatorioMite, silenzioso, sincero, tutte caratteristiche che lo portano a essere la perfetta vittima sacrificale di una stagione maledetta. Ma quei fischi tornano presto, di nuovo, applausi. Non per delle belle parole dispensate nel verso giusto, non è un comportamento da “anima candida” quello, ma grazie alle prestazioni sul campo. “Tutti sono utili, nessuno è indispensabile” dice un proverbio. Sbaglia: Damiano Tommasi era l’emblema dell’indispensabilità. Fino a quella maledetta amichevole d’inizio estate.

L’infortunio e il ritorno in quella ultima, indimenticabile, stagione d’addio

Era il 2004 e i giallorossi affrontano lo Stoke City. Un certo Gerry Taggart, che Massimo Marianella non esiterebbe a chiamare un criminale prestato al calcio, si rende protagonista di un contrasto violento. Cattivo, brutto, esagerato per una partita di campionato figurarsi per un’amichevole. Il responso è al limite del drammatico: rottura del crociato anteriore, rottura del crociato posteriore, del collaterale mediale esterno e interno, dei due menischi, infrazione dei condili e, dulcis in fundo, del piatto tibiale. Un elenco infinito che porta a una sola estrema conseguenza: appendere gli scarpini al chiodo. Ma non ci riesce. Non lui, non Damiano Tommasi. Si rimette in moto e 15 mesi dopo è ancora “lì, sempre lì. Lì nel mezzo a coprire certe zone e a giocare generoso” come direbbe Ligabue. Per di più gioca a 1500 euro al mese. Perché? L’anno precedente, quello dell’infortunio, era in scadenza e ha deciso di firmare al minimo sindacale pur di rimanere nella Capitale. Non da tutti in un calcio dove protagonisti sembrano sempre meno calciatori e più Paperon de’ Paperoni. Anzi da nessuno. Anni dopo ricorderà quella stagione come la più bella della sua carriera, più bella anche di quella del tricolore. La sua più grande sfida, vinta sul campo passo dopo passo. Poi andrà al Levante, al Qpr, in Cina e persino a San Marino. Ma il suo cuore resterà sempre lì, nello stesso posto dove tutto sembrava perduto dopo che le gambe gli avevano detto addio. – Pagine Romaniste (F. Belli).